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Densitometria ossea come si fa: 10 minuti, zero dolore

Densitometria ossea come si fa: esame rapido e indolore. Preparazione, T-score e referto spiegati con esempi e indicazioni aggiornate per te.
La densitometria ossea si svolge distesi su un lettino, con il corpo rilassato e ben allineato. Un braccio dello scanner passa lentamente sopra colonna lombare e anca, raccogliendo immagini a doppia energia che misurano con precisione la densità minerale ossea (BMD). Non fa male, non richiede punture né anestesia, non provoca fastidi: l’acquisizione dura in genere 10–20 minuti e si esce subito con un referto chiaro, con T-score e Z-score interpretati secondo standard internazionali per inquadrare osteopenia e osteoporosi.
Per arrivare pronti bastano pochi accorgimenti pratici. Si indossano abiti comodi senza inserti metallici sulla zona da esaminare, si tolgono cinture, collane e monete, si evita di assumere integratori di calcio nelle ore precedenti per non creare artefatti radiopachi e si rimanda l’esame se sono stati eseguiti studi con mezzi di contrasto recenti. In gravidanza la DXA/MOC si programma solo quando strettamente necessario. Nel complesso, si tratta di un percorso rapido e sicuro, pensato per rispondere subito alla domanda centrale: come si misura la solidità delle ossa e come usare quel dato per prevenire fratture che cambiano la vita.
Cos’è, cosa misura e perché resta lo standard clinico
La densitometria ossea (DXA, in Italia spesso chiamata MOC) è una metodica a raggi X a basse dosi che quantifica la BMD in sedi bersaglio del rischio di frattura, soprattutto femore prossimale e colonna lombare. È considerata lo standard di riferimento perché combina tre qualità difficili da trovare insieme: rapidità di esecuzione, ripetibilità nel tempo e dosimetria contenuta. In ambito clinico, questo significa poter basare decisioni terapeutiche su un numero solido, comparabile a distanza di mesi o anni, evitando misure “ballerine” o difficilmente confrontabili tra loro.
La metrica che il paziente vede per prima è la BMD espressa in g/cm², a cui si affiancano T-score e Z-score. Il T-score confronta la densità dell’individuo con quella di un adulto giovane sano dello stesso sesso; il Z-score paragona invece con i coetanei. Questi indici, se letti correttamente e contestualizzati con l’età, la storia di fratture e l’eventuale uso di farmaci che influenzano il metabolismo osseo, permettono di classificare il livello di rischio e di programmare un follow-up coerente. In molti centri, la stessa apparecchiatura consente una valutazione a bassa dose delle fratture vertebrali occulte (VFA), preziosa per non sottovalutare eventi spesso silenziosi ma clinicamente decisivi.
L’utilità pratica è evidente: una stima oggettiva della solidità dell’osso trabecolare e corticale in sedi chiave consente di anticipare i problemi, intervenire quando è opportuno e misurare la risposta alle terapie. È un tassello che, insieme a stili di vita corretti, riduzione del rischio di cadute e un’adeguata gestione di calcio e vitamina D, riduce la probabilità di fratture da fragilità.
Come si svolge l’esame, passo dopo passo, senza sorprese
L’accoglienza in ambulatorio è semplice e non prevede preparazioni complesse. Dopo l’identificazione e una breve verifica clinica, il tecnico di radiologia accompagna sul lettino. Per la colonna lombare si posizionano le gambe su un supporto che riduce la lordosi e allinea i corpi vertebrali; per l’anca si ruota delicatamente il piede all’interno con un fermapiede in modo da esporre bene il collo femorale. Il braccio dello scanner scorre silenzioso sopra l’area da esaminare, acquisendo immagini a due energie che il software elabora per calcolare aree, contenuto minerale e BMD.
Nella stessa seduta si analizzano di norma colonna e anca; quando non è possibile studiare l’anca (per protesi bilaterali, mezzi di sintesi o limiti antropometrici), si può misurare l’avambraccio. Il tecnico verifica immediatamente la qualità delle immagini e ripete solo se necessario, ad esempio in caso di piccoli movimenti o artefatti. Nei centri che dispongono di moduli di morfometria vertebrale (VFA), l’esecuzione aggiunge pochi minuti e consente di identificare cedimenti vertebrali spesso misconosciuti, che cambiano la valutazione del rischio complessivo.
