Perché...?
Iveco a Tata, Defence a Leonardo: perché Elkann vende tutto?

Il terremoto industriale di Elkann scuote l’Italia con l’impero Agnelli che si riduce. Ecco cosa sta davvero accadendo e cosa ci aspetta.
Per chi segue da anni la galassia Agnelli, vedere John Elkann cedere uno a uno i gioielli di famiglia non è solo un fatto finanziario: è uno shock culturale. Nel giro di meno di un decennio, quello che era un impero industriale orgogliosamente italiano sta cambiando volto. Prima la fusione di FCA con PSA che ha dato vita a Stellantis, ora la vendita di Iveco agli indiani di Tata e quella della divisione Defence a Leonardo.
E non si parla di operazioni marginali: parliamo di asset storici, di nomi che hanno contribuito a costruire l’ossatura industriale del Paese.
Gli Agnelli di un tempo accumulavano fabbriche, terreni, posti di lavoro. Oggi, Elkann – nipote e attuale guida di Exor – viene percepito come colui che li smonta pezzo dopo pezzo. È solo una “strategia di portafoglio” o, come temono in molti, un disperato tentativo di fare cassa per sostenere altre scommesse?
Iveco a Tata: il colpo che ha fatto rumore
La cessione di Iveco a Tata Motors è stata definita da un quotidiano economico “un terremoto silenzioso”. Iveco non è solo un marchio di camion e veicoli industriali: è un pezzo di storia italiana, nato nel 1975 dall’unione di cinque marchi storici (tra cui Fiat Veicoli Industriali e OM). Oggi conta oltre 35.000 dipendenti nel mondo, con stabilimenti in Italia, Spagna, Francia, Brasile e perfino Australia. Nel 2023, Iveco ha prodotto più di 150.000 mezzi e generato ricavi per circa 15 miliardi di euro.
La trattativa con Tata Motors – colosso indiano già proprietario di Jaguar e Land Rover – è stata lunga ma inevitabile. L’azienda indiana, forte di una capitalizzazione in crescita del 20% in due anni e supportata dal governo di Nuova Delhi, ha visto in Iveco un’occasione unica per consolidare la propria presenza globale nei camion pesanti. Per Exor, invece, la vendita è stata presentata come “una scelta strategica per focalizzarsi su altre aree di business”. In realtà, molti analisti leggono la mossa come un chiaro segnale: c’era bisogno di liquidità immediata.
A Torino e Piacenza, dove Iveco ha stabilimenti storici, la reazione è stata di amara delusione. Nei circoli degli ex operai Fiat si sente ripetere una frase: “Gli Agnelli costruivano, Elkann vende.” Non è solo malinconia: è il timore che il legame industriale tra Italia e alcuni dei suoi marchi storici si stia spezzando per sempre.
Defence a Leonardo: scelta patriottica o resa?
Pochi mesi dopo, un’altra notizia: la divisione Defence passa a Leonardo, la società italiana controllata dallo Stato, leader nel settore della difesa e dell’aerospazio. Valore dell’operazione? Circa 1,8 miliardi di euro. Il ministro dell’Economia ha parlato di “rafforzamento dell’italianità del comparto”, presentando la cessione come una mossa “patriottica”.
Ma guardando ai bilanci, la narrazione cambia: per Exor quella divisione era diventata troppo onerosa da sostenere. Il settore della difesa richiede investimenti enormi – sviluppo di tecnologie, ricerca, aggiornamenti continui – e ritorni che spesso si vedono solo dopo anni, se non decenni. Elkann, a quanto pare, non aveva né la volontà né la visione a lungo termine per continuare a presidiare questo segmento.
Leonardo, dal canto suo, ha approfittato della situazione, ampliando il suo raggio d’azione con asset preziosi. Ma la sensazione di fondo è che Exor, ancora una volta, abbia voluto alleggerirsi. E in molti si chiedono: davvero si tratta di una mossa “per amore della patria” o è solo l’ennesimo tentativo di fare cassa rapida, cedendo settori complessi ma fondamentali?
Strategia o svendita mascherata?
