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Perché l’Italia sente ancora la mancanza di Pannella?

Marco Pannella, dieci anni dopo, resta una ferita viva della politica italiana: diritti, battaglie civili e un’assenza pesante e ancora viva.

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10 anni dalla morte di Pannella

Marco Pannella morì a Roma il 19 maggio 2016, a 86 anni, e dieci anni dopo la sua assenza pesa ancora perché il leader radicale non fu soltanto un politico di partito: fu un acceleratore di libertà civili, un disturbatore professionale della quiete pubblica, uno di quei personaggi che obbligano un Paese a guardarsi allo specchio anche quando il Paese preferirebbe controllare il telefono, abbassare le tapparelle e dire che non è il momento.

La sua impronta sull’Italia passa da parole molto concrete: divorzio, aborto, obiezione di coscienza, diritti dei detenuti, giustizia, laicità, referendum, nonviolenza, Europa, diritti umani. Pannella non ha vinto tutte le sue battaglie, anzi ne ha perse molte, e alcune in modo fragoroso. Ma ha spostato il confine del dicibile. Ha portato in Parlamento ciò che prima stava nei corridoi, nelle camere da letto, nelle carceri, nelle coscienze private. E lo ha fatto con un metodo oggi quasi alieno: metterci il corpo, la voce, la faccia. Non lo slogan lucidato dal consulente. Il corpo.

Il politico che portò i diritti fuori dal salotto

Giacinto Pannella, detto Marco, nato a Teramo il 2 maggio 1930, laureato in giurisprudenza, giornalista, radicale fino alla fibra più ostinata del carattere, attraversò la Repubblica come un uomo fuori scala. Non era “moderato” nel senso comodo del termine, ma nemmeno estremista nel senso pigro con cui si archivia chi dà fastidio. Era un liberale libertario, anticlericale, federalista europeo, garantista, nonviolento, spesso scomodo persino ai suoi. A volte insopportabile. Spesso necessario.

Nel 1955 partecipò alla nascita del Partito Radicale, insieme a figure della cultura laica e democratica italiana. Ma il Pannella che entra davvero nella memoria pubblica è quello degli anni Sessanta e Settanta, quando capisce prima di molti altri che la politica italiana non può restare chiusa nel triangolo fabbrica-partito-parrocchia. C’era un’altra Italia, più intima e più reale, fatta di matrimoni falliti, gravidanze clandestine, ragazzi mandati alla leva contro coscienza, detenuti dimenticati, cittadini schiacciati da apparati opachi. Pannella sentì quel rumore di fondo e lo portò in piazza.

La sua grandezza sta qui: prese questioni considerate private, marginali o scandalose e le trasformò in materia costituzionale. Non per buonismo, parola che lui avrebbe probabilmente trattato come una caramella appiccicata sotto il banco. Per diritto. Perché nella sua idea di Stato la libertà non era un soprammobile concesso dai potenti nei giorni di festa, ma una misura concreta della dignità umana. Il divorzio non era una moda laicista. L’aborto non era una provocazione. L’obiezione di coscienza non era capriccio. Erano pezzi di vita, carne, biografia, dolore amministrato male.

E in questo Pannella resta moderno, forse persino troppo moderno per una politica diventata spesso gestione dell’umore, reazione al sondaggio, teatrino da clip breve. Lui faceva teatro, certo. Eccome. Ma il suo teatro aveva un bersaglio politico preciso, non il semplice consumo di attenzione. Digiunava per imporre un tema, non per vendere un personaggio. Parlava per ore perché credeva ancora che la parola potesse inceppare una macchina. Esagerava, rompeva, sfiniva. Però sotto l’eccesso c’era sempre una domanda dura: quale diritto viene negato, e a chi?

Divorzio, aborto e obiezione: le battaglie che cambiarono il Paese

Il referendum sul divorzio del 1974 resta uno dei passaggi decisivi della storia repubblicana. La legge Fortuna-Baslini era entrata in vigore nel 1970; quattro anni dopo una parte consistente del mondo cattolico e politico provò ad abrogarla. Vinse il No all’abrogazione, e dunque il divorzio rimase nell’ordinamento italiano. Pannella e i radicali non furono gli unici protagonisti di quella vittoria, sarebbe falso e anche ingiusto verso socialisti, liberali, repubblicani, comunisti, femministe, associazioni laiche e pezzi coraggiosi della società civile. Ma furono tra quelli che diedero alla campagna una lingua nuova: meno reverenza, più diritto.

