Seguici

Cosa...?

Cos’è la tanoressia e perché colpisce soprattutto le giovani donne?

La tanoressia trasforma l’abbronzatura in ossessione: sintomi, rischi per la pelle, persone più esposte e percorsi per ritrovare il controllo

Pubblicato

il

tutto sulla tanoressia

La tanoressia è il bisogno persistente e difficile da controllare di abbronzarsi, al sole oppure attraverso lampade e lettini solari, anche quando sono già comparsi arrossamenti, ustioni, macchie cutanee o avvertimenti medici. Non è il semplice desiderio di avere un po’ di colore prima dell’estate: il problema nasce quando l’abbronzatura occupa i pensieri, decide le giornate e non sembra mai sufficiente.

Colpisce soprattutto le donne giovani, in particolare tra la tarda adolescenza e la prima età adulta, ma può interessare anche uomini e persone più mature. Pressione estetica, confronto continuo con gli altri, insicurezza corporea e sensazione di benessere associata ai raggi ultravioletti creano un intreccio piuttosto resistente. Una miscela sociale e biologica servita senza ombrellino, ma con parecchi effetti collaterali.

La tanoressia può essere trattata e il controllo può essere recuperato. Non esiste, però, una compressa capace di cancellare il comportamento dall’oggi al domani. Il percorso può comprendere supporto psicologico, abbandono dei solarium, controlli dermatologici e cura di eventuali disturbi collegati, come ansia, depressione, pensieri ossessivi o disturbo dismorfico corporeo.

La tanoressia non è riconosciuta come diagnosi autonoma nei principali manuali psichiatrici. Le ricerche individuano comunque in alcuni utilizzatori un desiderio intenso, la perdita di controllo e la prosecuzione del comportamento nonostante i danni. Caratteristiche che ricordano una dipendenza comportamentale e che rendono il problema qualcosa di più serio di un capriccio estetico.

Cos’è la tanoressia e perché non è semplice vanità

Il termine nasce dall’unione di tan, abbronzatura in inglese, e orexia, appetito o desiderio. Viene impiegato per indicare la dipendenza dall’abbronzatura, l’esposizione solare compulsiva o l’uso incontrollato di lampade abbronzanti. Espressioni simili, non perfettamente sovrapponibili.

Non esistono ancora criteri clinici universali. Non ogni persona che ama prendere il sole, dunque, soffre di tanoressia. Il confine non dipende soltanto dal numero di ore trascorse in spiaggia o dalle sedute effettuate durante l’anno, ma dal rapporto sviluppato con quel comportamento.

Una persona può organizzare la settimana intorno alle sedute, sentirsi in colpa e continuare comunque, pensare continuamente al proprio colore oppure fallire più volte nel tentativo di ridurre l’esposizione. A quel punto la scelta perde parte della sua libertà. L’estetica, leggera come un telo steso sulla sabbia, comincia a pesare come una pietra.

La ricerca sta cercando di comprendere se la radiazione ultravioletta attivi meccanismi cerebrali legati alla ricompensa. L’esposizione può favorire la produzione di betaendorfine, sostanze associate al benessere, e stimolare circuiti coinvolti nella motivazione e nel piacere.

Questo non significa che chiunque abbia la pelle abbronzata sia dipendente. Aiuta però a spiegare perché alcune persone descrivano rilassamento, miglioramento dell’umore o irritabilità quando non possono esporsi. La pelle si scurisce; il cervello, nel frattempo, registra la sensazione piacevole.

La tanoressia non coincide necessariamente con il disturbo dismorfico corporeo. Alcune persone continuano a percepirsi pallide anche quando la loro pelle è già molto scura, quasi come se lo specchio restituisse un’immagine alterata. Altre vedono il proprio colore in modo realistico, ma non riescono a controllare l’impulso. Percorsi diversi che possono condurre alla stessa lampada.

I sintomi che mostrano quando l’abbronzatura prende il comando

Il segnale più evidente è l’insoddisfazione permanente. La pelle raggiunge un colore intenso, ma davanti allo specchio continua a sembrare troppo chiara. La persona si confronta con amici, influencer o fotografie ritoccate, aumenta la frequenza delle sedute e vive la perdita dell’abbronzatura come un peggioramento del proprio aspetto.

