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Le sanzioni stanno soffocando l’economia russa?

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sanzioni stanno soffocando l’economia russa

Le sanzioni e il calo del petrolio stringono i conti di Mosca: crescita lenta, deficit in aumento e nuovi equilibri economici da capire ora.

L’economia russa sta rallentando e stavolta lo dicono anche dal Cremlino, con una chiarezza insolita: nel 2025 il Pil sarebbe cresciuto dell’1%, molto meno del 4,3% del 2024, e Vladimir Putin ha legato la frenata alle scelte della banca centrale per raffreddare l’inflazione. È un passaggio chiave perché sposta il racconto dalla “resilienza” alla gestione dell’affanno, e apre una domanda più concreta: quanto regge un Paese che finanzia una guerra lunga, paga interessi alti, perde pezzi di tecnologia e vede assottigliarsi la rendita energetica?

Il punto non è il collasso, che non si vede, ma l’erosione, lenta e cumulativa, che si infila nei bilanci pubblici, nei prezzi, nelle fabbriche e perfino nella logistica del petrolio. A inizio 2026, i segnali più netti arrivano da tre linee che si incrociano: entrate da petrolio e gas in calo, deficit sotto stress e una politica monetaria ancora restrittiva che tiene insieme rublo e inflazione ma frena consumi e investimenti. La Russia continua a camminare, sì, ma cammina con un peso addosso che non era così evidente due anni fa.

Un Pil che cresce poco e “a modo suo”

Quel +1% del 2025 va letto con cautela, non perché sia inventato per definizione, ma perché racconta una crescita molto diversa da quella che immaginiamo quando pensiamo a industrie civili che innovano, export che si allarga, produttività che sale. In Russia, una parte consistente della spinta arriva dalla domanda pubblica legata alla sicurezza e alla difesa: commesse, salari in settori collegati, produzione concentrata su beni che non aumentano il benessere quotidiano allo stesso modo di un’economia civile. È crescita, ma è anche spesa che brucia risorse e che, se manca la tecnologia, finisce per diventare più costosa nel tempo.

Putin ha presentato il rallentamento come una scelta “cosciente”, frutto della stretta della banca centrale per riportare giù l’inflazione. Dietro, c’è un equilibrio delicato: se lasci correre i prezzi, la stabilità sociale si incrina; se alzi i tassi e tieni il credito caro, tagli ossigeno alle imprese e rallenti l’attività. La Banca di Russia, nel suo resoconto di gennaio 2026 sulla discussione di politica monetaria, ha indicato una rotta: taglio del tasso chiave di 50 punti base al 16% a dicembre 2025, e previsione di inflazione in discesa verso il 4-5% nel 2026 con condizioni monetarie ancora “tese”. Tradotto in parole normali: si allenta un filo, ma non si molla.

Il problema è che una crescita all’1% non crea molto margine, soprattutto se lo Stato deve spendere tanto e se parte del settore privato vive di importazioni “creative” o di componenti che arrivano da triangolazioni più care. La Russia non è ferma, ma l’economia non sembra più in accelerazione: è più simile a un motore che gira alto per non spegnersi, con consumi e investimenti che devono fare i conti con tassi reali pesanti.

Il denaro che entra dallo Stato: entrate in calo, deficit sotto pressione

Il nervo scoperto, oggi, è il bilancio pubblico, perché è lì che si misura la distanza tra propaganda e numeri. Nel 2025 le entrate federali da petrolio e gas sono scese del 24% a 8,48 trilioni di rubli, il livello più basso dal 2020, complice un calo dei prezzi del petrolio di oltre il 18% nell’anno e un rublo più forte che riduce in rubli il gettito legato a prezzi in dollari. Parliamo della principale fonte di cassa per il Cremlino: quando questa voce si restringe, tutto il resto diventa più rigido, come una cintura tirata di un buco in più.

A inizio febbraio 2026 è emersa un’analisi che circola vicino ai palazzi del governo: se gli sconti sul greggio aumentano e se gli acquisti dell’India diminuiscono, il deficit potrebbe peggiorare molto oltre il piano ufficiale nel 2026, arrivando in alcune stime interne tra il 3,5% e il 4,4% del Pil contro un obiettivo di 1,6%. È un salto che cambia la musica: non significa default, ma significa più finanziamento da trovare, più riserve da usare, più interessi da pagare se si emette debito, e quindi meno libertà di manovra.

Il bilancio russo ha una regola che dovrebbe proteggere dalla volatilità del petrolio, la famosa “budget rule”: sopra un certo prezzo di riferimento, le entrate extra vanno in riserva; sotto, si attinge. Il guaio è che se il greggio russo resta stabilmente sotto il prezzo di riferimento e in più viaggia con sconti superiori al 20% rispetto ai benchmark internazionali, la regola si trasforma in un rubinetto che si apre sempre nella stessa direzione. Secondo le stesse analisi riportate in queste settimane, le riserve fiscali utilizzabili non sono infinite e potrebbero ridursi rapidamente se la traiettoria delle entrate non migliora: non è un cratere improvviso, è un consumo costante.

