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Israele decapita il comando di Hamas? Ucciso Mohammed Odeh a Gaza
La morte di Mohammed Odeh scuote Hamas e riapre il nodo Gaza tra successione incerta, tregua fragile e calcoli militari israeliani sul futuro
Israele ha confermato l’uccisione di Mohammed Odeh, indicato come nuovo capo militare di Hamas nella Striscia di Gaza, in un attacco condotto nel quartiere di Rimal, nel cuore urbano di Gaza City. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha rivendicato l’operazione con un messaggio pubblicato su X, congratulandosi con l’esercito e con lo Shin Bet per quello che Tel Aviv considera un colpo di precisione contro la nuova catena di comando delle Brigate al Qassam.
La notizia pesa perché Odeh non era un nome qualunque nell’apparato militare di Hamas. Secondo la versione israeliana, aveva assunto un ruolo di vertice dopo la morte di Izz al-Din al-Haddad ed era stato a lungo legato alla struttura di intelligence del gruppo, quella zona grigia dove si raccolgono informazioni, si decidono movimenti, si proteggono capi, si organizzano attacchi. In altre parole: meno manifesto, più cabina elettrica. E quando salta la cabina, anche il resto del palazzo trema.
Il raid a Rimal e il messaggio politico di Israele
L’attacco nel quartiere di Rimal è avvenuto in una Gaza ancora sospesa tra guerra aperta, tregua fragile e operazioni mirate. È una delle immagini più ricorrenti del conflitto: palazzi già feriti da mesi di bombardamenti, strade polverose, ambulanze che arrivano troppo tardi o arrivano dove possono, mentre a chilometri di distanza un comunicato militare trasforma il caos in una formula asciutta: obiettivo colpito.
Israele sostiene che Mohammed Odeh fosse il bersaglio dell’operazione. La dinamica, per quanto non interamente ricostruibile dall’esterno, sembra rientrare nello schema delle eliminazioni mirate: sorveglianza, raccolta di segnali, verifica dell’obiettivo e attacco aereo quando la finestra operativa viene considerata favorevole. Un metodo che Israele ha affinato negli anni e che durante la guerra a Gaza ha usato per smantellare, pezzo dopo pezzo, la cúpola militare di Hamas.
Le autorità sanitarie locali hanno parlato di morti e feriti nell’attacco, anche tra civili. Ed è qui che la notizia si spacca in due piani, entrambi reali, entrambi scomodi. Per Israele, la morte di Odeh rappresenta l’eliminazione di un dirigente operativo accusato di avere avuto un ruolo nel sistema che portò agli attacchi del 7 ottobre. Per Gaza, resta anche un nuovo bombardamento in un’area densamente abitata, con famiglie trascinate dentro una guerra che non distingue mai davvero tra fronte e retrobottega. La retorica militare ama la parola chirurgica. La realtà, spesso, usa strumenti più arrugginiti.
Il messaggio di Israel Katz non era rivolto solo ad Hamas. Era rivolto all’opinione pubblica israeliana, ancora segnata dal trauma del 7 ottobre, e ai nemici regionali di Israele: Iran, Hezbollah, Jihad islamica palestinese e altri attori dell’asse anti-israeliano. Tel Aviv vuole dimostrare che la macchina di intelligence resta capace di penetrare Gaza, anche dopo anni di conflitto, tunnel, spostamenti, coperture e comunicazioni ridotte al minimo.
Chi era Mohammed Odeh dentro Hamas
Mohammed Odeh apparteneva a quella categoria di dirigenti che raramente diventano volti da prima pagina, ma che contano moltissimo nella vita reale di un’organizzazione armata. Non era il classico portavoce in uniforme mimetica né il leader politico da intervista filtrata. Era, secondo la ricostruzione israeliana, un uomo di intelligence militare, sicurezza interna, coordinamento operativo e continuità del comando.
Il suo nome è stato collegato alle Brigate al Qassam, il braccio armato di Hamas, e alla struttura incaricata di proteggere informazioni, movimenti e catene decisionali. In un gruppo come Hamas, dove la sopravvivenza dei vertici dipende dalla clandestinità, l’intelligence non è un ufficio laterale: è il sistema nervoso. Decide chi si muove, chi resta nascosto, quale tunnel è ancora sicuro, quale messaggero può attraversare un quartiere, quale telefono deve restare spento.
Israele lo accusa di essere stato coinvolto nel dispositivo di intelligence legato agli attacchi del 7 ottobre 2023, quando miliziani di Hamas attraversarono il confine, uccisero circa 1.200 persone in Israele e sequestrarono circa 250 ostaggi. Per lo Stato israeliano, quella data non è solo l’inizio dell’ultima guerra: è una ferita fondativa, un contratto politico e militare con la propria società. Da allora, ogni dirigente ritenuto responsabile viene inserito in una lista lunga, paziente, brutale. Una lista che non scade.
