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Il ghiacciaio del Ventina sta sparendo: quali sono le cause?

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una vista del ghiacciaio del Ventina in inverno

Il ghiacciaio del Ventina perde velocità, spessore e neve d’estate, arroventato da temperature e polveri: ti spieghiamo il suo declino.

Il ghiaccio arretra, il fronte si accorcia, la lingua si smaglia in chiazze scure e pozze di fusione. Il Ventina sta scomparendo per l’effetto congiunto di temperature più alte, inverni poveri di neve e ondate di calore che sollevano lo zero termico ben oltre le sue quote. La stagione estiva si allunga, le notti sono meno fredde, il rigelo non basta più: il ghiacciaio perde in pochi mesi ciò che non riesce a recuperare durante l’inverno. Il risultato è un bilancio di massa persistentemente negativo, cioè meno accumulo e più ablazione anno dopo anno.

A spingere l’accelerazione non c’è un singolo fattore, ma una trama di meccanismi che si sommano e si rafforzano a vicenda. La neve che resta a fine estate è troppo poca, spesso sporcata da polveri sahariane che ne scuriscono la superficie; le piogge calde in quota mangiano la riserva nevosa quando dovrebbero costruirla; il ghiaccio coperto da detrito fonde in modo irregolare e apre canali d’acqua che portano calore in profondità. In parallelo, lo zero termico che per giorni interi si piazza tra 4.000 e 4.800 metri trasforma anche l’alta montagna in un ambiente di fusione. Su questa base, ogni estate “morde” più a fondo e la lingua del Ventina arretra, si assottiglia, cambia forma.

Ghiacciaio del Ventina ai minimi storici: cosa accade oggi

Chi salita dopo salita conosce la Valmalenco lo sente a pelle: il ghiaccio vivo arretra e si frammenta, il torrente subglaciale affiora presto, i coni di detrito si spostano come trincee mobili. Dal rifugio Gerli-Porro l’occhio corre su un anfiteatro che fino a qualche decennio fa pareva scolpito nel bianco; adesso la scena mescola grigi di morena, azzurri di pozze proglaciali, strisce di neve residua. Non è un ritiro uniforme: l’esposizione, i pendii, lo spessore ereditato dagli anni “magri” o “ricchi” di neve decidono velocità diverse. Laddove il sole picchia senza ostacoli, la pelle del ghiacciaio cede prima, si increspa, si fora; nelle zone in ombra resiste un po’ di più, ma non quanto basta a invertire il filo della storia.

Il ghiaccio coperto da detrito è il volto nuovo di molti ghiacciai vallivi lombardi. Quando lo strato di pietrame è sottile, assorbe radiazione, si scalda e accelera la fusione del ghiaccio sottostante; se è spesso, isola e rallenta. Il Ventina vive entrambe le condizioni, spesso a pochi metri di distanza, con isole fredde accanto a isole calde che creano micro-reti di ruscelli, fori, sifoni. Il suono cambia: meno scricchiolio da rigelo e più scroscio d’acqua; l’odore cambia: umidità di pietra, limo, erba alta che avanza sulle lingue ritirate. È il paesaggio di un sistema in transizione, dove ogni estate ridisegna i confini e sposta di qualche passo i sentieri di accesso.

Le forzanti principali

Il quadro climatico delle Alpi è chiaro e, per il ghiacciaio del Ventina, decisivo. Il riscaldamento dell’aria è più rapido della media globale, con estati più lunghe e picchi di calore più frequenti; le notti miti riducono le ore utili al rigelo; lo zero termico sale e resta alto per giorni consecutivi. Non è un dettaglio tecnico: lo zero termico segna il confine tra manto in crescita e manto in perdita. Se quel confine si sposta troppo in alto, intere fasce altimetriche entrano in modalità fusione, e il ghiacciaio che le abita non ha scampo. La fisica è semplice quanto spietata: più energia in arrivo, meno riflessione (albedo) per via della neve sporca o assente, più calore immagazzinato nel sistema.