Le cifre raccontano una verità scomoda: Exor non è in crisi nera, ma nemmeno naviga nell’oro. Nel 2023 ha chiuso con utili per circa 2,2 miliardi di euro, in calo del 15% rispetto a due anni fa. Il titolo Exor in Borsa ha perso oltre il 15% negli ultimi 24 mesi, segnale che il mercato inizia a dubitare della strategia.
Elkann sostiene che le vendite servano a “concentrare” il portafoglio su settori chiave – Stellantis, Ferrari, Juventus, media e assicurazioni. Ma non tutti gli analisti sono convinti. Alcuni parlano apertamente di svendita mascherata: i pezzi “difficili” o meno redditizi vengono ceduti a prezzo di saldo, mentre Exor si concentra su brand più “leggeri” da gestire.
Il problema? Nell’immaginario collettivo, questa strategia ha un altro nome: smantellamento. Quello che per Elkann è “portfolio management”, per molti italiani appare come l’ennesimo addio industriale.
Il fantasma di Stellantis
C’è un’altra ombra che aleggia su ogni cessione: Stellantis. La fusione FCA-PSA, completata nel 2021, doveva essere la mossa della vita per Elkann, il suo capolavoro. E in parte lo è: oggi Stellantis è il quarto gruppo automobilistico mondiale, con marchi come Peugeot, Citroën, Opel, oltre alle italiane Fiat e Lancia.
Ma non tutto è rosa: la produzione europea è in calo, il mercato dell’auto elettrica è più competitivo che mai, e servono investimenti colossali per non restare indietro. Nel solo 2024, Stellantis ha annunciato piani per oltre 30 miliardi di euro destinati all’elettrificazione e allo sviluppo software.
Molti analisti sostengono che Elkann stia vendendo pezzi storici per finanziare Stellantis. In altre parole: sacrificare Iveco e Defence per salvare la scommessa del futuro. Ma a che prezzo? E, soprattutto, con quali conseguenze per l’industria italiana?
Un impero costruito in un secolo, svuotato in un decennio
C’è una differenza abissale tra la Fiat dell’Avvocato Agnelli e l’Exor di John Elkann. Negli anni ’60 e ’70, Fiat produceva il 40% delle auto italiane, dava lavoro a centinaia di migliaia di persone e simboleggiava l’Italia che cresceva e innovava. L’azienda era quasi sinonimo di Paese.
Oggi, invece, Exor sembra un fondo di investimento con passaporto lussemburghese: la sede legale è stata spostata fuori dall’Italia, molte fabbriche storiche sono state chiuse o ridimensionate, e ora i marchi storici vengono ceduti. Non è solo un cambio di assetto: è un cambio di identità.
Gli italiani – soprattutto quelli cresciuti all’ombra dei capannoni Fiat, Iveco, Lancia – vedono in Elkann non l’erede che porta avanti l’eredità, ma l’uomo che svuota ciò che altri hanno costruito.
Qual è la prossima mossa?
Dopo Iveco e Defence, il mercato si chiede: chi sarà il prossimo? Le voci corrono: qualcuno parla di ulteriori cessioni nel lusso, altri di disimpegno in settori minori. Alcuni temono addirittura che, a forza di “fare cassa”, Exor finisca col perdere ogni radice industriale, trasformandosi in una holding pura di investimenti finanziari.
Gli addetti ai lavori scommettono che Elkann si concentrerà su business a “bassa complessità industriale”: media, tech, servizi. Ma c’è chi avverte: una volta venduti i gioielli, ricostruire sarà impossibile.
Un finale che sa di addio
Alla fine, la sensazione è una sola: questa non è solo una serie di operazioni finanziarie. È un pezzo di storia italiana che se ne va. Chi è cresciuto con la Fiat in garage e i camion Iveco sulle strade prova un senso di vuoto.
Elkann potrà spiegare ai soci, agli investitori, ai mercati che è tutto parte di una strategia di “razionalizzazione”. Ma nei bar, nei giornali, nella memoria collettiva resta un’immagine più dura e cruda: i nonni accumulavano, lui vende. Pezzo dopo pezzo. E con ogni cessione, un altro tassello di quell’Italia industriale che conoscevamo scompare.
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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Corriere della Sera, Finanza Online.

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