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Domande da fare

La versione che cambia il mistero dei cinque sub italiani alle Maldive

Le GoPro recuperate e le parole del soccorritore finlandese riaprono il nodo della grotta dove sono morti i cinque italiani.

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una maschera sub con gopro

La tragedia dei cinque sub italiani morti alle Maldive sembrava avere già una forma: una caverna marina, una corrente violenta, il buio improvviso, l’ipotesi di un risucchio capace di trascinare il gruppo dentro la grotta come una mano invisibile. Una spiegazione potente, quasi cinematografica, utile a dare un bordo all’orrore. Ma dopo il recupero dei corpi e l’arrivo delle GoPro recuperate nelle mani degli investigatori, quella cornice comincia a scricchiolare. Non perché esista già una verità alternativa, ma perché il mare, stavolta, ha restituito più domande che certezze.

Al centro del nuovo quadro c’è Sami Paakkarinen, speleosub finlandese di altissimo livello, abituato a lavorare dove l’acqua diventa parete, soffitto, trappola. È stato lui, con il team di Dan Europe, a guidare le operazioni nella grotta di Alimathà, nell’area dell’atollo di Vaavu, a una profondità di oltre 60 metri. E la sua lettura pesa: la grotta può avere correnti, può “respirare”, può spingere e richiamare acqua. Ma non sarebbe, secondo questa ricostruzione, una bocca capace di inghiottire automaticamente cinque persone esperte.

La grotta non sarebbe stata una trappola invisibile

Il dettaglio più delicato riguarda proprio l’ingresso nella cavità. Paakkarinen ha ridimensionato l’idea che i sub siano stati risucchiati senza rendersene conto. A quella profondità, nelle Maldive, la luce del sole può ancora arrivare con una chiarezza lattiginosa, blu, quasi irreale. A 60 metri non è ancora notte. Ma quando si entra in una grotta, tutto cambia: il campo visivo si chiude, la luce cala, il fondale non è più paesaggio ma geometria stretta, fatta di pareti, passaggi, sedimenti e ritorni possibili solo se pianificati.

Questo non significa attribuire colpe, né chiudere la vicenda con una frase secca. Significa però spostare il baricentro del mistero. Se la caverna non ha trascinato dentro i cinque sub come una corrente invincibile, allora bisogna capire come sia iniziata davvero l’immersione, quale fosse la rotta prevista, quali decisioni siano state prese sott’acqua, quanto fosse chiara la lettura del sito e dove si sia spezzata la sequenza. Nel buio di una grotta marina, un errore non sempre arriva come un urto. A volte arriva piano: una manovra in più, un sedimento sollevato, una sagoma scambiata per uscita, un minuto che diventa troppo.

Le GoPro come scatole nere del disastro

La chiave potrebbe essere nelle GoPro recuperate, piccoli occhi elettronici che in un altro contesto avrebbero conservato immagini da viaggio, squali di barriera, coralli, bolle di luce. Qui diventano altro: una sorta di scatola nera subacquea. Se le riprese saranno leggibili, potranno aiutare a ricostruire l’ingresso nella grotta, la posizione del gruppo, il comportamento della corrente, la visibilità, la profondità reale e il momento in cui l’immersione ha smesso di essere controllo ed è diventata emergenza.

Insieme alle videocamere sono stati acquisiti anche computer subacquei, bombole e materiale tecnico. È una parte meno visiva della storia, ma forse decisiva. Quei dispositivi possono parlare con freddezza: tempi, profondità, profili di risalita, consumi, eventuali anomalie. Il mare, quando non lascia testimoni, lascia numeri. E quei numeri potranno dire se il gruppo stava seguendo un piano, se qualcosa è cambiato dentro la cavità, se c’è stata una perdita di orientamento o se il problema è nato prima ancora dell’ingresso.

I cinque nomi e il peso dell’indagine

Le vittime sono Monica Montefalcone, docente dell’Università di Genova, sua figlia Giorgia Sommacal, la ricercatrice Muriel Oddenino, Federico Gualtieri e Gianluca Benedetti, istruttore subacqueo residente da anni alle Maldive. Nomi che riportano la vicenda fuori dalla formula fredda dell’incidente e la rimettono nella sua dimensione più dura: una spedizione, una passione, un ambiente estremo, cinque vite finite dentro una grotta che adesso viene letta come scena tecnica e giudiziaria.

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo plurimo, mentre le autorità maldiviane stanno verificando permessi, limiti di profondità e condizioni dell’immersione. È qui che il caso diventa più complesso, perché una discesa oltre i limiti ordinari non è mai soltanto una questione di esperienza personale. Servono attrezzature adeguate, miscele respiratorie corrette, procedure, ridondanze, conoscenza dell’ambiente chiuso. In mare aperto si può risalire verso la luce; in una grotta, invece, la superficie non è sopra la testa. È dietro, da qualche parte. E bisogna saperla ritrovare.

Il punto più fragile: sapere di entrare

La frase che resta appesa alla vicenda è questa: secondo Paakkarinen, non si entra in una grotta senza accorgersene. Può sembrare una precisazione tecnica, ma ha la forza di una lama sottile. Se il gruppo sapeva di trovarsi davanti a una cavità, la domanda cambia. Non è più soltanto perché siano stati trascinati dentro, ma perché abbiano proseguito, con quale margine, con quale piano di uscita, con quale sicurezza sulla profondità e sulla durata dell’immersione.

Il cosiddetto effetto Venturi, cioè l’idea di una corrente accelerata in un passaggio stretto, resta una parola centrale nella prima narrazione della tragedia. Ma dopo il recupero dei corpi e le dichiarazioni del soccorritore finlandese, questa ipotesi non basta più da sola. Una grotta può generare correnti, può confondere, può amplificare il rischio. Ma trasformarla in un mostro naturale che risolve ogni dubbio rischia di cancellare la parte più importante dell’indagine: la catena concreta degli eventi.

Il mare ha restituito i corpi, non ancora la verità

C’è un’immagine che resta più di tutte: i corpi recuperati a grande profondità, i soccorritori costretti a lavorare in un ambiente ostile, il materiale tecnico risalito in superficie come un archivio bagnato. Le Maldive, cartolina mondiale dell’acqua trasparente, diventano in questa storia un luogo opaco. Sotto il turchese c’è un labirinto, e dentro quel labirinto si è consumato uno degli incidenti subacquei più gravi che abbiano coinvolto italiani all’estero.

La verità arriverà, se arriverà, da una somma lenta: le immagini delle GoPro, i dati dei computer, le autopsie, le testimonianze, i permessi, il profilo dell’immersione, la posizione esatta dei corpi. Fino ad allora resta una certezza soltanto, ruvida e fredda: la grotta non è un fondale qualunque. È un ambiente che non concede improvvisazione, non perdona leggerezze e non lascia molto spazio al caso quando qualcosa comincia ad andare storto.

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