Quel voto raccontò un’Italia diversa da quella immaginata dai suoi custodi ufficiali. Un Paese ancora cattolico, sì, ma non più disposto a consegnare ogni scelta familiare alla norma religiosa. La famiglia smise di essere soltanto un’istituzione da difendere e diventò anche una condizione umana da liberare quando si trasformava in gabbia. Pare poco, oggi. Non lo era. In certi paesi, in certe case, in certi confessionali, quel risultato arrivò come una sassata sul vetro.

L’altra grande ferita pubblica fu l’aborto. Prima della legge 194 del 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza viveva nell’ombra: clandestinità, rischio sanitario, colpa sociale, disuguaglianza feroce tra chi poteva permettersi soluzioni sicure e chi no. Anche qui Pannella e il mondo radicale agirono come detonatore. Le donne, i movimenti femministi e i medici ebbero un ruolo decisivo, ma la pressione radicale contribuì a spingere il tema dentro la cornice legislativa. Il referendum del 1981 confermò, pur tra spinte opposte, che l’Italia non voleva tornare alla criminalizzazione secca. Era una società ancora divisa, ma ormai il muro era crepato.

Poi c’è l’obiezione di coscienza. Nel 1972 l’Italia riconobbe finalmente la possibilità, per chi rifiutava l’uso delle armi per ragioni profonde, di non svolgere il servizio militare armato. Anche quella fu una conquista che veniva da lontano, da pacifisti, cattolici del dissenso, laici, antimilitaristi, testimoni spesso isolati. Pannella diede a quell’istanza una forza pubblica, la tolse dal recinto dell’eccentricità morale e la collocò in una domanda più grande: lo Stato può pretendere obbedienza assoluta dal cittadino quando è in gioco la coscienza?

Non è un dettaglio. In un Paese cresciuto tra autorità verticali, caserme, partiti-chiesa e chiese-partito, quel ragionamento era dinamite gentile. Pannella non chiedeva solo leggi più moderne. Chiedeva cittadini più adulti. E i cittadini adulti sono una seccatura, perché non si limitano a votare ogni cinque anni e poi zitti. Vogliono capire, discutere, scegliere, contestare. Una democrazia vera non li sopporta sempre volentieri.

Il referendum come arma civile, non come scorciatoia

Pannella fece del referendum uno strumento identitario. Lo usò con una frequenza che a molti apparve ossessiva, e forse a tratti lo fu. Ma nella sua logica il referendum non era solo un congegno tecnico per cancellare norme. Era un modo per strappare temi all’oligopolio dei partiti, per costringere l’Italia a votare su ciò che i palazzi rinviavano, insabbiavano, sterilizzavano in commissione, seppellivano sotto formule da verbale.

La stagione referendaria radicale toccò una quantità impressionante di materie: giustizia, finanziamento pubblico dei partiti, nucleare, droghe, caccia, ergastolo, responsabilità civile dei magistrati, libertà d’informazione. Non tutto era convincente allo stesso modo. Non tutto era popolare. Non tutto era destinato alla vittoria. Ma il punto, per Pannella, era aprire varchi. Anche perdere poteva servire, se una questione entrava nel lessico nazionale. Ed era una visione insieme nobile e spietata: usare la sconfitta come semina.

Questa è una delle ragioni per cui oggi se ne sente la mancanza. La politica contemporanea spesso evita le sconfitte simboliche perché teme il costo reputazionale immediato. Pannella accettava l’idea di perdere, purché la sconfitta producesse attrito, memoria, conflitto civile. Non cercava soltanto consenso; cercava movimento. Una differenza enorme, in un tempo in cui molti leader sembrano progettati per non urtare nessuno dei propri elettori reali o immaginari.

