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Perché i corpi dei sub italiani sono ancora nella grotta?

Cinque sub italiani morti alle Maldive, un soccorritore senza ritorno e una grotta che tiene ancora il Paese davanti alle sue domande aperte.

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sub italiani sono ancora nella grotta

Il dramma dei cinque sub italiani morti alle Maldive non si è chiuso con il ritrovamento dei corpi. È questa la parte più dura da capire, quasi crudele: in mare, soprattutto dentro una grotta sommersa a decine di metri di profondità, sapere dove si trovano le vittime non significa poterle riportare subito fuori. I corpi di Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino e Federico Gualtieri sono stati individuati nel sistema di cavità dell’atollo di Vaavu, dopo che quello di Gianluca Benedetti era già stato recuperato nei primi momenti dell’emergenza. Ma la fase successiva resta complicata, lenta, pericolosa. Lo dimostra la morte di Mohamed Mahudhee, militare maldiviano impegnato nelle ricerche, deceduto dopo essersi sentito male durante l’operazione.

La tragedia è avvenuta durante un’immersione in una grotta sommersa, a una profondità indicata intorno ai 50-60 metri, quindi ben oltre la normale immersione turistica. Le indagini dovranno stabilire che cosa sia accaduto davvero sott’acqua: un errore di pianificazione, una corrente, una perdita di orientamento, un problema di aria, una catena di decisioni sbagliate, autorizzazioni non chiare, attrezzature non adeguate, o più fattori insieme. Al momento non c’è una colpa accertata, e sarebbe irresponsabile trasformare il dolore in sentenza. Però alcune domande sono già sul tavolo: perché il gruppo è entrato in una grotta? Perché a quella profondità? Che ruolo aveva la barca Duke of York? I permessi coprivano davvero quel tipo di immersione? E soprattutto: chi doveva dire no prima che il mare diventasse una trappola?

La tragedia nell’atollo di Vaavu

Tutto ruota attorno a un’immersione partita dalle acque dell’atollo di Vaavu, una zona delle Maldive famosa per fondali spettacolari, passaggi, correnti, grotte e pareti vive di pesci. Il nome suona da cartolina, mare turchese, sabbia chiara, barche lente. Poi, sotto, cambia tutto. A cinquanta metri la luce è già un ricordo più debole, il corpo lavora diversamente, il cervello non è sempre quello che crediamo di avere in superficie. Una grotta, poi, è un mondo chiuso: non si sale semplicemente verso l’alto, non si “scappa” in verticale, non basta vedere il blu sopra la testa. Sopra non c’è il cielo, c’è roccia.

I cinque italiani erano Monica Montefalcone, docente associata di ecologia all’Università di Genova, sua figlia Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino, Federico Gualtieri e Gianluca Benedetti, istruttore subacqueo legato all’organizzazione dell’uscita. Una parte del gruppo aveva un profilo scientifico, con competenze marine e familiarità con il mondo subacqueo. Questo rende la vicenda ancora più spiazzante, perché non si parla di turisti improvvisati che scendono per gioco senza sapere nulla. Ma l’esperienza, sott’acqua, non cancella il margine d’errore. A volte lo restringe. A volte, se mescolata a confidenza e pressione operativa, lo rende persino più subdolo.

Il primo corpo recuperato è stato quello di Benedetti. Gli altri quattro sono rimasti nella cavità, in un tratto più interno. Le autorità maldiviane, la Guardia costiera, i militari e poi specialisti internazionali hanno dovuto procedere con estrema cautela. Non per burocrazia. Perché una seconda tragedia era già avvenuta: durante le ricerche, Mohamed Mahudhee, membro della Maldives National Defence Force, è morto dopo una missione di recupero. Il suo nome pesa nella storia come un chiodo piantato nel legno: ricorda che non esiste un recupero semplice quando l’ambiente è una grotta profonda. Ogni metro può chiedere un prezzo.

