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Quando Totti tornerà davvero alla Roma dei Friedkin?

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Totti tornerà davvero alla Roma dei Friedkin

Totti può tornare alla Roma: il piano dei Friedkin, il ruolo possibile e cosa cambierebbe davvero dentro e fuori Trigoria oggi

La Roma sta davvero valutando di riportare Francesco Totti dentro il club, e stavolta non è la solita chiacchiera da bar o la suggestione buona per riempire un talk. A riaprire il dossier, con parole nette, è stato Claudio Ranieri, oggi figura di riferimento nell’organigramma giallorosso come senior advisor della proprietà: ha spiegato che i Friedkin “ci stanno pensando” e che l’ex capitano potrebbe tornare “utile” alla Roma, perché “è parte del club”. Il punto, adesso, non è più se l’idea esista: esiste. Il punto è che forma può prendere, in che tempi, con quali margini reali e con quale perimetro di potere.

Per il lettore romanista e per chi segue la Serie A da vicino, la notizia va messa a fuoco così: non si parla di un ritorno in campo, non si parla di un’operazione nostalgia, non si parla di una passerella. Si parla, semmai, di un rientro “in società”, dunque a Trigoria, con un ruolo da definire e con un equilibrio delicato da trovare tra immagine, competenze, responsabilità e catena di comando. E qui la storia si fa concreta: la Roma di oggi è un club americano nella governance, italianissimo nella pressione quotidiana, e Totti è ancora il nome che sposta umori, titoli, aspettative, perfino le conversazioni con gli sponsor. Non basta rimetterlo dentro: bisogna capire dove lo metti e cosa gli fai fare davvero.

Un segnale che arriva da Trigoria, non dai social

Il dettaglio che cambia tutto è la fonte interna: Ranieri non ha parlato da tifoso in vena di romanticherie, ha parlato da uomo che vive il club da dentro e conosce i ragionamenti della proprietà. Il suo passaggio chiave è doppio: da una parte certifica che l’idea non è estemporanea (“ci stanno pensando”, con quel sottinteso di ragionamento già avviato), dall’altra lega il possibile ritorno a una logica di utilità, non di celebrazione. Tradotto: se Totti rientra, deve portare valore misurabile, non soltanto applausi.

C’è poi la cornice: le parole arrivano da Trigoria, in un momento in cui l’ambiente romanista è sensibile a qualunque mossa che tocchi identità e governance. La Roma degli ultimi anni ha alternato scelte forti a frenate improvvise, svolte tecniche a ripartenze, con una costante: ogni volta che la piazza si sente distante, la domanda torna sempre uguale, quasi ossessiva, come un ritornello allo stadio. “Dov’è la romanità?” Ecco perché il nome di Totti, anche solo evocato, fa rumore. Ma è un rumore che può diventare musica o fischio, dipende da come lo gestisci.

Il precedente che pesa: l’addio del 2019 e la ferita mai chiusa

Per capire perché questa storia sia così sensibile bisogna tornare al 17 giugno 2019, al giorno delle dimissioni di Totti da dirigente, dopo la fine della carriera da calciatore nel 2017 e un passaggio societario vissuto con frizioni, divergenze e un addio pubblico tutt’altro che morbido. Quell’uscita lasciò una scia: da un lato una parte di tifoseria convinta che Totti fosse stato messo ai margini, dall’altro un club che, in quel momento, aveva scelto una struttura decisionale in cui le “bandiere” non avevano spazi reali. Il risultato fu una rottura emotiva e politica, non solo sportiva.

Da allora Totti è rimasto Roma senza essere Roma, come una statua vivente fuori dal museo: tutti la guardano, tutti la indicano, ma non è dentro la stanza dove si prendono decisioni. Ogni tanto un’apparizione, una parola, una battuta, un retroscena. E quel vuoto, nel tempo, ha fatto da amplificatore: perché quando una società fatica a dare un volto chiaro al proprio progetto, la memoria occupa lo spazio lasciato libero. E la memoria, a Roma, ha una maglia numero 10.

Che ruolo può avere Totti oggi, senza equivoci

Il nodo vero è il ruolo, e non è un tecnicismo da organigramma: è la differenza tra un ritorno che funziona e un ritorno che esplode. In questi casi esistono due strade principali, entrambe plausibili ma molto diverse. La prima è la figura di rappresentanza: Totti come ambasciatore del club, volto istituzionale, ponte con i tifosi, presenza negli eventi, nelle iniziative strategiche, nelle relazioni ad alto livello. È la strada più “sicura”, perché limita le zone grigie: meno decisioni operative, meno conflitti interni, meno rischi di attribuzione delle colpe quando qualcosa va storto.