Possono comparire pensieri ripetitivi sulla prossima esposizione, difficoltà a ignorare il desiderio e una crescente perdita di controllo. Si prova a smettere, si resiste per alcuni giorni, poi si ritorna alle vecchie abitudini. L’eccezione diventa regola, il proposito si scioglie più rapidamente della crema solare sotto il sole d’agosto.

Tra i segnali ricorrenti rientrano i tentativi falliti di ridurre le sedute, il senso di colpa, la paura del tumore cutaneo e la difficoltà a concentrarsi sul lavoro, sullo studio o sulle relazioni. Alcune persone continuano nonostante le preoccupazioni di familiari, partner o medici.

Sapere che un comportamento fa male non basta sempre a interromperlo. Il tabacco lo dimostra da decenni, con una perseveranza quasi didattica.

Un altro sintomo è la tolleranza: il colore o la durata che prima procuravano soddisfazione non bastano più. Servono sedute più frequenti, più lunghe oppure una combinazione di solarium e sole naturale. Ridurre l’esposizione può provocare irritabilità, inquietudine, umore basso e insicurezza.

Non si tratta necessariamente di un’astinenza paragonabile a quella provocata da droghe o alcol. Il disagio psicologico, tuttavia, può essere abbastanza forte da spingere la persona verso una nuova seduta.

La situazione diventa particolarmente preoccupante quando ci si espone nelle ore centrali della giornata, si rimane al sole per periodi prolungati, si alternano lampade e spiaggia oppure si continua nonostante ustioni e lesioni sospette.

Uno studio italiano condotto su 520 partecipanti ha classificato circa il 15% del campione come dipendente secondo due questionari adattati. Le donne erano maggiormente rappresentate e il comportamento risultava collegato a esposizioni più lunghe, orari con radiazione elevata e uso dei solarium.

Quel dato non significa che il 15% degli italiani soffra di tanoressia: il campione non rappresentava l’intera popolazione. Mostra, però, un modello chiaro. Più aumenta l’esposizione, più il controllo tende a diminuire.

Perché le giovani donne risultano più esposte

Le donne utilizzano le lampade abbronzanti più degli uomini in numerosi studi europei. Tra le ragioni compaiono i canoni di bellezza, la pressione sociale sull’aspetto, il confronto corporeo e l’associazione culturale tra pelle scura, magrezza, vacanze e benessere.

Una contraddizione piuttosto vistosa: si cerca un’immagine di salute attraverso una radiazione che danneggia la pelle. L’industria estetica, del resto, ha imparato da tempo che anche i paradossi possono essere venduti, purché siano illuminati bene.

La fascia più coinvolta si colloca generalmente tra i 20 e i 35 anni, anche se in alcuni Paesi europei l’abitudine comincia durante l’adolescenza. A quell’età l’approvazione sociale può pesare più di un rischio sanitario futuro, soprattutto quando il pericolo non produce sintomi immediati.

Un’ustione brucia. Le mutazioni cellulari, invece, lavorano in silenzio. Non inviano notifiche.

Un ampio studio condotto in 30 Paesi europei ha rilevato un precedente utilizzo delle lampade nel 17% dei giovani adulti, nel 5,9% dei minori di 20 anni e nell’8,3% delle persone con più di 35 anni. Le donne mostravano una prevalenza maggiore in tutti i Paesi analizzati.

I dati provenivano da campagne di controllo del tumore cutaneo e non rappresentavano un censimento completo dell’Europa. Restano comunque un utile indicatore del rischio, soprattutto per la combinazione tra giovane età, sesso femminile e frequenza delle sedute.

Non esiste una classifica affidabile dei Paesi con più casi di tanoressia, perché manca una definizione diagnostica condivisa. È possibile, però, osservare la diffusione dei solarium e delle lampade abbronzanti.

L’uso è stato storicamente più frequente nell’Europa settentrionale e occidentale, dove la pelle chiara, i lunghi mesi con poca luce e una fitta offerta di centri estetici creano un terreno favorevole. I Paesi baltici emergono tra gli adulti giovani, quelli scandinavi tra gli adolescenti.

In Italia, il sole naturale non impedisce la diffusione delle lampade. Il culto dell’abbronzatura conserva una presenza forte, alimentata dalla moda, dalla stagione balneare, dalle palestre e dall’idea che un colorito scuro nasconda stanchezza e imperfezioni.