Che cosa potrebbe essere successo sott’acqua

La dinamica precisa dovrà essere ricostruita con computer subacquei, bombole, testimonianze, autorizzazioni, tracciati, tempi di discesa e risalita. È il lavoro degli investigatori, non del rumore. Però si possono spiegare i rischi tecnici che rendono plausibile una catena rapidissima di eventi. A quelle profondità, respirare aria compressa o miscele non pianificate nel modo corretto può alterare lucidità, tempi di reazione, consumo di gas. La narcosi da azoto, che molti sub descrivono come una specie di ubriachezza degli abissi, può rendere più lenti, più sicuri di sé o più confusi. Non sempre arriva con un cartello luminoso. A volte entra piano, come una nebbia.

Dentro una grotta il problema raddoppia. Se un sub perde la via, se la visibilità si sporca per il sedimento sollevato dalle pinne, se una corrente cambia la postura del gruppo, se qualcuno consuma più aria del previsto o deve aiutare un compagno, il tempo si accorcia. Non in modo metaforico: si accorcia davvero, sul manometro. Ogni respiro consuma riserva. Ogni esitazione diventa profondità, decompressione, distanza dall’uscita. In mare aperto, entro certi limiti, si può risalire. In una cavità no. Prima bisogna trovare il percorso inverso. E se il percorso non è evidente, la grotta diventa un labirinto.

C’è poi il tema della profondità. Le immersioni ricreative alle Maldive hanno limiti molto diversi da quelli richiesti da un’attività tecnica o scientifica in ambiente complesso. Qui nasce uno dei nodi dell’indagine: il gruppo avrebbe avuto un quadro autorizzativo legato alla ricerca, ma il punto controverso riguarda l’immersione in grotta e i nomi effettivamente coperti dalla documentazione. Non è un dettaglio da avvocati. Tra una discesa scientifica in mare aperto e una penetrazione in grotta profonda c’è la differenza tra camminare su un sentiero e infilarsi in un tunnel con la torcia in mano mentre il tempo brucia.

Perché recuperare i corpi è così difficile

Il corpo umano, a sessanta metri, non è “lì sotto” come un oggetto caduto in una piscina. È in un ambiente che richiede calcolo, ridondanza, gas adatti, tempi di fondo brevi, soste di decompressione, capacità di orientamento in ambiente chiuso e una squadra che lavori come un unico animale. Per recuperare una vittima dentro una grotta sommersa non basta scendere, agganciare, risalire. Bisogna entrare con una linea, valutare la stabilità del percorso, gestire il sedimento, mantenere contatto con i compagni, evitare che un gesto trasformi la visibilità in latte grigio. Poi occorre uscire con un carico emotivo e fisico enorme.

La localizzazione dei quattro corpi è stata un passaggio decisivo, ma non coincide con il rientro delle salme. Vedere, documentare, capire dove sono, come sono disposti, quale percorso usare, quali bombole predisporre, quali soste calcolare, quali finestre meteo attendere: tutto questo viene prima dell’estrazione. Solo dopo si tenta il recupero. Il mare non concede scorciatoie perché fuori c’è fretta, dolore, pressione mediatica o una famiglia che aspetta. In certi casi, la prudenza non è lentezza, è l’unico modo per non allargare ancora la tragedia.

La morte del soccorritore maldiviano ha cambiato il tono dell’intera operazione. Ha imposto una pausa, una rivalutazione, una domanda scomoda: chi può entrare davvero lì dentro senza aumentare il numero delle vittime? Le unità locali possono essere preparate a molti scenari marittimi, ma il recupero in grotta profonda è una specialità estrema. Non basta essere bravi subacquei, né forti, né coraggiosi. Serve formazione specifica, spesso attrezzatura tecnica con sistemi ridondanti, capacità di muoversi in spazi chiusi senza visibilità, disciplina quasi fredda. Il coraggio, da solo, sott’acqua è una moneta pericolosa.

Il peso della decompressione

La decompressione è una parola che suona tecnica, ma in questa storia è quasi una legge fisica con il volto severo. Più si scende e più a lungo si resta, più gas inerte viene assorbito dai tessuti. Risalire troppo rapidamente può formare bolle nel corpo, con conseguenze neurologiche, respiratorie, circolatorie. Una missione di recupero a cinquanta o sessanta metri non permette di “fare presto e tornare su”. Anche quando tutto va bene, il sub deve pagare il tempo trascorso in profondità con soste precise. Minuti appesi nell’acqua, magari dopo aver appena attraversato una scena devastante.