In tutto questo c’è un dettaglio che pesa più di quanto sembri: gennaio 2026, secondo dati governativi citati nelle ricostruzioni più aggiornate, ha visto le entrate energetiche quasi dimezzarsi rispetto ai livelli recenti, scendendo ai minimi dal 2020. È l’effetto combinato di prezzi, cambi e sconti. Un mese non fa storia da solo, ma è come sentire il pavimento scricchiolare: ti fermi un attimo, ascolti, e capisci che la casa regge, però non puoi far finta di niente.

Petrolio, sconti e “flotta ombra”: la guerra delle rotte conta quasi quanto il prezzo

Il petrolio russo oggi è una storia di rotte e assicurazioni almeno quanto di barili, perché le sanzioni hanno spostato il campo di battaglia nel mare: chi trasporta, con quali servizi, con quali documenti, a che prezzo. L’Unione Europea e i partner della “price cap coalition” hanno costruito un sistema che limita l’uso di servizi marittimi occidentali per trasportare greggio russo sopra il tetto imposto. Nel luglio 2025 l’Ue ha abbassato il price cap sul greggio a 47,6 dollari al barile, rendendo più difficile per Mosca ottenere margini senza ricorrere a canali alternativi. È un numero freddo, ma ha un effetto concreto: ogni dollaro di sconto in più si sente nelle casse dello Stato.

La risposta russa è stata l’espansione della cosiddetta “shadow fleet”, una flotta di petroliere spesso vecchie, con proprietà opache e assicurazioni non occidentali, usata per aggirare controlli e mantenere i flussi verso Asia e Medio Oriente. Qui non parliamo solo di geopolitica: parliamo di costi, rischi, incidenti, tempi di consegna, e soprattutto di sconti richiesti dagli acquirenti che sanno di avere il coltello dalla parte del manico. Anche quando il petrolio arriva, spesso arriva a prezzo più basso, perché il compratore si fa pagare il rischio reputazionale e logistico. È un capitalismo da corridoio, non da mercato trasparente.

India e Cina sono diventate centrali, ma non per amicizia: per convenienza. L’India, in particolare, è stata una valvola enorme per gli sbocchi del greggio russo, e proprio per questo ogni ipotesi di riduzione degli acquisti indiani pesa come una pietra sul bilancio. Se Delhi compra meno, Mosca deve trovare altri acquirenti o accettare sconti più profondi. E in un mercato che guarda anche alle pressioni diplomatiche e alle sanzioni secondarie, non è un esercizio semplice. Il risultato è che la Russia può ancora vendere, ma vende spesso “storta”, con un margine che si assottiglia.

C’è poi una partita che in Italia interessa più di quanto sembri: il gas e l’LNG, perché l’Europa ha ridotto drasticamente le importazioni via gasdotto, ma per un periodo ha continuato ad acquistare gas naturale liquefatto russo attraverso altri canali. Le nuove misure europee, sempre più mirate anche al GNL, hanno l’obiettivo di chiudere le scappatoie e ridurre il flusso di valuta forte verso Mosca. Non è un interruttore, è un dimmer: si abbassa lentamente la luce, ma l’idea è far calare la rendita energetica senza provocare shock di prezzo globali.

Tassi, inflazione e rublo: la coperta corta della banca centrale

Se guardi i tassi, capisci la tensione del sistema meglio che con mille discorsi, perché la politica monetaria è il punto in cui si incontrano prezzi, valuta e fiducia. La Banca di Russia a dicembre 2025 ha tagliato il tasso chiave al 16%, segnalando però la necessità di mantenere condizioni restrittive “per un periodo prolungato” per riportare l’inflazione al target. Lo stesso presidente russo, a dicembre, ha parlato di un’inflazione attesa in rallentamento verso il 5,5-5,7% nel 2025 dopo il 9,5% dell’anno precedente. È una promessa di raffreddamento, ma non è un ritorno alla normalità: è ancora un Paese che vive con il freno tirato.

Il rublo più forte, paradossalmente, è una lama a doppio filo, perché aiuta a contenere l’inflazione importata, ma riduce in rubli le entrate fiscali legate alle esportazioni energetiche, che si prezzano in dollari e si tassano su parametri collegati ai prezzi internazionali. Nel 2025, il rafforzamento della valuta ha contribuito a comprimere il gettito da petrolio e gas proprio mentre i prezzi globali scendevano. È la combinazione peggiore: vendi a meno e incassi “meno ancora” quando converti. È come correre in salita con lo zaino pieno.

