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Sergio Mattarella ricorda la strage di Dacca dieci anni dopo

Nel decennale della strage di Dacca, Mattarella ricorda le nove vittime italiane e richiama l’impegno contro ogni forma di terrorismo.

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mattarella nel 2026

Il tempo ha compiuto dieci giri intorno a quella notte, ma la ferita non si è chiusa. Sergio Mattarella ha ricordato la strage di Dacca, l’attentato terroristico che il 1º luglio 2016 trasformò una cena nel cuore della capitale del Bangladesh in una delle pagine più dolorose della recente storia italiana.

Nove cittadini italiani persero la vita all’interno dell’Holey Artisan Bakery, un ristorante frequentato da stranieri nel quartiere diplomatico di Gulshan. Erano lavoratori, imprenditori e professionisti che avevano costruito una parte della propria esistenza lontano dall’Italia.

Dieci anni dopo, il Presidente della Repubblica rinnova la vicinanza dello Stato alle famiglie e affida alla memoria un messaggio che va oltre la commemorazione: il terrorismo cerca di dividere le società, ma può essere sconfitto soltanto difendendo la convivenza, il dialogo e la libertà.

Sergio Mattarella ricorda la strage di Dacca

Nel messaggio diffuso dal Quirinale, Mattarella ha ricordato la violenza dell’attentato, compiuto contro persone di nazionalità e religioni differenti mentre si trovavano insieme in un luogo di incontro e socialità.

Il significato delle parole del Capo dello Stato emerge proprio da questo contrasto. Da una parte, un tavolo, una cena, il rumore delle posate e delle conversazioni; dall’altra, la furia ideologica di chi considera ogni differenza una minaccia.

L’attacco non colpì una struttura militare o un centro politico. Colpì la normalità, un locale nel quale persone provenienti da Paesi diversi potevano condividere lo stesso spazio senza paura.

Secondo Mattarella, gli attentatori volevano seminare odio e alimentare la contrapposizione tra la popolazione del Bangladesh e la comunità internazionale. Quel progetto, tuttavia, non riuscì a spezzare i rapporti tra i popoli.

Dopo la strage crebbero la solidarietà verso le famiglie, la collaborazione tra le autorità e la consapevolezza che la risposta al fanatismo non può essere un’altra forma di fanatismo.

Il richiamo contro il terrorismo di ogni matrice

Il Presidente della Repubblica ha ribadito l’impegno dell’Italia nel contrasto al terrorismo di ogni matrice, una formula che allarga lo sguardo e rifiuta interpretazioni selettive.

La violenza estremista può cambiare volto, bandiera e linguaggio, ma conserva lo stesso nucleo: la volontà di cancellare l’altro e trasformare la paura in uno strumento di potere.

Per Mattarella, difendere i principi di civiltà significa unire apertura e fermezza. Non basta ricordare le vittime durante gli anniversari; occorre costruire società sicure, libere e solidali, capaci di prevenire la radicalizzazione senza rinunciare ai diritti che il terrorismo vorrebbe distruggere.

La memoria, nelle parole del Presidente, non è una stanza chiusa e polverosa. È piuttosto una finestra: permette di osservare ciò che è accaduto e di riconoscere nel presente i segnali che non devono essere ignorati.

Cosa accadde a Dacca il 1º luglio 2016

La sera del 1º luglio 2016, un gruppo di terroristi fece irruzione nell’Holey Artisan Bakery, nel quartiere di Gulshan, una delle zone più sorvegliate e internazionali di Dacca.

Il locale era frequentato da diplomatici, tecnici, imprenditori e lavoratori stranieri. Un piccolo crocevia cosmopolita, illuminato e tranquillo, circondato dal traffico denso della capitale bengalese.

Gli assalitori entrarono armati, aprirono il fuoco e presero in ostaggio le persone presenti. L’attacco proseguì per ore, mentre all’esterno le forze di sicurezza preparavano l’intervento.

Dentro il ristorante, una serata ordinaria era diventata una trappola.

Tra le vittime vi furono cittadini italiani, bangladesi, giapponesi, indiani e statunitensi. La presenza di persone appartenenti a culture e religioni differenti rese ancora più evidente il significato simbolico dell’attentato: colpire un luogo aperto al mondo, punire la mescolanza e trasformare la diversità in una colpa.

L’azione sconvolse il Bangladesh e provocò un’ondata di dolore anche in Italia. Molti dei connazionali uccisi lavoravano nel settore tessile, uno degli assi economici che collegano le imprese italiane al Paese asiatico.