Questo spiega perché ogni immersione di recupero deve essere pianificata come una piccola operazione chirurgica. Non si improvvisa la profondità, non si improvvisa la miscela respiratoria, non si improvvisa la via di uscita. A quelle quote anche un piccolo ritardo può cambiare il profilo della risalita. Se qualcosa si inceppa, se un sub consuma più gas, se un’attrezzatura dà un segnale strano, se la corrente rende più faticoso il rientro, la missione può passare da difficile a ingestibile nel giro di pochi minuti. E qui, purtroppo, la parola “minuti” non è retorica.

C’è anche l’aspetto psicologico. Recuperare corpi non è cercare reperti, non è montare un’operazione asettica. Dentro una grotta buia, sapendo che altri sono morti lì e che un collega soccorritore ha perso la vita tentando di riportarli fuori, la mente viene caricata di un peso che nessun manuale può cancellare del tutto. I sub tecnici imparano a compartimentare, a seguire procedure, a non farsi invadere dall’emozione. Ma l’emozione resta. Sta dietro la maschera, insieme al rumore del respiro.

Il nodo delle autorizzazioni e della barca Duke of York

La barca Duke of York è entrata subito nel fascicolo della vicenda. Le autorità maldiviane hanno sospeso la licenza dell’imbarcazione dopo l’incidente, una misura che non equivale automaticamente a una condanna, ma indica la gravità delle verifiche in corso. Bisognerà capire quale attività fosse stata dichiarata, quali immersioni fossero previste, chi avesse responsabilità operative, quali briefing siano stati fatti, quale attrezzatura fosse disponibile e se il sito scelto fosse compatibile con il profilo dei partecipanti.

Il punto più delicato riguarda la differenza tra immersione ricreativa, immersione scientifica e immersione tecnica in grotta. Sono tre mondi che possono toccarsi, ma non si sovrappongono. Un ricercatore marino può avere grande esperienza in acqua e non essere automaticamente abilitato a penetrare una cavità profonda. Un istruttore può conoscere bene i fondali locali, ma ogni scelta deve restare dentro un perimetro di sicurezza. Un permesso per monitorare ambienti marini non significa, da solo, autorizzazione a entrare in un sistema chiuso a cinquanta metri, se quel dettaglio non è stato dichiarato e approvato. È qui che l’indagine dovrà mettere ordine.

Non bisogna neppure cadere nel riflesso opposto, quello della colpa facile. Le famiglie delle vittime chiedono risposte, non etichette. Chi conosceva le persone coinvolte fatica a credere a un gesto sconsiderato, anche perché tra loro c’erano competenze reali, passione per il mare, esperienza, abitudine alla ricerca. Eppure il mare non giudica le intenzioni. Registra solo le conseguenze. Freddo, preciso, senza appello.

Dove possono nascere le responsabilità

Le eventuali responsabilità possono trovarsi in più punti della catena, e forse proprio questa è la parte più complessa. C’è la pianificazione dell’immersione, con profondità, tempi, gas, esperienza dei partecipanti, obiettivo reale della discesa. C’è il ruolo dell’organizzazione, che deve garantire che ciò che viene proposto sia compatibile con norme, autorizzazioni e capacità del gruppo. C’è la verifica dell’attrezzatura. C’è il briefing, spesso considerato una formalità dai più esperti e invece fondamentale quando il margine d’errore è così sottile. C’è la decisione, presa in acqua o prima di entrare, di varcare o non varcare la soglia della grotta.

Poi c’è la gestione dell’emergenza. Anche qui, con grande cautela. Dopo la scomparsa dei sub, la pressione per intervenire era enorme. Ma un recupero in grotta profonda non può essere trattato come una normale ricerca in mare. La morte di Mahudhee apre interrogativi sulla preparazione del team inviato nella cavità, sulle condizioni dell’intervento, sui gas utilizzati, sui tempi di decompressione, sulla scelta di procedere prima dell’arrivo di specialisti altamente formati per questo scenario. Sono domande legittime. Non accusano da sole nessuno, ma pretendono risposte solide.

