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Brexit addio: il Regno Unito tornerà nell’Ue?

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Brexit addio

Il rientro del Regno Unito nell’Unione europea è tornato a essere un tema politico reale, non più soltanto una nostalgia da europeisti sconfitti. A Londra si parla di “Brentry”, l’opposto simbolico della Brexit, perché una parte del Labour ha rotto il silenzio sul ritorno nell’Ue proprio mentre Keir Starmer tenta di ricucire i rapporti con Bruxelles senza riaprire ufficialmente la ferita del referendum del 2016. La strada, però, è lunga: non esiste una scorciatoia, non c’è un pulsante da premere, e un eventuale rientro richiederebbe una nuova domanda di adesione, il via libera dei Ventisette, negoziati difficili e quasi certamente un mandato politico molto più netto di quello che oggi il governo britannico può rivendicare.

Il punto centrale è questo: il Regno Unito può chiedere di tornare nell’Ue, ma non può pretendere di rientrare alle vecchie condizioni. La sterlina, gli sconti di bilancio, le eccezioni costruite nei decenni precedenti alla Brexit, tutto diventerebbe materia di scontro. Bruxelles guarderebbe a Londra con interesse, certo, perché il Regno Unito resta una potenza militare, finanziaria, diplomatica e scientifica. Ma anche con memoria lunga. Troppo fresco il divorzio, troppo costoso il negoziato, troppo instabile il quadro politico britannico per immaginare un ritorno morbido, come chi rientra a casa dopo aver dimenticato le chiavi sul tavolo.

Il tabù spezzato dentro il Labour

La parola che ha cambiato il rumore di fondo è arrivata dall’interno del Labour. Wes Streeting, ex ministro della Sanità e possibile sfidante nella guerra di successione a Starmer, ha definito la Brexit un errore catastrofico e ha rimesso sul tavolo l’idea che il futuro britannico possa, un giorno, stare di nuovo dentro l’Unione europea. Non è una proposta compiuta, non è un manifesto elettorale già stampato, ma politicamente pesa. Per anni, anche tra i laburisti più europeisti, la parola “rientro” era stata trattata come una candela accesa in una stanza piena di benzina: meglio non avvicinarsi.

Starmer ha scelto un’altra linea, più fredda, più chirurgica, quasi da avvocato: riavvicinare il Regno Unito all’Europa senza promettere l’adesione. Vuole meno attrito commerciale, cooperazione sulla sicurezza, intese su giovani, energia, alimentare, ricerca. Vuole mettere il Paese “al cuore dell’Europa”, ma senza dire che Londra tornerà nel club. È il classico equilibrio da premier sotto pressione: abbastanza Europa per rassicurare imprese, università e giovani; non troppa Europa per non consegnare a Nigel Farage e a Reform UK una bandiera infuocata da sventolare nei collegi pro-Brexit.

La difficoltà è che la politica britannica, quando sente odore di Europa, torna subito a dividersi come un vetro colpito. Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester e altra figura osservata per il futuro del Labour, ha preso le distanze da un ritorno immediato nell’Ue, pur riconoscendo i danni della Brexit. Il suo messaggio è più territoriale, più operaio, più Nord inglese: prima salari, trasporti, sanità, case, poi il resto. In collegi dove il Leave vinse con margini larghi, parlare di rientro può sembrare a molti elettori un ritorno al litigio permanente. Non una visione, ma una riapertura della vecchia trincea.

Che cosa significa davvero “Brentry”

“Brentry” è una parola brillante perché semplifica tutto, ma proprio per questo inganna un po’. Non indica una procedura ufficiale, bensì una nuova fase politica: la possibilità che il Regno Unito smetta di limitarsi al cosiddetto reset e torni a discutere di adesione piena. La Brexit fu una decisione binaria, dentro o fuori; il dopo-Brexit si è rivelato invece una palude di grigi, cavilli, certificati, controlli, visti, riconoscimenti professionali, file invisibili nei porti, studenti tagliati fuori da opportunità europee, imprese costrette a pagare in tempo e in margini ciò che prima scorreva quasi senza rumore.

Il ritorno nell’Ue, però, non sarebbe un semplice “annullamento” della Brexit. Il Regno Unito è oggi un Paese terzo, legato all’Unione da accordi commerciali e politici, ma esterno al mercato unico, all’unione doganale e alla libera circolazione. Per diventare di nuovo membro dovrebbe seguire la procedura prevista per ogni Stato europeo candidato. Anche se Londra parte da una posizione molto diversa rispetto ad altri aspiranti membri, perché ha già vissuto dentro l’ordinamento europeo per decenni, Bruxelles non potrebbe fingere che nulla sia accaduto. La fiducia, in politica europea, è una valuta più lenta da ricostruire della sterlina sui mercati.