La sensazione del paziente è neutra: non si avverte calore, vibrazione o pressione fastidiosa. Chi soffre di dolori lombari o d’anca può chiedere un posizionamento più confortevole; l’obiettivo è restare immobili per il tempo dell’acquisizione. Al termine, ci si riveste subito. Il referto, completo di immagini, valori e interpretazione, viene consegnato o inviato in tempi brevi, così da integrarsi immediatamente con il percorso clinico.
Preparazione, sicurezza, controindicazioni e tempi da mettere in agenda
La preparazione è minima ma incide sulla qualità. Evitare integratori di calcio nelle ore precedenti riduce il rischio di residui opachi che “sporcano” le immagini; se sono stati eseguiti esami con contrasto di recente (soprattutto baritato), è prudente rimandare per evitare sovrapposizioni. Gli abiti devono essere liberi da inserti metallici nella zona di interesse; cinturoni, bottoni spessi, cerniere o gioielli vanno rimossi. Non serve il digiuno e non è richiesto sospendere terapie croniche, salvo indicazioni specifiche del medico curante.
Sul fronte della sicurezza, la dose di radiazioni impiegata è molto bassa, nettamente inferiore a quella di molte radiografie convenzionali e nell’ordine delle esposizioni minime tipiche della diagnostica moderna. Per precauzione, la gravidanza resta una controindicazione a meno che non vi siano motivi clinici stringenti. Altre controindicazioni sono relative e riguardano soprattutto l’impossibilità a mantenere una posizione stabile o limiti legati al peso supportabile dal tavolo, oggi peraltro elevati nelle apparecchiature aggiornate.
I tempi sono uno dei punti di forza: in condizioni standard, la permanenza in sala non supera i 15–20 minuti. Questo permette di inserire l’esame dentro agende ambulatoriali senza impatti significativi su lavoro o impegni personali, facilitando l’adesione ai programmi di screening mirato o di monitoraggio terapeutico. La semplicità organizzativa è funzionale a un obiettivo chiaro: trasformare un numero su un foglio in una decisione clinica pragmatica, senza appesantire il percorso del paziente.
T-score, Z-score e lettura del referto: come usare davvero quei numeri
Il referto di una densitometria ossea non è un geroglifico per addetti ai lavori, ma una misurazione standardizzata con regole condivise. Il T-score è l’indice utilizzato per definire categorie di normalità, osteopenia e osteoporosi: valori prossimi allo zero indicano densità in linea con l’adulto giovane sano; scendendo verso -1 si entra nella riduzione lieve; a -2,5 e oltre in negativo si definisce la soglia densitometrica dell’osteoporosi. Il Z-score è più informativo nelle donne in premenopausa, negli uomini sotto i 50 anni e nei giovani, perché indica quanto la densità sia coerente con quella dei coetanei: quando è marcamente basso, spinge a cercare cause secondarie di perdita ossea.
L’interpretazione non si ferma al numero. La colonna lombare è talvolta influenzata da artrosi, osteofiti o calcificazioni che aumentano artificialmente la densità misurata; in questi casi il radiologo può escludere dal calcolo una o più vertebre incongrue e indicare il tratto più rappresentativo. L’anca è spesso più stabile e predittiva del rischio di frattura dell’anca stessa; per questo risulta ideale per monitorare l’effetto dei trattamenti nel tempo. In presenza di protesi o mezzi di sintesi, si analizza l’altro lato o l’avambraccio distale, che riflette bene la corticale.
Molti referti riportano grafici che posizionano BMD e T-score rispetto a fasce colorimetriche intuitive. In parallelo, sempre più centri integrano un calcolo del rischio di frattura a 10 anni, utile per passare da una fotografia statica a una valutazione probabilistica che guida l’intensità dell’intervento, dalla prevenzione non farmacologica a possibili terapie anti-riassorbitive o anaboliche. La parola chiave è contestualizzazione: il numero acquista senso quando dialoga con età, storia di fratture, cadute, farmaci e comorbidità.