Il corpo come manifesto: digiuni, sete, disobbedienza

Pannella trasformò il corpo in strumento politico. Digiuni, scioperi della sete, gesti dimostrativi, disobbedienze civili. A qualcuno sembravano ricatti morali. Ad altri, atti di testimonianza. A molti entrambe le cose, a seconda del giorno e della pazienza disponibile. Ma ridurli a esibizionismo sarebbe comodo e sbagliato. Il suo corpo diventava il luogo fisico di una contraddizione pubblica: se lo Stato ignora un diritto, se il Parlamento dorme, se l’informazione cancella un tema, allora il corpo del militante si mette davanti alla porta.

C’era qualcosa di antico in questa pratica, quasi religioso pur dentro un uomo laico e anticlericale. Il digiuno come disciplina, la sete come limite, la voce come predica civile. Pannella sembrava spesso un profeta con il telefono sempre occupato, un tribuno con l’agenda piena, un monaco indisciplinato della Repubblica. Eppure dietro l’immagine, talvolta caricaturale, c’era una concezione precisa della nonviolenza: non passività, non rinuncia, ma conflitto senza distruzione dell’altro.

Questa nonviolenza era radicale nel senso più serio del termine. Non cercava la pace come atmosfera gradevole. Cercava la rottura del silenzio senza passare dalla violenza. In un’Italia attraversata dal terrorismo, dalle stragi, dalle ombre degli apparati, questa scelta aveva un peso particolare. Pannella poteva essere urlato, invasivo, teatrale, ma il suo vocabolario politico rifiutava l’eliminazione del nemico. Voleva processi, non vendette. Diritti, non regolamenti di conti. Anche quando difendeva cause impopolari, e spesso le difendeva proprio perché erano impopolari.

La disobbedienza civile, nel suo caso, non era posa da ribelle con il fotografo appostato. Era una tecnica politica: violare pubblicamente una norma ritenuta ingiusta, assumersene le conseguenze, costringere l’ordinamento a guardarsi mentre punisce. Accadde nelle campagne antiproibizioniste, nelle battaglie sulla droga, nelle iniziative sulla giustizia. Pannella capiva che lo scandalo può essere una lente, se non diventa puro rumore. E lui, nel bene e nel male, sapeva fare rumore come pochi.

Carceri, giustizia e garantismo: il Pannella meno comodo

Il Pannella più facile da celebrare è quello del divorzio e dei diritti civili ormai assorbiti dal senso comune. Il Pannella più difficile, più urticante, è quello delle carceri, dell’amnistia, dei detenuti, della giustizia. Qui non c’era il profumo pulito della vittoria progressista già digerita. C’era l’odore chiuso delle celle, il sovraffollamento, la lentezza dei processi, la tentazione molto italiana di considerare il carcere un buco nero dove infilare il problema e dimenticarsene.

Pannella visitava istituti penitenziari, parlava con i detenuti, denunciava condizioni indegne, insisteva sull’amnistia come risposta a una violazione strutturale dello Stato di diritto. Non lo faceva perché fosse tenero con il crimine, ma perché era duro con lo Stato quando lo Stato tradiva le proprie regole. Il garantismo pannelliano non era simpatia per i colpevoli: era diffidenza verso il potere punitivo quando diventa cieco, lento, vendicativo o semplicemente burocratico.

Questo è un punto ancora vivo. Anzi, brucia. In Italia il garantismo piace finché riguarda i propri amici, il proprio campo, il proprio elettore, il proprio innocente di riferimento. Pannella invece lo portava dove diventava sgradevole: al detenuto comune, all’imputato impopolare, al condannato senza voce, alla persona che non porta voti. Ed è lì che un principio si vede. Nei casi facili siamo tutti costituzionalisti da salotto; nei casi sporchi comincia la selezione naturale della coerenza.

La sua attenzione per la giustizia attraversava anche il tema della responsabilità dei magistrati, della durata dei processi, dell’informazione giudiziaria, del rapporto tra potere politico e potere giudiziario. Fu spesso accusato di forzare, di semplificare, di usare il referendum come grimaldello eccessivo. Alcune critiche erano fondate. Ma resta il fatto che Pannella non accettò mai l’idea che la legalità potesse essere invocata solo contro qualcuno. Per lui la legge era un limite anche per chi la applica. Sembra ovvio. Non lo è mai stato davvero.

