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Quanto guadagna un tabaccaio su un pacchetto di sigarette?

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ragazza con occhiali di profilo che fuma

Il margine su ogni pacchetto è minimo, ma volume e servizi fanno la differenza: dati reali e numeri aggiornati sui guadagni di un tabaccaio.

Chi entra in tabaccheria per comprare un pacchetto di sigarette probabilmente non si pone nemmeno il problema. Tira fuori i cinque euro, li poggia sul bancone, riceve il resto, se c’è, e se ne va. Fine della storia. Ma chi sta dall’altra parte del bancone sa bene che, da quei cinque euro, non gli resterà molto. Anzi, a essere precisi, di quel pacchetto incartato e tassato fino all’ultimo centesimo, al tabaccaio finisce in tasca poco più di cinquanta centesimi. Non di più. Non è una stima approssimativa. È una cifra netta, determinata per legge. Uguale per tutti, da Milano a Caltanissetta.

E allora vale la pena chiederselo davvero, senza retorica: come funziona esattamente il meccanismo? Perché c’è ancora chi apre una tabaccheria nel 2025, se il margine su ogni singolo prodotto è così basso? Cosa permette a un’attività del genere di restare in piedi – o addirittura di prosperare – in un mercato iper-regolamentato come quello del tabacco?

Dove finiscono davvero i soldi di un pacchetto

Il prezzo che ogni consumatore paga per una confezione di sigarette è solo in minima parte destinato a chi le vende. La gran parte, oltre il 75%, se ne va in accise e IVA, con una struttura fiscale tra le più rigide d’Europa. In concreto, se un pacchetto costa 5 euro, circa 3 euro e mezzo sono imposte. Un altro 15% circa va a coprire costi di produzione, distribuzione, logistica. E il tabaccaio? A lui resta un aggio medio del 10%, che si traduce in 0,50 euro lordi per ogni confezione venduta. Stop.

E non è una percentuale variabile. È fissa, definita dal sistema dei Monopoli di Stato, e non può essere modificata. Non ci sono offerte, sconti, ricarichi extra. Non si può giocare sui volumi di acquisto per ottenere prezzi migliori. Il margine è quello. Punto.

Quel mezzo euro moltiplicato per mille

Detta così, sembrerebbe tutto finito. Ma il gioco vero non è nel margine, è nel volume. Perché se su un pacchetto ci guadagni 0,50 euro, su 100 pacchetti al giorno cominci a vedere 50 euro, che in un mese diventano 1.500 euro solo da tabacco. Se vendi 200 pacchetti al giorno, arrivi a 3.000 euro al mese. E se riesci a integrarli con altri servizi – giochi, bollette, ricariche – puoi costruire un piccolo sistema che tiene. Ma serve numeri. E serve tempo. E non è detto che basti.

Ci sono tabaccherie in centri storici che lavorano 12 ore al giorno e vendono fino a 300 pacchetti quotidianamente. E ci sono attività in piccoli paesi che, con 40 o 50 pacchetti, non coprono nemmeno le spese dell’affitto. Perché sì, a fine mese bisogna tirare le somme, e non sono tutte rose e margini lordi.

Il peso reale delle spese fisse

Chi apre una tabaccheria deve affrontare ogni mese una lista abbastanza rigida di costi. L’affitto, prima di tutto, che può variare da 500 euro in un piccolo comune a oltre 2.000 in un centro città. Poi ci sono le utenze, il commercialista, l’assicurazione, i contributi INPS, le spese per la contabilità, i software obbligatori per la gestione dei prodotti soggetti a tracciabilità fiscale. Senza contare l’eventuale dipendente o l’aiuto occasionale, che per molti è indispensabile almeno nei weekend.

Una gestione realistica di una tabaccheria media, con 150 pacchetti al giorno, potrebbe avere una marginalità lorda da sigarette intorno ai 2.200 euro. Ma se le spese fisse arrivano a 1.700 o 1.800 euro, il netto resta davvero esile. Il trucco? Integrare, allargare, diversificare.

La sigaretta tiene in piedi il resto, ma non basta

È un paradosso solo apparente. Le sigarette sono il motore, ma raramente il profitto. Portano clienti, portano costanza, portano movimento. Ma da sole non bastano. E per questo quasi ogni tabaccheria oggi è anche centro servizi, ricevitoria, piccolo emporio. I Gratta e Vinci portano un aggio intorno all’8%. Il Lotto qualcosina in meno. Le ricariche telefoniche pochissimo, ma sono frequenti. La vendita di articoli da fumo, invece, può salire fino al 20-30% di margine. E se si trova la nicchia giusta – pipe artigianali, sigari di fascia alta, accessori personalizzati – si può anche salire.

Ma ci vuole testa. E conoscenza del territorio. Perché quello che funziona in una zona centrale non funziona in una frazione. E ciò che va in una località di mare in agosto, magari non rende nulla in un quartiere residenziale di una città del nord.

Numeri alla mano: una giornata tipo

Facciamo due conti. Una tabaccheria che vende 120 pacchetti al giorno, con un aggio medio di 0,50 euro a pacchetto, genera circa 60 euro al giorno da tabacco. In un mese lavorativo di 26 giorni, sono 1.560 euro. Se a questi si sommano 600 euro da giochi, 400 da articoli vari e 300 da ricariche e altri servizi, si arriva a circa 2.860 euro di incasso lordo.

Togliendo affitto (700 euro), utenze (200), commercialista (150), INPS (400), forniture e altre spese minori (300), il netto resta intorno ai 1.100 euro. Se non c’è personale da pagare, è sostenibile. Se c’è, diventa difficile. E non è raro dover fare i conti anche con scorte invendute o insoluti.

Contabilità e obblighi: non è solo una cassa e via

Gestire una tabaccheria non è semplice. I Monopoli richiedono una contabilità precisa. Ogni prodotto venduto dev’essere tracciato. I registri devono essere aggiornati. Le verifiche non sono infrequenti. E chi sgarra, paga.

L’aggio va registrato con criterio. I bollettini devono essere consegnati nei tempi. Le differenze di magazzino vanno giustificate. È un mestiere con regole rigide, a tratti più vicine a una concessione amministrativa che a un’attività commerciale in senso stretto.

Ci sono differenze da zona a zona

Sì, tante. E spesso decisive. In un centro cittadino con alto passaggio, l’affitto è più alto, ma anche il volume di vendita. In un quartiere residenziale o in periferia i costi sono più bassi, ma la clientela meno costante.

La concorrenza conta molto. Se nelle vicinanze c’è un distributore automatico 24 ore su 24 o un’altra tabaccheria con servizi più rapidi, il calo si sente. Allo stesso modo, alcune zone hanno una clientela più propensa a usufruire di tutti i servizi, altre no. E queste differenze incidono.

Un mestiere che funziona… per chi sa farlo

Il guadagno su ogni pacchetto di sigarette è limitato. In media, il tabaccaio incassa circa 0,50 euro a confezione. Non può aumentare, non può negoziare, non può fare sconti. Ma quel margine, moltiplicato per decine o centinaia di pacchetti al giorno, può diventare una base solida.

Se poi si aggiungono servizi, prodotti complementari e un po’ di spirito imprenditoriale, si può trasformare una semplice rivendita in un’attività redditizia. Non è un lavoro passivo. Non è solo vendere sigarette. È gestione, è pianificazione, è conoscenza del cliente. E chi riesce a farlo bene, oggi, continua a guadagnare. Anche senza gridarlo. Anche con mezzo euro alla volta.


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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Money.itAgenzia delle Dogane e dei MonopoliB2ScoutLa Legge per Tutti.

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