Chi dovrebbe farla e quando ripeterla: indicazioni concrete e casi reali
La DXA/MOC non è un esame di massa, ma uno strumento mirato per le persone con rischio elevato di fratture da fragilità. Nella pratica, entra in gioco in donne in postmenopausa e in uomini oltre una certa età, con anticipo se sono presenti fattori di rischio come fratture pregresse, terapie croniche con cortisonici, basso peso corporeo, fumo, alcol in eccesso, diabete di lunga durata, ipogonadismo, patologie tiroidee o paratiroidee e condizioni di malassorbimento. Nei soggetti più giovani si richiede quando c’è il sospetto di una causa secondaria o quando la clinica non è spiegata da altre indagini.
La tempistica dei controlli è un punto pratico spesso sottovalutato. Un intervallo di 18–24 mesi è quello più sensato per osservare variazioni che superino la variabilità intrinseca della macchina e dell’operatore. In chi inizia terapie in grado di modificare rapidamente la BMD o in contesti di perdita accelerata, un controllo a 12 mesi può essere utile. Per confrontare davvero i numeri nel tempo, è preferibile ripetere l’esame sulla stessa apparecchiatura o almeno sullo stesso modello e con protocolli analoghi: ogni centro qualificato dichiara la propria Least Significant Change (LSC), ovvero il minimo cambiamento considerabile reale, e questo dato guida la lettura di oscillazioni apparentemente piccole.
Due esempi, tipici di ambulatori italiani, chiariscono il valore aggiunto. Maria, 58 anni, postmenopausa recente e madre con frattura di femore, esegue la DXA: all’anca il T-score è -2,2 e la VFA rivela una frattura vertebrale moderata non riconosciuta. La combinazione di densità ridotta e frattura porta a una valutazione del rischio che orienta la prevenzione e apre alla terapia, con controllo a due anni. Giorgio, 72 anni, senza fratture note ma con molte cadute nell’ultimo anno, mostra un T-score -2,7 al collo femorale: il medico integra l’informazione con un programma di esercizi di equilibrio, revisione farmacologica e ottimizzazione di calcio e vitamina D; a 18 mesi la DXA segna un miglioramento coerente con l’aderenza al percorso.
Oltre la misura: alternative, limiti tecnici e qualità del centro
La densitometria ossea resta lo standard, ma conoscerne alternative e limiti aiuta a scegliere il percorso migliore. L’ultrasonografia del calcagno è priva di radiazioni e molto rapida, utile per una valutazione preliminare in contesti comunitari; tuttavia non sostituisce la DXA nella diagnosi né nel monitoraggio dei trattamenti. La QCT (tomografia computerizzata quantitativa) e la pQCT offrono misure volumetriche con particolare sensibilità alla componente trabecolare, ma richiedono dosi più alte e non sono diffuse quanto la DXA. Nella quotidianità, quando si parla di MOC in Italia si intende quasi sempre la DXA.
I limiti tecnici della DXA sono gestibili con esperienza. La colonna lombare può risultare artificiosamente più densa per degenerazione artrosica o calcificazioni; il software consente di escludere dal calcolo corpi vertebrali incongrui e il referto documenta la scelta in trasparenza. Le protesi d’anca impediscono lo studio del lato operato, ma l’altro femore o l’avambraccio forniscono dati affidabili. Nei pazienti molto anziani, scoliosi marcate o difficoltà a mantenere la posizione richiedono qualche minuto in più di cura nel posizionamento, perché da una buona immagine dipende un confronto robusto nel tempo.
La qualità del centro è un elemento dirimente. Le apparecchiature vengono calibrate ogni giorno con phantom di controllo, gli operatori seguono protocolli che garantiscono ripetibilità e dichiarano la LSC del sistema. Anche il software conta, perché introduce miglioramenti nell’analisi delle regioni d’interesse e nell’identificazione di artefatti. Scegliere strutture che comunicano con chiarezza questi aspetti non è pignoleria, ma un modo concreto per trasformare una misurazione in una decisione clinica affidabile.
