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Il piano di Netanyahu: ecco come sarà la conquista di Gaza

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casa palestinese distrutta dai bombardamenti a gaza

Netanyahu ha le idee chiare per prendere Gaza in 5 mesi: 5 divisioni e 1 milione di sfollati,. Israele pronta a sfruttare una chance storica.

Nel bunker di Gerusalemme o nei corridoi climatizzati del Pentagono il dossier porta la stessa intestazione in ebraico e in inglese: “Tikun Gaza – Fase due”. Un piano che, se attuato per intero, riscriverebbe la cartografia politica del Medio Oriente e l’architettura della sicurezza globale. Cinque divisioni israeliane pronte, un cronoprogramma di cinque mesi, lo spostamento forzato di circa un milione di civili palestinesi dall’asse nord-sud della Striscia.

Numeri, carte topografiche, logistica medica, scenari di crisi alimentare: tutto è stato consegnato la notte del 5 maggio al gabinetto di guerra guidato da Benjamin Netanyahu, con la benedizione tacita – e per qualcuno colpevole – di un’Europa più occupata a litigare sulle forniture di gas che a coordinare una risposta diplomatica.

Perché adesso

Osservando il calendario politico regionale, la tempistica appare meno casuale di quanto sembri. Hamas è logorata, non ancora al tappeto: le brigate al-Qassam hanno perso continuità di comando, fatica a far arrivare pezzi di ricambio per i razzi, ma restano in grado di lanciare salve occasionali che paralizzano il sud d’Israele e tengono la popolazione in rifugi per ore.

In patria Netanyahu fa i conti con sondaggi ballerini e con un’opposizione che lo accusa di paralisi; serviva un gesto muscolare per ricompattare la coalizione. All’estero, Tel Aviv percepisce una finestra americana irripetibile: Washington è in fase di transizione pre-elettorale, il National Security Council deve distribuire attenzioni fra Indo-Pacifico e crisi ucraina, la leva del veto al Consiglio di Sicurezza diventa più prevedibile e, soprattutto, meno discussa dal pubblico statunitense già saturo di conflitti lontani.

Sul fronte arabo, l’Iran è concentrato sul caro-vita interno, Hezbollah è impantanata in un Libano economicamente in disfacimento, le monarchie del Golfo cercano stabilità per portare a termine la conversione energetica. È l’allineamento dei pianeti di cui parlano i falchi israeliani: pochi mesi di copertura strategica per chiudere il dossier Gaza prima che nuovi equilibri tornino a complicare la scena.

Quadro operativo: cinque divisioni, tre direttrici, due fasi

Secondo i documenti fatti filtrare da fonti dell’IDF a testate vicine al Likud, lo schema prevede quattro divisioni offensive (162ª, 36ª, 98ª paracadutisti, 252ª corazzata) e una divisione territoriale incaricata di retro-guardia e logistica.

L’obiettivo è il controllo fisico di circa 70-75 % della Striscia entro novanta giorni, con cunei corazzati che taglino in tre l’enclave per rendere irraggiungibili le linee di approvvigionamento di Hamas. Il quarto mese servirà a “rastrellare” tunnel e depositi; il quinto, a installare basi permanenti in stile DCO (District Coordination Office) lungo il corridoio Salah-ad-Din.

Linea costiera

Dal valico di Zikim i Merkava della 36ª divisione non si limiteranno a un’avanzata lineare: il piano prevede “denti d’aratro” a raggiera, penetrazioni rapide verso i quartieri residenziali di Sudaniya e Sheikh Ajlin, per tagliare le staffette motor-boat che finora hanno tentato sortite notturne. I genieri posizioneranno barriere a piramide per impedire il ritorno dei civili e, soprattutto, movimenteranno draghe corazzate per allargare la strada costiera trasformandola in corridoio logistico blindato.