Esiste poi una catena di feedback morfologici. Quando il ghiaccio si assottiglia perde spinta, rallenta la sua scivolata a valle, si “appoggia” di più alla topografia; le crepacciature aumentano, i canali di ablazione si allungano, l’acqua di fusione scorre per più tempo in profondità trasportando calore dove prima dominava il freddo. Ogni estate aggiunge una tacca a questa progressione, che non è lineare ma tendenziale: qualche annata più nevosa può frenare, nessuna riesce ormai a cancellare il debito accumulato.

Neve scarsa, piogge calde e polveri sahariane

La neve residua a fine estate è, per un ghiacciaio, il vero salvadanaio. Se quel cuscino non c’è, o è troppo sottile, l’anno dopo si riparte già in perdita. Negli ultimi inverni la Valmalenco ha visto episodi nevosi discontinui, spesso seguiti in quota da piogge calde che schiacciano e degradano lo strato appena posato.

Quando poi arrivano le deposizioni di sabbia sahariana, la superficie chiara si scurisce, l’albedo crolla e la neve assorbe più radiazione: la fusione accelera. Questi eventi non sono marginali: una nevicata “giusta” sporcata da polveri e lavata dalla pioggia può trasformarsi, in pochi giorni, da riserva a passivo energetico.

Sul Ventina, come su molte lingue delle Alpi lombarde, il calendario d’alta quota è diventato nervoso: finestre invernali brevi, primavere calde, estati tempestive con rovesci intensi e roventi.

Un secolo di misure e un cambio di metodo

Il Ventina è anche una storia di misure e memorie. La serie dei rilevamenti frontali parte alla fine dell’Ottocento, quando paline, corde, punti fissi su rocce e massi davano l’ossatura di un monitoraggio artigianale ma tenace. Anno dopo anno si fissava la posizione del fronte, si confrontavano fotografie, si annotavano avanzate di pochi metri nelle annate fredde e arretramenti importanti in quelle calde. È grazie a questa disciplina che oggi possiamo raccontare l’ordine di grandezza del cambiamento: circa 1,7 chilometri di arretramento dal 1895, con un’accelerazione marcata nell’ultimo decennio e un salto in avanti dal 2021 in poi, quando le estati eccezionalmente calde hanno impresso un’accelerata visibile anche a occhio nudo.

L’ultimo tratto di storia assomiglia a una soglia. L’instabilità del terreno, i crolli, i solchi profondi scavati dall’acqua hanno reso impraticabile l’avvicinamento al fronte con le tecniche tradizionali. Le misure non si sono fermate: sono cambiate. Oggi entrano in scena droni, fotogrammetria, modelli digitali di elevazione, per stimare non solo dove sia finita la fronte ma anche quanto spessore si perda lungo la lingua, come si modifichi il volume complessivo tra una stagione e l’altra. Questo passaggio non è un vezzo tecnologico: è l’unico modo per tenere il passo con un ambiente che evolve in fretta e, talvolta, diventa pericoloso da frequentare a certe ore del giorno o in certe fasi stagionali.

C’è anche un risvolto culturale. Per decenni, “andare al ghiacciaio” significava toccare con mano il margine di una grande massa bianca; oggi “si va agli sfasciumi del ghiacciaio”. Le parole restano, il referente cambia. Le fotografie scattate dagli stessi punti rivelano massi che riemergono, laghetti proglaciali che si allargano, cordoni morenici che si trasformano in crinali aridi. La geografia si muove sotto i nostri piedi, letteralmente.

Effetti su acqua, rischi e paesaggio

La scomparsa del Ventina non è un fatto isolato in cima alla valle: fa sistema con l’acqua, l’energia, il turismo, la sicurezza. In estate i ghiacciai alimentano portate di base che sostengono i torrenti quando le piogge si diradano; senza quella riserva, le magre estive diventano più frequenti e profonde. Al contrario, i nubifragi caldi su conche detritiche generano punte violente che colpiscono a valle con onde di piena rapide e cariche di sedimenti. I gestori idroelettrici inseguono regimi sempre più intermittenti, le aziende agricole organizzano turni irrigui più elastici, gli ecosistemi ripariali soffrono sbalzi termici e idrologici più ampi di un tempo.