Odeh aveva assunto peso anche per sottrazione. Dopo l’eliminazione di altri comandanti, tra cui Mohammed Deif, Mohammed Sinwar e Izz al-Din al-Haddad secondo la narrazione israeliana, la struttura militare di Hamas si è progressivamente ristretta attorno a figure meno note ma sempre più essenziali. Non necessariamente uomini carismatici. Più spesso uomini funzionali. Quelli che non fanno discorsi, ma sanno dove passano i cavi.
Come Israele sarebbe arrivato a Odeh
La versione israeliana parla di un’operazione congiunta tra esercito israeliano e Shin Bet, il servizio di sicurezza interna. Non è un dettaglio secondario. In una guerra urbana come quella di Gaza, l’aviazione da sola non basta. Serve sapere dove guardare. Serve distinguere un rifugio da un bersaglio, un incontro casuale da una riunione operativa, una presenza familiare da una copertura. E serve farlo in un territorio dove ogni errore può diventare un disastro politico, morale e diplomatico.
Arrivare a un dirigente come Mohammed Odeh significa presumibilmente incrociare fonti umane, intercettazioni, osservazione aerea, movimenti sospetti, abitudini minime. Una finestra che si apre. Una routine che cambia. Un contatto che riappare. Una protezione che si allenta. Nelle guerre clandestine, spesso non vince chi vede tutto, perché nessuno vede tutto. Vince chi capisce prima degli altri quale dettaglio minuscolo ha smesso di essere casuale.
Il fatto che Odeh sia stato colpito poco dopo essere stato indicato come successore di al-Haddad suggerisce una cosa: Israele potrebbe avere sfruttato il momento più delicato per ogni organizzazione sotterranea, cioè la successione del comando. Quando muore un capo, bisogna riordinare ruoli, trasmettere istruzioni, verificare fedeltà, ricucire canali. Tutte operazioni rischiose. Il potere, quando cambia mano, lascia impronte.
C’è anche una componente psicologica evidente. Israele vuole dire ai quadri di Hamas che accettare una promozione militare a Gaza significa entrare in una stanza illuminata da droni, sensori e sospetti. Il capo che si espone muore. Il capo che si nasconde troppo comanda male. Questa è la trappola. Non elegante, non nuova, ma efficace.
Perché la sua morte è un colpo serio per Hamas
La morte di Mohammed Odeh non significa la fine di Hamas. Sarebbe una lettura comoda, adatta ai titoli più muscolari e meno alla realtà. Hamas ha attraversato guerre, omicidi mirati, arresti, faide interne, isolamento diplomatico e distruzione materiale. È un’organizzazione armata, politica, sociale, religiosa e coercitiva insieme. Non cade come un castello di carte solo perché viene eliminato un comandante.
Ma il colpo è serio. Lo è perché colpisce la memoria operativa del gruppo. Un dirigente di intelligence non porta solo un grado; porta relazioni, procedure, conoscenza dei tunnel, familiarità con i comandanti locali, esperienza nella gestione della segretezza. Sono cose che non si trasferiscono con una nomina. Non basta dire “da domani comandi tu” per ricostruire anni di informazioni accumulate.
Per Hamas il problema è doppio. Da un lato deve mostrare di non essere paralizzata, perché un’organizzazione armata vive anche della percezione della propria continuità. Dall’altro deve evitare di esporre subito il successore a un nuovo attacco israeliano. La soluzione più probabile, almeno nel breve periodo, potrebbe essere una direzione più opaca, frammentata, affidata a comandanti territoriali o a figure meno visibili. Funziona per sopravvivere. Funziona meno per coordinare.
Ed è qui che la guerra entra nella sua zona più sporca. Eliminare vertici può indebolire il nemico, ma può anche produrre strutture più chiuse, più paranoiche, più difficili da controllare e talvolta più radicali. La decapitazione di una catena di comando non porta automaticamente alla moderazione. A volte porta solo a un silenzio più denso, a telefoni più spenti, a ordini più locali, a decisioni prese da uomini che non devono rispondere a quasi nessuno.
La successione e il nodo del dopo Odeh
La grande domanda militare è chi prenderà il posto di Mohammed Odeh. Hamás non ha interesse a rendere chiaro il nome del successore, e Israele ha tutto l’interesse a far credere di conoscere già la risposta. Nel mezzo c’è la nebbia. Non quella poetica, quella vera: nebbia di guerra, comunicati parziali, silenzi calcolati, fonti che parlano perché conviene a qualcuno.
Se Odeh era davvero uno degli ultimi membri di primo livello ancora operativi dentro Gaza, Hamas dovrà probabilmente scendere verso quadri intermedi. Questo comporta una perdita di esperienza, ma anche un vantaggio tattico: i nomi meno noti sono più difficili da tracciare, almeno all’inizio. Il problema è che comandare Gaza non è solo sopravvivere. È coordinare miliziani, ostaggi, depositi, tunnel, rapporti con altri gruppi armati e contatti politici fuori dalla Striscia.