Gli analisti intervistati dalla stessa Banca di Russia, nel suo sondaggio macroeconomico, si aspettano per il 2026 un’inflazione attorno al 5,3% e un tasso chiave medio ancora alto, con crescita del Pil prevista attorno all’1,1%. Questi numeri non sono slogan: dicono che la Russia potrebbe entrare in un triennio di crescita bassa e politica monetaria relativamente rigida. In altre parole, l’economia non cade, ma non prende quota; resta in quella fascia d’aria turbolenta in cui ogni scossone esterno si sente di più.

Per le famiglie e le imprese, tassi così significano credito più caro e investimenti più prudenti, soprattutto nei settori civili. Una fabbrica che deve modernizzare macchinari e software e non può comprare liberamente tecnologia occidentale, con un tasso alto e una catena di fornitura indiretta, spesso rimanda. E rimandare, quando vivi di produttività, è un costo invisibile che si accumula mese dopo mese. Non fa rumore, ma fa danno.

Tecnologia, componenti e “sostituzione delle importazioni”: la parte che non si vede subito

Le sanzioni più efficaci non sono sempre quelle che bloccano un bene domani mattina, ma quelle che tagliano accesso a tecnologie, componenti e know-how nel tempo. La Russia ha spinto molto sulla “import substitution”, sostituzione delle importazioni, con produzione interna e forniture da Paesi non allineati. In alcuni segmenti ha funzionato, almeno in superficie: scaffali pieni, marchi “nuovi”, filiere ricostruite. Ma quando scendi di un livello, nel cuore delle macchine, trovi spesso componenti che arrivano comunque dall’estero, solo attraverso triangolazioni più lunghe, più costose e più fragili. La tecnologia non è una valigia: non la cambi con una diversa etichetta.

I settori più esposti sono quelli ad alta intensità di componentistica avanzata, dall’aeronautica all’auto, dall’elettronica industriale alle telecomunicazioni. Qui il tema non è soltanto “avere” il pezzo, ma avere il pezzo giusto, certificato, con assistenza, con aggiornamenti software, con interoperabilità. Se ti mancano questi elementi, puoi produrre, sì, ma spesso con qualità inferiore, costi più alti e maggiore rischio di guasti. E quando l’economia si militarizza, la priorità va ai settori strategici; il resto, quello che sostiene il benessere quotidiano, rischia di restare indietro. È una modernizzazione che si incaglia.

C’è anche un fattore umano, poco visibile ma decisivo: la fuga di competenze, soprattutto in informatica, ingegneria e ricerca applicata. Non serve nemmeno una fuga totale: basta che i migliori cambino Paese o settore per ridurre la capacità di innovare. In un ambiente dove l’accesso a strumenti internazionali è limitato e la collaborazione con centri di ricerca globali è più complicata, la perdita di capitale umano pesa doppio. E la Russia, che aveva costruito isole di eccellenza, rischia di ritrovarsi con una base scientifica forte ma sempre più isolata. È un’erosione che non fa titoli, ma cambia il futuro.

Lavoro, salari, demografia: il prezzo interno della guerra lunga

Sul mercato del lavoro, la Russia mostra numeri da piena occupazione, con Putin che ha citato un tasso di disoccupazione attorno al 2,2% nel 2025, un livello bassissimo. Ma un numero così, in questo contesto, non significa necessariamente prosperità: può significare carenza di manodopera, mobilitazione, spostamento di lavoratori verso settori collegati alla difesa, e quindi pressione sui salari e sui prezzi. Quando manca personale, le imprese competono al rialzo, e l’inflazione si alimenta anche così. È un “bene” che diventa problema.

La banca centrale e gli analisti legati alle sue indagini prevedono salari nominali ancora in crescita, ma con un raffreddamento nel tempo, e real wages che aumentano in modo più moderato nei prossimi anni. È coerente con un’economia che evita la recessione ma non accelera: aumenti salariali per trattenere lavoratori, inflazione da domare, produttività che fatica a salire per carenza di tecnologia e investimenti civili. Il risultato può essere una società in cui alcuni settori, soprattutto quelli legati allo Stato, reggono meglio, mentre altri restano più esposti. Un Paese che si muove a due velocità.

La demografia russa, già difficile prima della guerra, si intreccia con la dinamica economica, perché un Paese che invecchia e perde lavoratori in età produttiva ha meno spazio per crescere. Se in più parte della popolazione attiva viene assorbita da un’economia di sicurezza o spinta all’emigrazione, la base si restringe. E quando la base si restringe, ogni shock, anche piccolo, pesa di più. Questo si traduce in una pressione costante sulle politiche pubbliche: più spesa per difesa e sicurezza, più bisogno di sostenere redditi, meno risorse per investimenti civili di lungo periodo. È un equilibrio che costa caro.