La disponibilità di sole non elimina il desiderio di comprarlo a minuti. Lo rende soltanto più curioso.

I danni invisibili nascosti sotto il colore

L’abbronzatura non è una prova che la pelle si sia abituata al sole. È una risposta difensiva contro un’aggressione ultravioletta. Le cellule producono melanina perché il loro DNA sta subendo un danno.

Il colore può essere considerato attraente secondo i gusti del momento. Per la biologia è una sirena d’allarme con un eccellente ufficio stampa.

Le lampade emettono raggi UVA e, normalmente, anche UVB. Alcuni apparecchi possono raggiungere livelli di radiazione paragonabili a un indice ultravioletto estremo, simile a quello registrato sotto il sole di mezzogiorno nelle zone equatoriali.

Una seduta breve, quindi, non corrisponde necessariamente a una dose leggera. Il tempo diminuisce, l’intensità aumenta. Una specie di espresso della radiazione ultravioletta.

I dispositivi per l’abbronzatura artificiale sono classificati come cancerogeni per l’essere umano. Non rappresentano una versione controllata o addomesticata del sole, ma una fonte concentrata di radiazione racchiusa tra tubi, specchi e temporizzatori.

Il rischio più noto è il melanoma, ma non è l’unico. L’esposizione artificiale è associata anche al carcinoma squamocellulare, al carcinoma basocellulare, alle ustioni, alle macchie, alla perdita di elasticità e all’invecchiamento precoce della pelle.

Possono verificarsi anche danni oculari, soprattutto in assenza di protezioni adeguate. La luce intensa non si ferma educatamente alla superficie della pelle.

L’uso dei solarium è stato associato a un aumento di circa il 58% del rischio di carcinoma squamocellulare e del 24% di carcinoma basocellulare. Si tratta di stime sulla popolazione, non di previsioni individuali, ma illustrano un aumento tutt’altro che trascurabile.

Anche l’età della prima seduta conta. L’utilizzo di una lampada almeno una volta è associato a un rischio di melanoma superiore di circa il 20%, mentre cominciare prima dei 35 anni può aumentarlo di circa il 59%.

Il pericolo cresce insieme alla frequenza e alla quantità complessiva di radiazioni assorbite. La pelle possiede una memoria ostinata e conserva il conto delle esposizioni anche quando l’abbronzatura è svanita.

Una ricerca pubblicata nel 2025 ha confrontato utilizzatori abituali di lettini solari con persone che non li avevano mai usati. Nei primi sono state rilevate quasi il doppio delle mutazioni nei melanociti di pelle apparentemente sana e più alterazioni associate al melanoma.

Le mutazioni erano presenti anche in zone normalmente coperte, come la parte bassa della schiena. Il danno, insomma, non si limita necessariamente alle spalle arrossate o al décolleté.

Nella popolazione clinica analizzata, l’uso delle lampade risultava associato a una probabilità di melanoma 2,85 volte superiore, anche dopo aver considerato altri fattori di rischio. Non è una condanna individuale, ma un segnale molto serio: una pelle che sembra normale può conservare alterazioni invisibili.

La tanoressia si può curare?

La tanoressia può essere trattata, anche se parlare di cura immediata sarebbe vendere fumo con fattore di protezione zero. L’intervento dipende da ciò che alimenta il comportamento: ansia, bisogno di approvazione, insoddisfazione corporea, umore depresso, ricerca di benessere o una combinazione di questi elementi.

La terapia cognitivo-comportamentale può aiutare a riconoscere le convinzioni che sostengono l’esposizione. Per esempio, sentirsi poco attraenti senza abbronzatura, pensare che una seduta in più non comporti rischi oppure considerare la pelle chiara sinonimo di malattia o trascuratezza.

Il percorso serve anche a tollerare il disagio provocato dalla rinuncia alle lampade e a costruire un rapporto meno conflittuale con la propria immagine. Non basta togliere il lettino solare se la persona continua a vedere nello specchio qualcosa che non riesce ad accettare.

Quando sono presenti disturbo dismorfico corporeo, depressione o sintomi ossessivo-compulsivi, il trattamento deve riguardare anche queste condizioni. In determinate situazioni uno specialista può valutare una terapia farmacologica, ma non esiste un medicinale approvato specificamente contro la dipendenza dall’abbronzatura.