L’abolizione della pena di morte come orizzonte internazionale

La battaglia contro la pena di morte fu uno dei fili più profondi della sua traiettoria internazionale. Pannella e il mondo radicale investirono energie enormi nella campagna per la moratoria universale, insieme a Nessuno tocchi Caino e ad altre realtà. Qui il suo garantismo usciva dai confini italiani e diventava grammatica globale dei diritti umani. Nessuno tocchi Caino: già il nome era un programma, scomodo persino per chi crede nella giustizia ma fatica a separarla dalla vendetta.

La sua posizione era netta: lo Stato non deve uccidere, nemmeno quando punisce chi ha ucciso. Una frase semplice, quasi scolastica, ma pesantissima se applicata davvero. Per questo si oppose alla pena capitale ovunque, anche quando riguardava dittatori, terroristi, criminali detestati. La dignità del diritto, per lui, si misurava nei casi in cui l’istinto pubblico chiede sangue. Facile difendere la vita dell’innocente. Più difficile difendere il principio quando l’uomo davanti al patibolo è colpevole, odioso, perduto.

Un radicale nelle istituzioni, non contro le istituzioni

Pannella fu uomo di piazza, microfono, radio, carcere, congresso permanente. Ma fu anche parlamentare. Alla Camera sedette dalla VII all’XI legislatura, dal 1976 al 1994, con una produzione intensa di interventi, atti, proposte di legge. Fu anche europarlamentare, con un rapporto lungo e viscerale con l’Europa. Non era un anti-istituzionale nel senso qualunquista del termine. Al contrario, credeva nelle istituzioni abbastanza da volerle disturbare quando diventavano sonnacchiose, corporative o autoreferenziali.

Questa distinzione conta. Pannella combatteva la partitocrazia, ma non disprezzava la democrazia rappresentativa. Contestava i partiti, ma non sognava l’uomo solo al comando. Usava la piazza, ma pretendeva Parlamento, procedure, firme, quorum, deliberazioni. Era un sovversivo del diritto, non contro il diritto. Una figura quasi impossibile da incasellare nella politica attuale, dove l’anti-sistema spesso scivola nel rancore generico e il sistema si difende con la gommapiuma delle frasi istituzionali.

Anche il suo rapporto con la comunicazione fu anticipatore. Radio Radicale non fu soltanto un megafono di parte; diventò un archivio sonoro della democrazia italiana, un luogo in cui le sedute, i congressi, i processi, le voci pubbliche venivano registrate e rese disponibili. Il diritto alla conoscenza, espressione molto pannelliana, nasceva da qui: senza informazione accessibile, senza trasparenza, senza memoria documentale, il cittadino resta suddito anche quando vota.

Pannella capì prima di altri che la comunicazione non era un accessorio della politica, ma un campo di battaglia. Solo che, a differenza di molti epigoni contemporanei, non la riduceva a marketing. La usava per aprire processi, non solo per chiuderli con uno slogan. Certo, amava il palcoscenico. Amava sentirsi ascoltato. Era vanitoso, accentratore, capace di divorare spazio. Ma dentro quella fame di parola c’era una fiducia quasi fisica nella discussione pubblica. Oggi, nell’epoca del messaggio calibrato e del video di venti secondi, sembra preistoria. Forse era futuro, e non ce ne siamo accorti.

Perché politici così sono rari

Politici come Pannella sono pochi perché richiedono una combinazione scomoda: cultura, coraggio, narcisismo, disciplina, visione, resistenza fisica, gusto del conflitto e una certa indifferenza alla rispettabilità immediata. Ingredienti difficili da tenere insieme senza esplodere. Lui esplodeva spesso, infatti. Ma produceva luce, non solo detriti.