Qui il nodo si fa più ruvido. Un nuovo ingresso probabilmente non restituirebbe automaticamente al Regno Unito i privilegi di un tempo. Prima della Brexit, Londra aveva negoziato eccezioni pesanti: fuori dall’euro, fuori da Schengen, con un trattamento particolare sul bilancio. Oggi molti governi europei accetterebbero con favore un Regno Unito stabile e convintamente europeista, ma avrebbero poca voglia di riaprire il capitolo delle deroghe su misura. Dopo anni passati a gestire il divorzio britannico, l’Ue chiederebbe garanzie politiche solide: non un entusiasmo di stagione, non un cambio di leader, non un sondaggio favorevole, ma un orientamento nazionale duraturo.

La procedura: domanda, negoziati, unanimità

Sul piano legale il percorso passa dall’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea. Qualsiasi Paese europeo che rispetti democrazia, Stato di diritto, diritti fondamentali e principi dell’Ue può presentare domanda di adesione. A quel punto si apre un processo politico e tecnico: la Commissione valuta, il Consiglio decide, si negoziano capitoli, obblighi, transizioni, contributi, regole, compatibilità normative. Alla fine serve l’accordo unanime degli Stati membri e la ratifica secondo le procedure previste. In parole povere: basta un veto nazionale per fermare la porta.

Per Londra alcuni capitoli sarebbero più semplici che per altri candidati, perché molte strutture amministrative, giuridiche e regolatorie britanniche conservano ancora tracce profonde dell’appartenenza europea. Ma i punti più sensibili sarebbero enormi: libera circolazione, contributi al bilancio, ruolo della Corte di giustizia, pesca, agricoltura, regole finanziarie, status dell’Irlanda del Nord, eventuale impegno futuro sull’euro. Non sono dettagli da commissione tecnica. Sono pezzi di sovranità, o almeno così verrebbero raccontati dalla campagna contraria. E nel Regno Unito la parola sovranità non è mai neutra: arriva con tamburi, bandiere e titoli a caratteri cubitali.

C’è poi il tema del referendum. La legge britannica non imporrebbe automaticamente una nuova consultazione popolare per chiedere l’adesione, ma politicamente sarebbe difficile immaginare un ritorno nell’Ue senza un voto chiaro. Il referendum del 2016, vinto dal Leave con il 52 per cento, è ancora il totem su cui si regge l’intero edificio emotivo della Brexit. Un governo che volesse rovesciare quella scelta avrebbe bisogno di una legittimazione robusta, forse persino superiore alla maggioranza semplice. Non perché lo chiedano i trattati, ma perché lo chiederebbe la stabilità del Paese. Bruxelles, dal canto suo, non vorrebbe rivedere il film del 2016 con un finale provvisorio.

Il reset di Starmer non è ancora il ritorno

Il governo Starmer ha già imboccato una via di riavvicinamento. Il Regno Unito ha lavorato a nuove intese con l’Ue su alimentare, energia, scambio di emissioni, difesa, sicurezza e programmi per i giovani, e il ritorno a Erasmus+ dal 2027 è uno dei segnali più visibili di questa stagione. Non è poco: per studenti, apprendisti, università, scuole e istituzioni culturali significa riaprire finestre che la Brexit aveva chiuso con una certa brutalità burocratica. Per migliaia di giovani britannici, l’Europa torna a essere non solo una mappa turistica, ma un’esperienza di studio, lavoro, lingua, vita quotidiana.

Eppure il reset resta una politica da corridoio stretto. Starmer continua a escludere il ritorno nel mercato unico, nell’unione doganale e nella libera circolazione, cioè proprio i tre pilastri che renderebbero davvero profondo il riavvicinamento economico. Vuole ridurre i costi della separazione senza confessare che la separazione è stata il problema. Vuole più Europa funzionale, meno Europa simbolica. È comprensibile, perfino razionale, ma produce un’ambiguità permanente: abbastanza integrazione da irritare i brexiter duri, non abbastanza da soddisfare chi considera la Brexit un errore strategico.

Per le imprese britanniche, la differenza tra reset e rientro è molto concreta. Un accordo sanitario e fitosanitario può ridurre controlli e burocrazia su prodotti alimentari e agricoli, ma non ricrea da solo la fluidità del mercato unico. Un’intesa sull’energia può aiutare a coordinare reti e prezzi, ma non cancella anni di divergenza normativa. Un patto di sicurezza può avvicinare Londra a Bruxelles sul piano geopolitico, soprattutto con la guerra in Ucraina e l’instabilità globale sullo sfondo, ma non trasforma il Regno Unito in membro dell’Ue. È come rimettere insieme una tazza rotta con una colla buona: torna utile, magari regge, ma le crepe restano visibili controluce.