Può risultare utile anche il colloquio motivazionale, un approccio che aiuta la persona a sciogliere la propria ambivalenza. Molti utilizzatori conoscono i rischi, eppure continuano perché il colore migliora temporaneamente l’autostima o l’umore.

Ripetere soltanto che il sole può causare un tumore aggiunge poca informazione. Il nodo consiste nel separare abbronzatura, sicurezza personale e benessere, senza trasformare la visita medica in una predica.

Uno studio del 2025 ha sperimentato per quattro settimane messaggi personalizzati rivolti a 265 donne tra i 18 e i 30 anni con sintomi compatibili con la dipendenza. L’intervento ha inizialmente aumentato l’abbandono delle lampade e la motivazione, ma dopo tre mesi la differenza non era più significativa.

Il risultato suggerisce che una condotta costruita durante anni difficilmente viene smontata con qualche notifica e un’emoji prudente. Servono continuità, ascolto e un lavoro più profondo sull’immagine corporea.

Cosa fare quando smettere diventa difficile

Il primo passo consiste nel parlarne con il medico di famiglia, un dermatologo, uno psicologo o uno psichiatra, descrivendo il comportamento senza minimizzarlo. Frequenza delle sedute, durata, tentativi falliti, ansia e conseguenze sulla vita quotidiana sono informazioni importanti.

È consigliabile effettuare un controllo dermatologico completo, soprattutto dopo anni di lampade, ustioni ripetute, presenza di molti nei, carnagione chiara o casi familiari di melanoma.

L’abbronzatura artificiale dovrebbe essere interrotta e l’esposizione intenzionale al sole ridotta. La protezione comprende ombra, vestiti adeguati, occhiali con filtro UV e una crema solare ad ampio spettro con fattore 30 o superiore.

La protezione va riapplicata ogni due ore e dopo il bagno o una sudorazione intensa. La crema riduce il danno, ma non trasforma ore sotto il sole in un’attività innocua. Non è un lasciapassare per arrostire lentamente sulla sabbia.

Gli autoabbronzanti possono dare colore senza radiazioni ultraviolette, anche se non proteggono dal sole salvo indicazione specifica. Non risolvono automaticamente l’ossessione: cambiano lo strumento, non sempre il bisogno.

Vanno evitati spray nasali, iniezioni e prodotti a base di melanotan acquistati online. Non sono la scorciatoia elegante promessa da alcuni profili social e possono aggiungere nuovi rischi a quelli già esistenti.

È necessario rivolgersi rapidamente a un dermatologo quando compare un neo nuovo, una macchia cambia forma, colore o dimensione, una lesione sanguina, prude, non guarisce oppure appare diversa dalle altre.

La diagnosi precoce migliora in modo decisivo le possibilità di cura del melanoma e degli altri tumori cutanei. Aspettare che una lesione diventi davvero brutta significa regalarle tempo. E non ne ha bisogno.

Il colore scompare, il danno può restare

La tanoressia non è una stranezza estiva e neppure una forma di frivolezza femminile. È un comportamento complesso, alimentato da modelli estetici, ricompensa emotiva, insicurezza e, in alcuni casi, una reale perdita di controllo.

Le giovani donne compaiono più spesso nelle statistiche perché subiscono una maggiore pressione sull’aspetto e utilizzano più frequentemente i solarium, non per una particolare debolezza. La società costruisce insicurezze e poi affitta rimedi a sedute. Un modello commerciale vecchio, ma ancora piuttosto redditizio.

L’abbronzatura scompare nel giro di alcune settimane. Le mutazioni, il fotoinvecchiamento e il rischio accumulato seguono un calendario diverso. Abbandonare le lampade, affrontare l’ossessione e controllare la pelle permette di ridurre il pericolo futuro, anche se non può cancellare le esposizioni passate.

Per anni il colorito scuro è stato venduto come una cartolina di vacanze, benessere e successo. La biologia, meno impressionabile della pubblicità, racconta un’altra storia: quella di una pelle costretta a difendersi finché una cellula commette un errore. E a volte ne basta uno.

Grazie per aver letto questo articolo e per essere passato da Domandalo. Con la lente d’ingrandimento in alto puoi cercare altri temi, curiosità e storie da approfondire. E se la lettura ti è piaciuta, condividila: aiuta questo contenuto a viaggiare più lontano e a raggiungere nuovi lettori.

Trending