Poi c’è il capitolo rischi gravitativi. Il permafrost in disgelo indebolisce le pareti rocciose, le morene “cementate” dal gelo si allentano, crolli e colate detritiche diventano più probabili dopo episodi di pioggia intensa o ondate di calore prolungate. Anche la sentieristica cambia pelle: tratti storici vengono spostati, passerelle e ponti si ricostruiscono più a monte, i punti informativi nei rifugi aggiornano varianti e orari consigliati. Il turismo non scompare: si trasforma. Meno ghiaccio classico in estate, più escursionismo geologico e naturalistico, più fotografia consapevole, più interesse per la lettura del paesaggio che racconta il cambiamento senza spettacolarizzarlo.

Sul piano sociale, il Ventina è memoria di comunità. Chi da bambino toccava il margine della lingua oggi accompagna i propri figli a osservare le tracce del ritiro. La toponomastica resta, il ghiaccio no: un promemoria concreto di come il clima riscriva le mappe almeno quanto i cartografi. E dove il ghiacciaio arretra, la vegetazione colonizza: eriofori, salici nani, graminacee di quota si affacciano sulle ghiaie fresche, disegnando successioni ecologiche che in pochi anni cambiano colori e orizzonti.

Cosa aspettarsi nei prossimi anni

Se la traiettoria climatica dovesse proseguire com’è ora, il Ventina continuerà ad assottigliarsi. La lingua potrebbe suddividersi in corpi glaciali separati da dossi rocciosi, con laghetti proglaciali più estesi nelle conche liberate; il fronte cercherà quote più alte, dove in annate favorevoli il bilancio di massa può tornare temporaneamente vicino all’equilibrio. Non parliamo di settimane o mesi, ma di decenni in cui la forma del ghiacciaio, più che la sua presenza-assenza, diventa la chiave per capire come evolverà la valle.

Per i ricercatori, la sfida è spostare scala e strumenti. Servono reti meteo più dense per cogliere i gradienti locali di temperatura e precipitazione; modelli energetici che incorporino meglio il ruolo del detrito, della polvere sahariana, degli episodi di pioggia su neve; rilevamenti fotogrammetrici stagionali per quantificare perdite di spessore e volumi. Per le amministrazioni, la parola d’ordine è adattamento: piani di gestione dell’acqua che considerino estati più irregolari; protezione civile aggiornata su scenari di piene improvvise e colate; manutenzione e divulgazione sui sentieri, affinché l’esperienza in quota resti sicura e informata.

E poi c’è la dimensione individuale, quella che riguarda chiunque decida di salire “a vedere il ghiacciaio”. Il ghiaccio coperto da detrito è subdolo: sembra solido, ma può cedere su vuoti e canali interni. In estate, gli orari contano: partire presto, rientrare prima del caldo, informarsi in rifugio sulle condizioni del giorno, rispettare chiusure e divieti nelle aree instabili non è formalità, è sicurezza. Portare casco dove serve, saper rinunciare davanti a un ponte di neve marcio, capire che la foto “più vicina” non vale un passo in più sulla sabbia che copre il ghiaccio: buon senso prima di tutto. La montagna non diventa meno affascinante perché cambia; ci chiede soltanto di cambiare modo di starci dentro.

L’immagine che il Ventina rimanda oggi è limpida. Le Alpi si scaldano più della media, le estati si allungano, la neve residua si assottiglia e spesso è sporcata o lavata quando dovrebbe proteggerlo. In questo quadro, il ghiacciaio della Valmalenco non sta solo ritirandosi: sta cambiando struttura, da massa continua a mosaico fragile, con conseguenze concrete su acqua, rischi e fruizione del paesaggio. Non esiste un interruttore da riaccendere: esistono scelte — grandi e minute — capaci di rallentare la tendenza sul lungo periodo e, soprattutto, di abitare con intelligenza la metamorfosi in corso. Guardarlo adesso, senza nostalgie zuccherate ma con lucidità, è già un atto di cura: per il ghiaccio che resta, per chi lavora e vive in valle, per la memoria collettiva che ci ricorda che l’Italia è anche un Paese di ghiaccio, acqua e pietra.


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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Il DolomitiCorriere della SeraEuronews Italia.

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