Le Maldive vivono anche di turismo subacqueo. Questo rende la vicenda più sensibile. Il Paese vende al mondo l’idea di un paradiso accessibile, limpido, quasi docile. Ma i fondali non sono un parco giochi. Le correnti degli atolli, le pass oceaniche, le grotte, i drop-off, i siti frequentati da squali e grandi pelagici hanno una bellezza che può ingannare chi guarda solo la superficie. Sotto, la cartolina ha denti tecnici.

Chi erano le vittime italiane

Monica Montefalcone era una figura conosciuta nell’ambito dell’ecologia marina, legata all’Università di Genova e a studi sugli ambienti costieri e sommersi. Con lei c’era la figlia Giorgia Sommacal, ventenne. Poi Muriel Oddenino e Federico Gualtieri, giovani legati al mondo della ricerca e del mare. Gianluca Benedetti, invece, era l’istruttore subacqueo, l’uomo con un ruolo operativo nella discesa e con una vita professionale costruita anche attorno alle immersioni. Cinque biografie diverse, unite da un punto comune: il rapporto con il mare non era occasionale.

Questo rende il racconto meno semplice, e anche più doloroso. Non siamo davanti alla classica storia di incoscienza turistica raccontata con tono di superiorità da chi resta asciutto. Qui c’erano competenze, passione, esperienza, forse fiducia reciproca. La tragedia sembra nascere non dal nulla, ma da una zona grigia: abbastanza preparazione da sentirsi in grado di scendere, forse non abbastanza margine per gestire l’imprevisto peggiore. È spesso lì che gli incidenti estremi trovano il loro varco, in quella fessura sottile tra “si può fare” e “non si doveva fare”.

Per le famiglie, il tempo del recupero è un secondo lutto. Prima arriva la notizia della morte, poi l’attesa dei corpi, poi il rimpatrio, poi le autopsie, poi le carte, le versioni, le domande. La distanza geografica amplifica tutto. Le Maldive non sono dietro l’angolo; sono ore di volo, procedure consolari, autorità locali, traduzioni, comunicazioni frammentate. Il dolore, quando deve passare per uffici e aeroporti, diventa più pesante. Meno intimo. Quasi amministrativo. Ed è una delle crudeltà di questa vicenda.

Il sesto morto della tragedia

Mohamed Mahudhee non era uno dei turisti italiani, ma ormai appartiene alla stessa storia. Era un militare maldiviano, impegnato nelle operazioni di ricerca e recupero. È morto tentando di riportare fuori persone che non conosceva, dentro un ambiente in cui ogni procedura deve essere perfetta. La sua morte sposta la vicenda da incidente subacqueo a tragedia allargata. Non più cinque vittime, ma sei. Non più solo la domanda su che cosa sia accaduto durante l’immersione iniziale, ma anche su come sia stata gestita la risposta.

Il suo decesso racconta meglio di qualsiasi frase la difficoltà del recupero. Se un soccorritore addestrato può morire durante una missione del genere, allora nessuno può pretendere che i corpi vengano estratti “subito” solo perché sono stati trovati. La prudenza, in queste ore, non è lentezza. È l’unico modo per evitare un’altra bara.

Il mare non restituisce tutto in fretta

La tragedia delle Maldive lascia una scia di domande che non si esauriscono con il recupero delle salme. Riguardano la sicurezza del turismo subacqueo, i confini tra ricerca scientifica e attività tecnica, il controllo delle barche, la trasparenza dei permessi, la formazione necessaria per entrare in una grotta sommersa, la tentazione di trattare l’esperienza come una corazza. Perché l’esperienza serve, sì. Ma non rende invulnerabili.

Nei prossimi giorni si capirà meglio che cosa diranno gli strumenti, le autorizzazioni, le testimonianze dei superstiti rimasti sulla Duke of York, le verifiche delle autorità maldiviane e quelle italiane. Per ora il dato più solido è anche il più amaro: cinque italiani sono morti in una grotta sommersa, un soccorritore è morto cercando di recuperarli, e il rientro dei corpi richiede la stessa cautela di una nuova immersione estrema. Il mare, quando chiude una porta, non la riapre perché qualcuno da terra lo implora. Bisogna entrarci con metodo, rispetto e paura buona. Quella che salva la vita.

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