L’obiettivo non è solo bloccare i rifornimenti via mare: è piazzare artiglieria semovente da 155 mm a ridosso del litorale per martellare, con tiro incrociato, il campo di Shati e spingere i battaglioni di Hamas verso l’entroterra, dove l’aviazione potrà operare con bombe a guida laser senza timore di colpire la flotta israeliana o le piattaforme di gas al largo.

Asse centrale

Il cuore dell’operazione ruota attorno alla 98ª divisione paracadutisti. L’idea non è la spettacolarità dell’aviolancio in sé, ma la capacità di replicare il modello “Gaza City 2024”: posare truppe leggere dietro le linee, tagliare i cavi di comunicazione in fibra che collegano i bunker, quindi aprire varchi attraverso i quali confluiranno le brigate corazzate dal nord.

Nella sacca Nuseirat-Bureij convergono la maggior parte dei depositi di carburante di Hamas; se cade quel nodo, i pick-up armati verranno lasciati a secco. Il perimetro scelto non è casuale: a est costeggia la recinzione israeliana, facile da rifornire; a ovest sfiora il Wadi Gaza, canale naturale che può essere allagato rapidamente per complicare eventuali contrattacchi.

Variante Rafah

Il corridoio filadelfi, dieci chilometri di smuggling route egizio-palestinese, è la chiave di volta logistica. Il piano prevede di ripetere il blocco già testato in primavera, ma su scala più ambiziosa: trincee anticarro profonde quattro metri, sensori sismici made in USA a ogni cinquecento metri, droni tethered in volo costante.

Chi esce da Gaza City potrà procedere solo verso sud, dove saranno allestite “zone di transito umanitario” recintate, controllate dai paracadutisti egiziani con supervisione di un piccolo contingente statunitense, incaricato di garantire che i convogli di farina e gasolio non finiscano sui mercati neri del Sinai. In teoria i campi dovrebbero smobilitare in autunno; in pratica nessuno indica date per un eventuale rientro.

Il nodo umanitario: un milione di sfollati

Le mappe allegate mostrano flussi di evacuazione disegnati come diagrammi di flusso: frecce larghe cinque chilometri, stazioni di screening sanitario, punti d’acqua di emergenza ogni quattrocento metri. Sulla carta funziona; sul terreno, le ONG raccontano già una realtà diversa. Pozzi salinizzati, elettricità intermittente, rischio epidemie di gastroenterite entro poche settimane se non arrivano dissalatori mobili.

Il modello Mosul 2017 a cui si ispirano gli strateghi israeliani presupponeva corridoi umanitari protetti e partnership piena con l’ONU; a Gaza, invece, il personale internazionale opera a ranghi ridotti, mentre le autorità di Tel Aviv vogliono mantenere il pieno controllo degli ingressi per ragioni di sicurezza. I tecnici parlano di 2 000 camion al giorno necessari per cibo e acqua potabile; al momento l’infrastruttura di Kerem Shalom ne gestisce a malapena un terzo.

Critiche internazionali e sponda USA

Le cancellerie europee reagiscono più con note verbali che con atti concreti. Berlino teme di rompere l’asse industriale con Israele, fondamentale per i sistemi antimissile Arrow-3. Parigi è frenata dalle proteste interne di una comunità ebraica che teme nuovi episodi di antisemitismo. A Bruxelles, i 27 litigano su ogni parola: chi vuole “cessate il fuoco immediato”, chi preferisce “pausa umanitaria”, chi blocca tutto ponendo il veto su ogni riferimento al riconoscimento della Palestina.

Nel frattempo, Washington offre copertura diplomatica: il Dipartimento di Stato rilascia comunicati prudenti, il Congresso invece applaude, convinto che smantellare Hamas sia condizione sine qua non per stabilizzare anche la penisola del Sinai e l’area del Canale di Suez. Il risultato è una strana alleanza di inerzie che consente a Netanyahu di muoversi senza la minaccia di sanzioni coordinate.

Scacco matto a Hamas?