La seconda strada è quella più ambiziosa e più pericolosa: un ruolo tecnico-operativo, con un coinvolgimento reale su scouting, giovani, indirizzi di mercato, rapporti con agenti e calciatori, magari con una funzione di raccordo tra area sportiva e proprietà. Qui si entra nel vivo, e qui il nome Totti diventerebbe un acceleratore: se la Roma azzecca due colpi, Totti è “genio”; se sbaglia una sessione, Totti diventa bersaglio. Non è giusto, ma succede. Il calcio italiano vive così: la personalizzazione è una legge non scritta.

Il confine tra “simbolo” e “potere”: perché serve chiarezza chirurgica

In un club moderno, le responsabilità devono essere nette, e la Roma non fa eccezione. Se Totti entra con un ruolo ibrido, a metà tra immagine e decisione, si rischia di creare un doppio centro di gravità: da una parte i dirigenti con deleghe, dall’altra l’icona con influenza informale. A Trigoria, queste cose si sentono: negli sguardi, nei corridoi, nelle telefonate. E lo spogliatoio, che fiuta le gerarchie come un cane da tartufo, capisce subito chi pesa davvero. E se capisce male, è un problema.

Per questo, se l’operazione andrà in porto, la Roma dovrà scrivere un perimetro pulito: cosa fa Totti, con chi lavora, a chi risponde, su quali dossier ha voce, su quali no. Non per ingabbiarlo, ma per proteggerlo. Perché l’errore più comune in questi ritorni è pensare che il nome basti a far funzionare tutto. Il nome, invece, è solo la miccia: poi serve un progetto che non bruci.

L’effetto sul campo: spogliatoio, mercato, attrattività

La domanda che molti fanno sottovoce è pragmatica: Totti sposta qualcosa anche sul campo? La risposta, secca, è che non firma contratti e non segna gol. Però può cambiare contesto, e nel calcio il contesto conta. Un calciatore che sta scegliendo tra due destinazioni non decide soltanto con la tabella dello stipendio: decide anche con la percezione di stabilità, ambizione, identità. Un club che reintegra la sua figura più riconoscibile manda un messaggio, soprattutto ai giocatori cresciuti vedendo Totti in TV o sui videogiochi: qui c’è storia, qui c’è radice, qui si sta costruendo qualcosa.

Sul mercato, il valore potrebbe essere soprattutto relazionale: la credibilità nei dialoghi, la capacità di parlare la lingua dei calciatori, l’intuizione su profili che “a Roma reggono” e profili che “a Roma si sciolgono”. Non è scienza esatta, certo, ma chi conosce la piazza sa che la Roma è un test psicologico quotidiano: l’Olimpico ti alza o ti schiaccia. Totti quel peso lo conosce a memoria, e può aiutare a scegliere non solo chi è forte, ma chi è adatto.

Il rapporto con i tifosi: un moltiplicatore, nel bene e nel male

Nessuno in Italia ha un rapporto così organico con un club come Totti con la Roma, e questo rende la sua eventuale rientrata un fatto politico, quasi civico. La tifoseria romanista non è un blocco unico, ma su un punto tende a convergere: Totti è casa. Metterlo dentro può ricucire, può raffreddare certe tensioni, può ridare un volto “romano” a una proprietà percepita, a volte, come distante. Ma attenzione al rovescio: se la Roma usa Totti come scudo comunicativo, senza dargli sostanza, la piazza lo capisce. E quando lo capisce, non perdona.

C’è poi un aspetto di pressione: la presenza di Totti alza automaticamente l’asticella delle aspettative. Ogni scelta del club verrà letta anche attraverso di lui, come se fosse un filtro. È un potenziale vantaggio, perché costringe la Roma a essere più coerente, più “onesta” nel progetto. Ma è anche un rischio, perché riduce la tolleranza agli errori. E la Roma, come qualunque club, gli errori li fa.

Friedkin, Ranieri e la gestione del “fattore Roma”

La proprietà Friedkin ha mostrato negli anni una gestione molto controllata della comunicazione, quasi minimalista, e questa vicenda è interessante proprio perché esce dal recinto del silenzio tramite Ranieri. Non è un caso: Ranieri è una figura credibile per l’ambiente, sa parlare alla città senza incendiarla, conosce i tempi e i toni. Se lui apre la porta, è perché quella porta non è finta. E il fatto che lo faccia con una frase semplice, non enfatica, rafforza l’idea che dietro ci sia un ragionamento vero.