Perché l’economia ha riaperto la ferita

La discussione non nasce soltanto da identità e nostalgia. La Brexit è diventata anche una questione di performance economica, e qui il racconto sovranista ha perso molta della sua vernice iniziale. Le promesse di deregolazione felice, commercio globale liberato e denaro pubblico recuperato non hanno prodotto il miracolo annunciato. Al contrario, imprese esportatrici, università, agricoltura, logistica, finanza, turismo e ricerca hanno dovuto imparare una nuova grammatica fatta di moduli, certificati, controlli, costi legali, tempi doganali. Una pioggia sottile, non sempre spettacolare, ma capace di bagnare tutto.

Le stime più severe attribuiscono alla Brexit una riduzione significativa del Pil britannico rispetto a uno scenario senza uscita dall’Ue. Il danno non si è materializzato in un solo giorno, come un crollo di Borsa, ma si è accumulato lentamente, attraverso minori investimenti, incertezza regolatoria, commercio più debole, minore produttività e meno integrazione con il principale mercato geografico del Paese. La Brexit ha funzionato come sabbia negli ingranaggi: nessun pezzo si rompe subito, però il motore gira peggio, consuma di più, perde potenza.

Questo spiega perché una parte dell’opinione pubblica britannica appare oggi più aperta a un riavvicinamento. I sondaggi indicano da tempo una crescita del rimpianto per la Brexit e un sostegno consistente a rapporti più stretti con Bruxelles, anche se il consenso si fa meno compatto quando entrano in scena i prezzi reali del rientro: libera circolazione, contributi finanziari, regole comuni, possibile perdita delle vecchie eccezioni. Molti elettori vogliono i benefici pratici dell’Ue, meno code, più commercio, più opportunità per i giovani, ma non tutti accettano facilmente il pacchetto politico che quei benefici comportano. È il cuore del paradosso britannico: desiderare l’ombrello europeo continuando a discutere sul prezzo del manico.

Bruxelles ascolta, ma non dimentica

Dall’altra parte della Manica non c’è un rifiuto ideologico. L’Ue avrebbe interesse a un Regno Unito più vicino, soprattutto in un’epoca di guerre, pressioni commerciali, competizione tecnologica e incertezza americana. Londra porta intelligence, difesa, università, mercati finanziari, diplomazia, seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu, industria creativa, capacità scientifica. In un continente che discute di autonomia strategica e sicurezza economica, lasciare fuori una potenza britannica stabilmente cooperativa sarebbe poco sensato.

Ma Bruxelles non ragiona solo per convenienza immediata. Il trauma negoziale della Brexit ha consumato anni di energia politica europea, imponendo vertici, testi legali, protocolli, tensioni sull’Irlanda del Nord, minacce di rottura, campagne interne e una sfiducia che non si cancella con un cambio di lessico. Per molti governi europei, il Regno Unito resta un partner prezioso ma volatile, capace di cambiare umore a ogni elezione e di trasformare l’Europa in bersaglio domestico quando la politica interna si complica. Un ritorno sarebbe accolto meglio se Londra dimostrasse prima una lunga stagione di stabilità europeista.

C’è anche un tema di priorità. L’allargamento dell’Ue guarda già a Ucraina, Moldova e Balcani occidentali, dossier strategici, delicati, pieni di conseguenze per bilancio, agricoltura, sicurezza e governance interna. Inserire il Regno Unito in questa agenda significherebbe aprire un negoziato politicamente gigantesco con un Paese ricco, esigente, abituato a pesare. Non impossibile. Ma non gratuito. Bruxelles potrebbe chiedersi: vale la pena spendere capitale politico per riportare dentro Londra se Londra stessa non garantisce di voler restare per una generazione?

Le alternative: modello norvegese, svizzero o accordi su misura

Tra il fuori e il dentro esistono varie zone intermedie. Il modello norvegese significherebbe accesso al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo, con accettazione di molte regole Ue e della libera circolazione, ma senza pieno potere decisionale sulle norme. Per i britannici sarebbe economicamente utile e politicamente indigesto: pagare, allinearsi, accettare mobilità, ma senza sedere davvero al tavolo. Una formula che molti europeisti vedrebbero come ponte, e molti sovranisti come umiliazione.