Un’altra ipotesi è un peso maggiore della direzione politica esterna. Ma anche qui il limite è evidente. Si può parlare da Doha, da Beirut o da altre capitali regionali; si può negoziare, mandare messaggi, costruire una linea politica. Però comandare uomini dentro Gaza, sotto bombardamento, con comunicazioni vulnerabili e territori spezzati, è un’altra faccenda. Il telecomando, in guerra, spesso ha le pile scariche.
Per Israele, una successione confusa è una finestra strategica. Per i mediatori, invece, è un problema. Perché trattare con un avversario indebolito può sembrare più semplice, ma solo finché quell’avversario è ancora in grado di imporre decisioni ai propri uomini. Una tregua firmata da un vertice che non controlla più il territorio vale poco. Un rilascio di ostaggi richiede comando, disciplina e canali. Anche con il nemico, purtroppo, bisogna sapere con chi parlare.
Cosa cambia per l’Italia e per l’Europa
Per il lettore italiano, la morte di Mohammed Odeh non è una notizia lontana, infilata nella categoria generica “Medio Oriente” e poi dimenticata tra una crisi di governo e una partita di Serie A. Gaza riguarda direttamente l’Italia perché passa dal Mediterraneo, dalla sicurezza delle comunità ebraiche e palestinesi presenti nel Paese, dalle rotte migratorie, dagli equilibri energetici, dal ruolo diplomatico dell’Unione Europea e dal rapporto, sempre complicato, tra diritto alla sicurezza di Israele e protezione dei civili palestinesi.
Roma si muove da anni dentro una linea prudente: sostegno alla sicurezza israeliana, attenzione umanitaria per Gaza, appoggio a una soluzione politica e timore costante che ogni fiammata regionale allarghi l’instabilità. Una posizione che sembra equilibrata sulla carta e spesso faticosissima nella pratica. Perché ogni parola viene letta come eccessiva da qualcuno. Troppo morbida con Israele, troppo dura con Hamas, troppo lenta sui civili, troppo diplomatica sugli ostaggi. La politica estera, quando tocca Gaza, diventa un campo minato anche nei comunicati stampa.
L’Italia ha inoltre un interesse concreto a evitare che il conflitto si allarghi. Una nuova escalation tra Israele, Iran, Hezbollah e gruppi armati collegati avrebbe effetti immediati nel Mediterraneo allargato: sicurezza marittima, basi militari, missioni internazionali, prezzi dell’energia, pressioni migratorie, radicalizzazione interna. Non è allarmismo. È geografia. Il Medio Oriente non è dall’altra parte del mondo; è il cortile complesso con cui l’Italia fa i conti da sempre, anche quando finge di guardare altrove.
Sul piano europeo, l’eliminazione di un capo militare di Hamas rafforza la linea di chi considera indispensabile smantellare la capacità armata del gruppo prima di qualsiasi ricostruzione politica di Gaza. Ma apre anche la questione più difficile: chi governerà la Striscia se Hamas viene esclusa, l’Autorità nazionale palestinese resta debole e Israele non vuole un’occupazione diretta indefinita? È qui che le risposte diventano vaghe, diplomatiche, piene di formule lisce. “Transizione”. “Governance”. “Stabilizzazione”. Parole corrette. Ma Gaza non si governa con un glossario.
Il significato militare e il limite politico del successo israeliano
Dal punto di vista militare, l’uccisione di Mohammed Odeh è un successo per Israele. Colpisce un dirigente considerato centrale, indebolisce la continuità operativa di Hamas e manda un segnale a chi potrebbe prendere il suo posto. Dopo mesi di guerra, Tel Aviv vuole dimostrare che non sta solo contenendo Hamas, ma ne sta smontando la struttura portante.
Il limite, però, è politico. Una guerra contro un’organizzazione come Hamas non si chiude solo eliminando comandanti. La pressione militare può degradare, frammentare, disorganizzare. Può impedire un nuovo 7 ottobre. Può rendere più difficile la produzione di razzi, la gestione degli ostaggi, il controllo dei quartieri. Ma non risponde da sola alla domanda centrale: che cosa nasce dopo?
Gaza ha bisogno di sicurezza, certo. Ma anche di cibo, ospedali, scuole, amministrazione, confini, fondi, rappresentanza politica, garanzie per Israele e una prospettiva reale per i palestinesi. Senza questo, ogni comandante ucciso diventa una pagina in più in un libro che nessuno riesce a chiudere. E intanto, sotto la pagina, restano macerie vere.
Israele può rivendicare un colpo importante. Hamas perde un altro pezzo della sua struttura militare. I mediatori dovranno capire se questa morte rende più possibile una trattativa o più caotico il tavolo. Per l’Italia e per l’Europa, il punto è meno spettacolare ma più serio: evitare che Gaza resti un cratere politico permanente nel Mediterraneo. Perché un vuoto di potere, in quella parte del mondo, non resta vuoto a lungo. Qualcuno lo riempie sempre. E quasi mai con buone intenzioni.
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