Sul tavolo dell’intelligence israeliana il conteggio è impietoso: meno del 35 % degli arsenali di razzi restano operativi, catene di comando interrotte, fondi qatarioti congelati. Tuttavia, la memoria di Mosul e Falluja insegna che la guerriglia urbana non si esaurisce con la caduta di magazzini e centrali radio. Nei tunnel scavati a venti metri sotto il livello del mare, l’esercito stima ancora 7 000 combattenti, fra cui unità suicide con ordigni improvvisati. Ogni condotta fognaria, ogni casa abbandonata può celare un IED. Il documento interno prevede un tasso di letalità doppio rispetto all’operazione Shujaiyya 2014, non tanto per mancanza di tecnologia quanto per la densità abitativa: anche se i civili saranno spinti verso sud, restano decine di migliaia di residenti sotto i piani superiori dei palazzi.

C’è poi il fattore rigenerazione: Hamas non è solo un apparato militare, è un sistema sociale radicato nei comitati di quartiere. Uccidere i comandanti potrebbe perfino accelerare la mutazione in cellule più piccole, immuni alla decapitazione strategica. E il tempo gioca a favore degli insorti: ogni settimana che passa aumenta il rischio di frizioni politiche in Israele, stanchezza internazionale, pressione delle piazze arabe. Per questo i cinque mesi indicati da Tikun Gaza somigliano a un cronometro aggressivo: se il blitz non centra l’obiettivo entro l’autunno, la guerra di logoramento potrebbe trascinarsi per anni, con costi economici e reputazionali difficili da sostenere anche per lo Stato più militarizzato della regione.

Il dopo-Hamas secondo Tel Aviv

Nelle sale operative il lessico è secco: “security envelope”. Dentro quell’involucro prende forma un assetto a fisarmonica che, nelle intenzioni di Gerusalemme, blinderebbe Gaza come mai prima. Posto di blocco fisso a Erez, scanner a corpo intero, gate biometrici per lavoratori pendolari. Più giù, lungo la mezzaluna centrale, un Distretto di Coordinamento (DCO) ospitato in caserme prefabbricate, manovrato da ufficiali israeliani affiancati da ex militari USA assunti via contractor: funzioni di anagrafe, permessi di transito, rilascio dei lasciapassare per camion di aiuti. Niente bandiere ONU, soltanto loghi di piccole ONG tecniche deputate a cloro, vaccini, rifiuti solidi.

Il controllo aereo-navale resterebbe in mano all’IAF e alla Marina: droni Hermes in rotazione costante, pattugliatori Super-Dvora da Ashdod fino ai limiti delle acque egiziane. Sulle banchine, sensori per rilevare micro-scafi telecomandati; lungo la spiaggia torrette mobili con radar Avtar, capaci di distinguere un bagnante da un gommone carico d’esplosivo. L’obiettivo non è solo annullare la capacità offensiva residua; è normalizzare l’idea di un presidio permanente, farlo entrare nel paesaggio, come i varchi di Betlemme o di Tulkarem si sono integrati al West Bank Barrier.

Del ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese non si parla, giudicata “priva di legittimità di strada” dopo anni di immobilismo. Tel Aviv preferisce un’amministrazione municipale disarticolata, consigli locali con budget vincolato, gerarchie fluide che non possano mai coagularsi in un potere unico. Sotto traccia, Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader dei coloni, pressa per trasferire il format verso est: zona C della Cisgiordania, 60 % del territorio fra Gerico e Jenin. Lì sogna check-point a maglia fitta, strade riservate che cuciano fra loro gli avamposti israeliani, un “corridoio di sicurezza” lungo il Giordano che di fatto trasformerebbe l’area in cintura difensiva contro qualunque esercito arabo futuro. Ramallah grida all’annessione strisciante, Bruxelles convoca tavoli ma rimanda le decisioni: la diplomazia europea impiega mesi a trovare l’aggettivo giusto — tregua, pausa, cessate il fuoco — figuriamoci un piano alternativo di governance.