La politica contemporanea seleziona profili più controllabili. Leader che non disturbano troppo il proprio perimetro, comunicatori rapidi, amministratori dell’identità, professionisti dell’indignazione a temperatura regolabile. Pannella era l’opposto: un uomo politicamente eccessivo, ma difficilmente addomesticabile. Poteva dialogare con mondi lontanissimi, dalla sinistra libertaria ai liberali, dai cattolici inquieti ai socialisti, da Berlusconi a pezzi dell’intellettualità più raffinata, senza diventare davvero proprietà di nessuno.

La sua libertà aveva anche un prezzo. Il mondo radicale fu spesso attraversato da fratture, personalismi, tensioni feroci. Pannella poteva essere generoso e feroce, visionario e ingombrante, maestro e padrone, capace di valorizzare figure straordinarie e di consumare rapporti politici importanti. Nessun santino regge davanti alla sua biografia. Meglio così. I santini servono a non pensare. Pannella va ricordato non perché fosse puro, ma perché costringeva gli altri a misurarsi con l’impurità della libertà.

La sua mancanza si sente anche perché molte sue battaglie sono rimaste incompiute o sono tornate sotto altre forme. Le carceri continuano a essere un’emergenza civile. Il fine vita è ancora terreno di conflitti lenti e dolorosi. La giustizia resta un labirinto. Il rapporto tra informazione, potere e cittadino è diventato persino più fragile nell’era digitale. L’antiproibizionismo resta mezzo tabù, mezzo mercato, mezzo ipocrisia. E la laicità dello Stato, periodicamente data per acquisita, si scopre sempre bisognosa di manutenzione, come certi ponti: finché non scricchiolano, nessuno li guarda.

Nel decennale della morte, le iniziative promosse a Roma e nel mondo radicale non sono solo commemorazioni. Sono la prova che Pannella continua a provocare anche da assente. Una maratona oratoria, una targa discussa, sedi simboliche, ricordi divisi persino tra i suoi eredi politici: tutto molto pannelliano, quasi inevitabile. Non un ricordo pacificato, ma una memoria litigiosa. Del resto, trasformarlo in una statua muta sarebbe il modo più rapido per tradirlo.

La libertà come mestiere quotidiano

Ricordare Marco Pannella dieci anni dopo non significa rimpiangere un’età dell’oro che non è mai esistita. L’Italia dei suoi anni era spesso più chiusa, più violenta, più ipocrita, più maschile, più clericale, più dura con chi usciva dalla norma. Non c’è nostalgia seria in questa storia. C’è semmai il riconoscimento di una fatica: molti diritti oggi considerati quasi naturali sono stati conquistati da minoranze rumorose, testarde, spesso derise, e Pannella fu una delle loro voci più potenti.

Il punto non è dire che aveva sempre ragione. Non l’aveva. Il punto è che sapeva rendere impossibile l’indifferenza. In un Paese abilissimo nel rinviare, smussare, accomodare, incartare tutto in una formula di compromesso, Pannella introduceva una domanda netta. A volte troppo netta. Ma utile. La democrazia ha bisogno anche di figure così: non governano necessariamente meglio, non amministrano sempre, non rassicurano quasi mai. Però aprono porte che altri attraversano quando il rischio è diminuito.

La sua eredità più concreta non sta in un partito, perché i partiti cambiano, si dividono, si consumano. Non sta nemmeno in una singola legge, per quanto importanti siano state le riforme civili a cui contribuì. Sta in un’idea più esigente: la politica serve quando aumenta lo spazio della persona davanti allo Stato, alla morale dominante, alla paura collettiva e alla pigrizia dei potenti. Tutto il resto è arredamento.

Pannella manca perché la sua voce, con tutti i suoi eccessi, ricordava che la libertà non è mai una stanza già pronta. Va arieggiata, difesa, sporcata di discussione, qualche volta anche gridata. Dieci anni dopo, l’Italia continua a vivere dentro molte porte che lui aiutò ad aprire. Alcune cigolano, altre sono state richiuse a metà, altre ancora aspettano qualcuno abbastanza ostinato da rimetterci la spalla. Ecco perché vale la pena ricordarlo: non per nostalgia, ma per igiene civile. Una democrazia senza disturbatori diventa educata, ordinata, impeccabile. E lentamente si addormenta.

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