Quanto sono “insostenibili” le sanzioni: la risposta sta nella durata

Dire che le sanzioni sono “insostenibili” è una formula comoda, ma va riempita di contenuto, perché la Russia ha dimostrato di saper adattare rotte commerciali e strumenti finanziari. Il punto è un altro: adattarsi non è gratis. Ogni deviazione aumenta i costi, ogni triangolazione aggiunge attrito, ogni tecnologia sostituita con una meno efficiente riduce produttività. Nel breve, il sistema regge; nel medio, la somma degli attriti si vede in crescita più bassa, bilanci più fragili e maggiore dipendenza da pochi partner. Non è un colpo, è una limatura continua.

Sul fronte energetico, la strategia occidentale è stata affinata nel tempo, passando dall’embargo e dal price cap alla caccia alle elusioni: flotta ombra, assicurazioni, servizi marittimi, società di comodo. Quando l’Europa discute persino l’idea di sostituire il price cap con un divieto più ampio sui servizi marittimi legati al trasporto di petrolio russo, il messaggio è che la partita si sposta sulla capacità di far rispettare le regole. E l’applicazione delle regole, per Mosca, significa più rischio e spesso più sconto da concedere. Il margine si consuma lì, barile dopo barile.

Sul fronte finanziario, la Russia ha imparato a vivere con meno connessioni al sistema occidentale, ma non può replicare facilmente la profondità e la convenienza dei mercati globali dominati da dollaro ed euro. Una cosa è fare transazioni con alcuni partner in valute alternative; un’altra è attrarre capitali a basso costo, assicurarsi investimenti esteri di qualità e sostenere innovazione diffusa. Con tassi interni elevati e sanzioni che rendono rischioso anche solo “toccare” la Russia per molte aziende, la crescita tende a rimanere domestica e statale. È una crescita che si alimenta da sola, ma con meno carburante.

Il 2026 come anno di prova: cosa guardare davvero

Se il 2025 è stato l’anno della frenata dichiarata, il 2026 rischia di essere l’anno della prova dei conti, perché entrate energetiche più deboli e spesa alta mettono pressione sul deficit proprio mentre la banca centrale cerca di non far ripartire l’inflazione. Le stime più discusse parlano di una possibile manovra correttiva implicita: tagli di spesa, aumento di entrate non energetiche, o maggiore uso di riserve. Tutte opzioni politicamente sensibili, specie in un contesto in cui lo Stato deve mantenere consenso e stabilità. Il bilancio è la trincea invisibile.

Per capire se la traiettoria peggiora, ci sono segnali pratici che contano più dei comunicati, e non sono astratti: quanto resta ampio lo sconto sul greggio russo rispetto ai benchmark, quanto rapidamente si consumano le riserve fiscali liquide, se i tassi possono scendere senza riaccendere l’inflazione, e se i volumi venduti verso Asia tengono nonostante pressioni e rischi. Anche la dinamica del rublo è un termometro: se resta forte, aiuta i prezzi ma punisce il gettito; se si indebolisce, può gonfiare entrate in rubli ma alimentare inflazione. È un gioco di leve che si muovono insieme.

C’è infine un punto che spesso sfugge al lettore europeo, ma è centrale: la qualità della crescita, perché un’economia può crescere poco e restare stabile se investe in produttività; oppure può crescere poco e diventare fragile se la crescita è trainata da spesa corrente e filiere meno efficienti. La Russia, oggi, sembra più vicina al secondo scenario: una macchina che funziona, ma con componenti sostituiti in fretta, manutenzione più cara e dipendenza da pochi fornitori esterni. La resilienza c’è, ma si paga.

Il conto che sale senza fare rumore

Non c’è un singolo indicatore che, da solo, dica “fine corsa”, e chi cerca quella scena da film rischia di perdersi la realtà: la Russia sta affrontando una combinazione di crescita bassa, entrate energetiche più deboli e vincoli tecnologici che agiscono come ruggine. La ruggine non ferma l’auto in autostrada all’improvviso; la ruggine ti costringe a cambiare pezzi sempre più spesso, ti alza i costi, ti limita le opzioni, e a un certo punto ti accorgi che vai avanti soprattutto perché stai spendendo di più per restare dove sei.

Il 2026, con le tensioni sul deficit e l’incertezza sulle vendite energetiche, rende questa ruggine più visibile, perché i margini di bilancio sono ciò che trasforma una difficoltà in una scelta obbligata. Se le entrate da petrolio e gas restano sotto pressione e i tassi rimangono alti per tenere a bada l’inflazione, la Russia dovrà decidere quanto consumare riserve, quanto comprimere spese non prioritarie e quanto spingere ancora sull’economia di sicurezza. Non è un destino scritto, ma è un sentiero stretto. E in un sentiero stretto, ogni deviazione costa.


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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Il Sole 24 OreANSACorriere della SeraISPIBanca d’Italiala Repubblica.

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