Dopo l’esame: come tradurre il referto in scelte utili
Il valore della densitometria ossea emerge quando si passa dal numero al piano d’azione. Con BMD nella norma, l’accento va su stili di vita che proteggono l’osso: attività fisica regolare con componenti di resistenza e lavori di impatto controllato, attenzione a calcio e vitamina D, gestione delle cadute in casa con piccole modifiche ambientali. Nell’area dell’osteopenia, la decisione si appoggia alla somma dei fattori: età, cadute, familiarità, terapie, fratture occulte rilevate dalla VFA. Dove il rischio assoluto supera soglie cliniche condivise, entrano in gioco i farmaci, con scelte calibrate su età, comorbidità, tollerabilità e preferenze personali.
Nell’osteoporosi densitometrica o clinica (quando c’è già una frattura da fragilità), le opzioni terapeutiche vanno dai trattamenti anti-riassorbitivi ai farmaci anabolici che stimolano la formazione di nuovo osso. Il controllo densitometrico a 12–24 mesi verifica la traiettoria: l’obiettivo non è inseguire ogni oscillazione, ma distinguere i cambiamenti reali che superano la LSC e giustificano un aggiustamento del piano. In parallelo, intervenire sul rischio di caduta è spesso il vero spartiacque: un programma strutturato per forza, equilibrio e propriocezione, l’attenzione a vista e calzature, la revisione di farmaci sedativi o ipotensivi evitano l’evento che più temiamo.
C’è infine un elemento organizzativo tutto italiano: l’accesso tramite Servizio Sanitario Nazionale con impegnativa in presenza di criteri, oppure in regime privato. In entrambi i percorsi, la qualità tecnica e l’esperienza del team contano quanto il nome dell’apparecchiatura. Un dialogo essenziale tra medico di famiglia, specialista e radiologia consente di ordinare gli esami giusti nei tempi giusti, senza ripetizioni inutili e con un linguaggio condiviso che aiuta la persona a capire e aderire alle indicazioni.
Ultimo tratto da percorrere: chiarezza, continuità, risultati
La densitometria ossea come si fa non è più un mistero quando la si vede per quello che è: un esame rapido, indolore e a bassa dose, capace di misurare in modo oggettivo la solidità delle ossa in sedi che contano davvero, anca e colonna. Nei primi minuti si ottiene una mappa numerica affidabile; nei mesi successivi, con scelte coerenti, quella mappa diventa una rotta che riduce il rischio di fratture e conserva autonomia e qualità di vita. Il cuore di tutto è la coerenza: eseguire l’esame in centri che garantiscono calibrazioni e LSC note, ripeterlo a intervalli sensati, leggerlo dentro la storia personale del paziente.
La differenza tra un esame semplicemente “fatto” e un esame utile sta in pochi dettagli concreti. Un posizionamento accurato evita falsi allarmi o false rassicurazioni. Un referto che spiega l’esclusione di una vertebra artrosica o la scelta della sede alternativa rende trasparente il percorso. Un paziente che capisce cosa significano T-score e Z-score sa perché vale la pena camminare, allenare l’equilibrio, curare calcio e vitamina D, rivedere farmaci che aumentano il rischio di caduta. Sono azioni semplici, ma quando il sistema funziona in continuità—ambulatorio, specialisti, casa—spostano l’ago della bilancia.
Per questo, al di là dei tecnicismi, resta un messaggio essenziale per i lettori italiani: la DXA/MOC è un alleato discreto e affidabile. Spiega, senza rumore, dove si è oggi e quanto è lontana la soglia del problema. Farla bene significa prepararsi con piccoli gesti, scegliere centri qualificati, chiedere chiarezza sul referto e programmare controlli realistici. Usarla bene significa trasformare quella fotografia in prevenzione, con scelte quotidiane che costano poco e rendono molto. È una promessa concreta: meno fratture, più autonomia, una vita che scorre con meno inciampi. E bastano davvero dieci minuti per cominciare.
🔎 Contenuto Verificato ✔️
Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Ministero della Salute, SIOMMMS, Humanitas, Istituto Ortopedico Rizzoli, Istituto Superiore di Sanità, Policlinico Gemelli.

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