Il modello svizzero offre un’altra suggestione, fatta di accordi settoriali e accessi negoziati. È più flessibile in apparenza, ma richiede comunque allineamenti, contributi e compromessi sulla mobilità, oltre a una manutenzione continua dei rapporti con Bruxelles. L’Ue, dopo anni di frizioni con Berna, non ha grande voglia di moltiplicare modelli speciali. Per questo il Regno Unito potrebbe cercare una via propria: accordi più profondi su sicurezza, energia, ricerca, alimentare, giovani, magari finanza in parte, senza chiamarla adesione. Il problema è che ogni nuovo accordo riapre la stessa domanda politica: quanta Europa può accettare Londra senza ammettere che la Brexit ha fallito?

Questa è la terra del reset, una terra di compromessi parziali. Funziona per ridurre alcuni danni, non per cancellarli tutti. Aiuta i settori più colpiti, rassicura le imprese, manda segnali ai giovani, ricuce rapporti diplomatici. Ma non restituisce automaticamente la profondità del mercato unico, né la prevedibilità normativa, né la piena cittadinanza europea. È una medicina a dosi controllate, non un trapianto.

La battaglia politica sarà più dura della procedura

Il vero ostacolo non è soltanto Bruxelles. Il muro più alto è dentro il Regno Unito, in un sistema politico stanco, polarizzato, attraversato dalla crescita di Reform UK e dalla crisi dei Conservatori, con il Labour diviso tra pragmatismo governativo e pressione europeista. Farage aspetta solo che il rientro nell’Ue diventi tema nazionale per trasformarlo in una nuova guerra culturale. “Tradimento”, “confini aperti”, “élite”, “sottomissione a Bruxelles”: il vocabolario è già pronto, piegato sul bancone come un vecchio giornale di pub.

Per Starmer, spingersi troppo avanti sarebbe rischioso. Il premier vuole presentarsi come l’uomo che ripara la Brexit senza riscrivere il referendum, ma questa posizione può diventare scomoda da entrambi i lati. Gli europeisti gli rimproverano timidezza; i brexiter lo accusano comunque di riportare il Paese nell’orbita europea dalla porta di servizio. Streeting ha reso più difficile la sua manovra, perché ha detto ad alta voce ciò che una parte del Labour pensa sottovoce: prima o poi, se i danni restano e l’opinione pubblica cambia, il tema del rientro pieno non potrà essere evitato.

La domanda decisiva, quindi, non è solo giuridica. Serve capire quale Regno Unito vorrebbe rientrare nell’Ue: uno convinto, uno pentito, uno spaventato, uno opportunista o uno semplicemente stanco della Brexit. Bruxelles farebbe molta differenza tra queste versioni. Un ritorno costruito su una maggioranza risicata e rancorosa sarebbe fragile. Un ritorno fondato su un consenso ampio, generazionale, economico e strategico avrebbe tutt’altra forza. Nel 2016 il Regno Unito votò per uscire con uno scarto stretto ma politicamente devastante; un eventuale rientro avrebbe bisogno di un mandato più largo, più paziente, più adulto.

Il vecchio divorzio è diventato una nuova trattativa

La “Brentry” non è dietro l’angolo, ma non appartiene più alla fantasia. Il Regno Unito è entrato in una fase in cui il costo della Brexit pesa più del mito della liberazione, e la politica comincia a inseguire ciò che l’economia, i giovani e una parte delle imprese dicono da tempo con meno teatro: stare lontani dall’Europa costa. Non sempre in modo spettacolare, non sempre con un cartellino appeso al prezzo del pane, ma costa in opportunità, influenza, investimenti, mobilità, peso negoziale.

Per ora la via più realistica resta il riavvicinamento graduale: accordi settoriali, cooperazione sulla difesa, Erasmus+, meno barriere su alcuni scambi, più coordinamento energetico e normativo. Il rientro pieno nell’Ue richiederebbe un cambio politico molto più profondo, probabilmente un programma elettorale esplicito, un referendum, una negoziazione lunga e la disponibilità dei Ventisette a riaprire una porta che Londra ha sbattuto con forza. Non è impossibile. Ma sarebbe il contrario della Brexit come fu venduta: meno slogan, più pazienza; meno bandiere, più trattati; meno nostalgia imperiale, più interdipendenza accettata.

La notizia vera, allora, non è che il Regno Unito stia per tornare nell’Ue. La notizia è che Londra ha ricominciato a immaginare il ritorno, e quando una possibilità entra nel linguaggio politico, anche se goffa, anche se prematura, anche se respinta dal governo in carica, smette di essere un fantasma. La Brexit era nata come promessa di controllo. Dieci anni dopo, la discussione sulla “Brentry” racconta un Paese che cerca un’altra parola per dire dipendenza reciproca senza sentirsi sconfitto. E questa, per Londra, è forse la trattativa più difficile: non con Bruxelles, ma con se stessa.

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