Per i Friedkin, Totti è anche una decisione di governance: integrare un’icona così grande significa accettare una quota di imprevedibilità emotiva, di esposizione mediatica, di pressione interna. Una proprietà americana, abituata a strutture aziendali più lineari, deve misurarsi con la specificità italiana: qui il calcio è narrativa quotidiana, e Roma è una città che vive di simboli. Mettere Totti in società è, in parte, scegliere di giocare quella partita.

Il tema dell’autonomia: quanto spazio si può concedere a una leggenda

La questione più delicata è l’autonomia decisionale, perché è stata proprio quella, anni fa, a generare frustrazione e rottura. Se Totti rientra e si ritrova a fare un ruolo ornamentale, la storia rischia di ripetersi, con un esito persino più rumoroso. Se invece rientra con potere reale, allora serve un assetto che lo supporti: competenze amministrative, struttura di scouting, processi condivisi, reportistica, metodo. Il carisma da solo non sostituisce l’organizzazione, e questo vale anche per Totti.

Qui Ranieri può essere un elemento di equilibrio: conosce l’ambiente e può funzionare da cerniera tra proprietà e “romanità”, tra logiche aziendali e logiche di campo. Ma non basta una cerniera, serve una porta ben costruita. E la Roma, oggi, dovrà dimostrare di saper costruire. Se l’operazione verrà fatta bene, sarà un segnale di maturità societaria.

I numeri di Totti, e perché contano ancora nel 2026

Quando si parla di Totti si rischia la retorica, quindi meglio restare sui fatti. La Roma, nelle proprie schede storiche, attribuisce a Totti 786 presenze totali e 307 gol con la maglia giallorossa, oltre a una mole di assist e giocate decisive che non stanno nei tabellini. In Serie A, i suoi numeri restano un riferimento: 619 presenze e 250 reti nello stesso club, un dato che oggi sembra quasi impossibile da replicare. Non è solo statistica: è la misura di una relazione durata un quarto di secolo, con continuità quotidiana.

Perché questi numeri contano in un discorso societario? Perché spiegano una cosa semplice: Totti non è un ex qualunque, è un “asset identitario”, un capitale di reputazione. In un calcio che vende storie oltre che partite, la Roma possiede una delle storie più forti d’Europa, e quella storia ha un volto. Reinserirlo nel club significa trasformare un patrimonio simbolico in valore organizzato, e qui la parola chiave è proprio organizzato: altrimenti resta soltanto un poster.

L’immagine internazionale: il brand Roma e la leva Totti

Sul piano internazionale, Totti è ancora riconoscibile come pochi, e questo ha ricadute pratiche: partnership, eventi, contenuti digitali, tour estivi, iniziative globali. La Roma compete in un mercato dove i club inglesi e spagnoli dominano attenzione e ricavi, e dove anche la Serie A fatica a mantenere centralità. Un volto come Totti, se inserito bene, può aumentare l’attrattività senza snaturare il club. Ma deve essere credibile, non un testimonial a comando: la differenza tra credibilità e marketing finto la percepiscono tutti, anche a migliaia di chilometri.

C’è poi un aspetto sottile: Totti non è “internazionale” perché parla a tutti, è internazionale perché è specificissimo. È Roma, in senso quasi fisico. E proprio per questo piace: perché nel calcio globale, dove le maglie a volte sembrano intercambiabili, le identità nette hanno valore. Il brand Roma è più forte quando è Roma davvero.

Che cosa manca per passare dalle parole ai fatti

Al momento, la situazione è questa: la proprietà sta valutando, il tema è sul tavolo, l’interesse esiste, e i segnali pubblici sono arrivati. Ma tra la valutazione e la firma c’è un territorio pieno di dettagli: condizioni, ruolo, timing, comunicazione, gestione interna. In casi simili, spesso la vera trattativa non è economica, è di perimetro: chi decide cosa, chi risponde a chi, come si misurano i risultati, come si evita che ogni difficoltà diventi un processo in piazza.

Ci sono anche sensibilità personali, e non vanno sottovalutate. Totti, in questi anni, ha costruito una vita pubblica autonoma rispetto al club, con attività e presenze che lo tengono sotto i riflettori. Tornare alla Roma significherebbe anche accettare di nuovo una disciplina quotidiana, una responsabilità permanente, una pressione che non finisce mai. La domanda vera, dietro le quinte, è se ci sia una convergenza completa: la Roma vuole Totti, ma Totti vuole la Roma alle condizioni giuste.