Europa assente, chance israeliana

Il documento strategico in mano al gabinetto di guerra non cita espansioni di confini; non serve. I falchi del governo leggono la congiuntura come l’attimo fuggente: a nord la Siria resta frammentata fra milizie, basi russe depotenziate, reparti iraniani sulla difensiva; il Libano è strangolato da un default che ha svuotato le casse di Hezbollah; a est la Giordania dipende più che mai dagli aiuti occidentali; a sud le monarchie del Golfo inseguono la riconversione green e acquistano tecnologia dual-use proprio da Israele. Un quadrante fluido in cui nessuno ha interesse — o risorse — per una campagna militare prolungata a sostegno dei palestinesi.

L’Europa? Distratta dalle elezioni, dal dibattito su intelligenza artificiale e difesa comune, dai dazi sul fotovoltaico cinese. Berlino teme di mettere a rischio commesse miliardarie dell’industria militare; Parigi oscilla fra posture neogolliste e pressione interna delle banlieue; Madrid e Dublino rilasciano dichiarazioni forti ma non trascinano i partner. Bruxelles, intanto, distribuisce fondi umanitari che finiscono sotto controllo israeliano ai valichi di frontiera: una dinamica che rassicura le cancellerie, alleggerisce le coscienze e — fattore non secondario — evita ondate di profughi verso il Mediterraneo.

Così in Israele si fa strada la percezione di una finestra storica: la capacità di rompere lo status quo senza incorrere in costi strategici insostenibili. Fin dove spingere il vantaggio resta materia di scontro interno: i pragmatici temono l’impasse di lungo periodo, i nazional-religiosi parlano apertamente di un «momento Balfour 2.0». Ma finché Washington garantisce lo scudo diplomatico e l’Europa balbetta, l’agenda resta aperta. E, come sanno bene gli strateghi, in Medio Oriente gli spazi lasciati vuoti da chi esita finiscono sempre riempiti da chi decide.

Tempistica e incognite

Cinque mesi sembrano un orizzonte ottimistico. Le incognite:

  • ostaggi israeliani ancora dispersi;
  • capacità di Hamas di colpire Tel Aviv con razzi di rifornimento iraniano;
  • eventuale ingresso di Hezbollah su un secondo fronte;
  • rischio di contagio aerea sui siti nucleari iraniani qualora Teheran decida che Gaza vale il casus belli.

La Dottrina Israele parla di multi-front deterring: colpire duro a sud sperando di scoraggiare il nord. Ma la stessa dottrina ammette che logistica e opinione pubblica interna sono fattori limitanti: se i riservisti restano mobilitati oltre 200 giorni, l’economia rallenta del 3 % del PIL, un lusso che Netanyahu potrebbe pagare alle prossime elezioni.

Operazione incontrastata o miccia a lunga durata?

Nelle stanze dove si decide, il mantra è chiaro: “Questa volta Gaza non deve rialzarsi”. Il piano Tikun Gaza disegna un futuro in cui Israele presidia fisicamente il territorio, sposta la popolazione, affonda Hamas e, se la diplomazia dorme, mette una pietra tombale sul progetto di Stato palestinese contiguo.

Ma la storia insegna che anche i blitz meglio congegnati si scontrano con la realtà di vicoli stretti, famiglie senza casa, ideologie che trovano nel martirio un’arma di reclutamento. Cinque divisioni e cinque mesi potranno forse firmare un atto di conquista; serviranno però anni di politica inclusiva per trasformarlo in pace duratura.

Finché quell’ultimo capitolo resta bianco, il piano di Netanyahu galleggia fra vittoria tattica e boomerang strategico – sospeso nello spazio che separa un risiko disegnato su mappe militari e la carne viva di un milione di persone spinte verso il deserto.


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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: The New York TimesHaaretzU.S. Department of DefenseAhram OnlineBrookings InstitutionCouncil of the European Union.

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