Non erano semplici turisti capitati per caso. Conoscevano Dacca, le sue strade affollate, il caldo umido, il ritmo incessante delle fabbriche e dei mercati.

Chi erano le nove vittime italiane

I nove cittadini italiani uccisi furono Nadia Benedetti, Claudio Cappelli, Vincenzo D’Allestro, Claudia Maria D’Antona, Simona Monti, Adele Puglisi, Maria Riboli, Cristian Rossi e Marco Tondat.

Dietro questi nomi esistevano famiglie, figli, progetti e vite divise tra l’Italia e il Bangladesh. Alcuni vivevano nel Paese da molti anni, altri viaggiavano frequentemente per lavoro.

Il loro ricordo è rimasto vivo nelle città di origine, nelle comunità locali e nelle cerimonie organizzate dalle istituzioni italiane.

Quando le salme tornarono in Italia, Mattarella le accolse all’aeroporto militare di Ciampino, incontrando i familiari e rendendo omaggio alle vittime.

Fu un gesto istituzionale sobrio, quasi silenzioso, diventato una delle immagini più forti dei giorni successivi alla strage.

Il Presidente incontrò nuovamente i familiari al Quirinale nel primo anniversario dell’attentato. A distanza di dieci anni, la nuova dichiarazione conferma che quella vicinanza non apparteneva soltanto al momento dell’emergenza: è entrata nella memoria ufficiale della Repubblica.

Il ricordo dell’Italia in Bangladesh

Nelle stesse ore del messaggio di Mattarella, anche l’Ambasciata italiana in Bangladesh ha ricordato le vittime dell’attentato.

Le commemorazioni organizzate a Dacca hanno assunto, nel corso degli anni, un significato particolare perché riuniscono rappresentanti italiani, autorità locali e delegazioni dei Paesi colpiti.

Non si tratta soltanto di cerimonie diplomatiche. Sono occasioni nelle quali Italia e Bangladesh riaffermano che l’attacco non è riuscito a creare una frattura permanente.

Il rapporto tra i due Paesi è proseguito attraverso la cooperazione economica, il dialogo politico e i legami umani costruiti dalle comunità italiane e bangladesi.

La strage avrebbe potuto alimentare sospetto e ostilità. Accadde anche il contrario: molti cittadini del Bangladesh manifestarono dolore e solidarietà, portarono fiori e parteciparono alle commemorazioni.

Il fanatismo aveva tentato di scavare una trincea. Intorno a quella trincea, lentamente, furono costruiti nuovi ponti.

Un attacco diretto contro la convivenza

L’Holey Artisan Bakery rappresentava ciò che gli estremisti detestano: persone diverse sedute nello stesso luogo, senza che la provenienza o il credo religioso impedissero loro di condividere una cena.

Per questo il ricordo della strage di Dacca conserva un valore che supera i confini del Bangladesh.

L’attentato mostrò come il terrorismo scelga spesso bersagli quotidiani: ristoranti, teatri, stazioni, mercati e scuole. Luoghi fragili proprio perché aperti, attraversati dalla vita e difficili da trasformare in fortezze.

La risposta non può consistere nel rendere ogni città una caserma. La sicurezza richiede prevenzione, intelligence e collaborazione internazionale, ma anche la capacità di difendere quella normalità che gli attentatori vogliono rendere impossibile.

Perché il messaggio di Mattarella è ancora attuale

Dieci anni sono abbastanza per far sbiadire alcune immagini, ma non per cancellarne il significato.

Il messaggio di Sergio Mattarella sulla strage di Dacca arriva in un’epoca ancora attraversata da guerre, radicalismi, propaganda digitale e nuove forme di reclutamento estremista.

Il terrorismo non si presenta sempre con gli stessi simboli. Si adatta, cambia canali, sfrutta le crisi sociali e trasforma il risentimento in appartenenza.

Per questo il richiamo del Presidente al contrasto di ogni matrice evita di rinchiudere la minaccia dentro una sola definizione religiosa, politica o geografica.

La memoria delle vittime diventa allora una misura della qualità democratica di un Paese. Ricordare significa impedire che le persone uccise vengano ridotte a un numero o a una data sul calendario. Significa pronunciarne i nomi, ricostruirne le storie e comprendere perché furono colpite. Nel decimo anniversario, le parole di Mattarella restituiscono alla strage di Dacca il suo significato più profondo.

Quella notte il terrorismo cercò di dimostrare che vivere insieme fosse impossibile. Dieci anni dopo, la risposta resta la stessa: nessuna società è davvero sicura quando rinuncia al dialogo, e nessuna apertura può sopravvivere senza la fermezza necessaria a difenderla.

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