Il rischio “annuncio senza sostanza” e la necessità di tempi corretti

Nel calcio moderno, l’errore più facile è comunicare prima di costruire, perché la notizia fa rumore e il rumore sembra già un risultato. Ma qui il rumore è altissimo: basta una frase, e il dibattito diventa febbre. La Roma dovrà evitare l’effetto boomerang: annuncio affrettato, ruolo nebuloso, prime settimane confuse, e poi tensione. Se si decide di farlo, deve essere fatto con tempi solidi, senza fretta, con una narrazione chiara ma non teatrale. Perché il pubblico romanista, su certe cose, ha un radar finissimo.

Ecco perché le parole di Ranieri, paradossalmente, sono una prova di prudenza: non promettono, non fissano date, non disegnano poltrone. Dicono solo che ci si sta pensando e che sarebbe utile. È una frase piccola, ma in questo mondo le frasi piccole sono spesso le più vere. Adesso serve il passaggio successivo: trasformare l’idea in struttura.

La Roma che potrebbe nascere se il ritorno va in porto

Se Totti rientra con un ruolo definito e operativo, la Roma potrebbe guadagnare tre cose immediate: un ponte emotivo con la tifoseria, una leva d’immagine internazionale credibile, e una figura capace di leggere la piazza dall’interno. Ma il valore più interessante sarebbe un altro, meno visibile: la possibilità di costruire una “catena identitaria” stabile, in cui il club non cambia pelle ogni anno e non riparte ogni stagione da capo, come se mancasse memoria. La memoria, quando è organizzata, diventa competenza.

Naturalmente, tutto questo non cancella i problemi tecnici, non garantisce la Champions, non risolve una sessione di mercato sbagliata. Però può creare un contesto più robusto: e nel calcio, spesso, è lì che si vince. Le squadre che crescono davvero non vivono solo di picchi, vivono di continuità, di scelte coerenti, di clima interno. Totti, se inserito bene, potrebbe aiutare a stabilizzare quel clima, a rendere la Roma più “riconoscibile” anche quando perde una partita. E una squadra riconoscibile è già mezzo progetto.

La prova più dura: evitare che diventi una guerra di aspettative

Il pericolo più grande è la sproporzione tra simbolo e realtà, perché il simbolo è enorme e la realtà è sempre più piccola. Se la Roma presenta Totti come la soluzione, ha già perso: perché nessun uomo è soluzione, e a maggior ragione nel calcio. Se invece lo presenta come parte di un sistema, con compiti chiari e obiettivi realistici, allora il ritorno può funzionare. Qui serve maturità comunicativa, ma soprattutto serve maturità interna: un club che non scarica su un’icona il peso dei propri errori.

E serve anche una cosa semplice, quasi banale: rispetto del lavoro. Se Totti entra, deve studiare, aggiornarsi, sporcarsi le mani con riunioni, dossier, osservazioni, scelte impopolari. Il calcio dirigenziale non è una foto con la sciarpa. È routine, conflitto, responsabilità. Totti, da calciatore, quella responsabilità l’ha conosciuta eccome; da dirigente, è un altro sport, più silenzioso e più crudele. Ma proprio per questo, se decide di farlo, lo deve fare sul serio.

Il giorno in cui Roma smette di parlarne e lo vede davvero

La sensazione, oggi, è che la Roma stia cercando un punto di equilibrio tra modernità e radice, e che il nome di Totti sia tornato al centro perché è l’unico capace di tenere insieme due mondi che spesso si guardano con diffidenza: il club azienda e il club popolo. Ranieri ha messo la notizia sul tavolo con una frase breve, quasi domestica, eppure pesante come una pietra dell’Olimpico. Da qui in avanti, contano i dettagli: ruolo, deleghe, tempi, coerenza.

Se il ritorno avverrà, non sarà un fotogramma da celebrare, ma un test di credibilità per tutti: per la proprietà, che dovrà dimostrare di saper gestire un simbolo senza usarlo; per Totti, che dovrà dimostrare di saper essere dirigente senza vivere di rendita; per l’ambiente, che dovrà giudicare sui fatti e non sulle emozioni del momento. E quando quel test diventa quotidianità, quando le telecamere si spostano altrove e resta solo il lavoro, lì si capisce se era un’operazione di facciata o una scelta vera. A Roma, alla fine, la verità è sempre la stessa: o regge sul campo e a Trigoria, oppure non regge affatto.


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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: La Gazzetta dello SportSky SportRaiNewsCorriere della Serala RepubblicaANSA.

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