Perché...?
Perché Chiara Colosimo querela Jamil El Sadi?
La querela di Chiara Colosimo contro Jamil El Sadi riaccende l’Antimafia tra memoria delle stragi, dissenso e scontro politico.

La presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, ha querelato per diffamazione Jamil El Sadi, giovane attivista di Our Voice, per alcune parole pronunciate durante una commemorazione della strage di via D’Amelio. Non è una lite laterale, né un normale scambio polemico tra politica e piazza: al centro ci sono il racconto pubblico delle stragi mafiose, il ruolo delle istituzioni nella ricerca della verità e il confine, sempre fragile, tra critica politica e offesa personale.
La vicenda ha riacceso uno scontro che covava da mesi. Da una parte c’è Colosimo, esponente di Fratelli d’Italia e presidente dell’organismo parlamentare chiamato a indagare sul fenomeno mafioso; dall’altra un’area di movimenti, giornalisti e attivisti che contesta la linea della Commissione sui nodi più sensibili delle stragi e dei depistaggi. El Sadi avrebbe criticato duramente l’operato della Commissione durante un intervento pubblico in via D’Amelio, luogo simbolo della morte di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta. Quelle parole adesso finiscono in un fascicolo giudiziario. E la questione, inevitabilmente, diventa politica.
La querela che porta lo scontro dalle piazze alle procure
La querela presentata da Chiara Colosimo riguarda un intervento tenuto da Jamil El Sadi nello spazio dedicato ai giovani e all’antimafia, dentro le iniziative di memoria per la strage di via D’Amelio. Non un palco neutro, non una sala ovattata da convegno. Via D’Amelio è un luogo carico, quasi elettrico: l’asfalto, l’ulivo, il vuoto lasciato dall’esplosione, il nome di Borsellino che ogni anno torna a chiedere conto. In quel contesto la parola pesa di più, brucia di più, arriva addosso come aria calda.
El Sadi avrebbe contestato la gestione della Commissione Antimafia sul terreno più delicato: la ricerca della verità sulle stragi politico-mafiose, la lettura degli apparati, le zone d’ombra, i depistaggi, le responsabilità non ancora chiarite. Il movimento Our Voice sostiene che si sia trattato di critica politica, dura ma legittima. La presidente dell’Antimafia ha scelto invece la strada giudiziaria, ritenendo evidentemente che quelle frasi abbiano superato il limite consentito dal confronto pubblico.
Qui bisogna muoversi con precisione. Una querela non è una condanna, non prova di per sé che un reato sia stato commesso, non stabilisce la verità processuale. È l’atto con cui una persona ritiene di essere stata offesa e chiede all’autorità giudiziaria di valutare se vi siano gli estremi di un reato. Saranno magistrati e, se il procedimento andrà avanti, giudici a stabilire se le parole di El Sadi abbiano superato il limite della critica. Ma l’effetto pubblico è già arrivato: il conflitto è uscito dalla piazza ed è entrato nel linguaggio delle carte, delle convocazioni, degli avvocati.
Il dato più rilevante, politicamente, è proprio questo. Le tensioni tra la Commissione presieduta da Colosimo e una parte del mondo dell’antimafia civile non si consumano più soltanto nei comunicati, nei cortei, nelle contestazioni. Si trasformano in atti legali. E quando il diritto penale entra nel campo della memoria pubblica, il clima cambia. Si parla meno a voce alta e si comincia a pesare ogni sillaba. A volte è necessario. A volte fa paura. Dipende da dove si guarda.
Chi è Jamil El Sadi e perché il suo nome pesa
Jamil El Sadi non è un leader politico nazionale, non è un parlamentare, non è un volto televisivo costruito nei talk show. È un attivista antimafia, legato a Our Voice e vicino all’area delle Agende Rosse, il movimento nato intorno alla battaglia di Salvatore Borsellino per la verità sulla morte del fratello Paolo. È anche indicato come collaboratore nell’area dell’informazione antimafia militante. Un profilo ibrido, dunque: piazza, scrittura, memoria, denuncia civile.
Questo dettaglio conta. Perché il caso non oppone semplicemente una presidente di Commissione a un cittadino qualunque. Mette di fronte un’istituzione parlamentare e una generazione di attivisti cresciuta dentro un’antimafia meno cerimoniale, più ruvida, spesso insofferente verso le passerelle ufficiali. Una generazione che non ha vissuto il 1992 da adulta, in molti casi neppure era nata, ma che ha ereditato quella frattura come si eredita una casa lesionata: ci si abita dentro, anche se i muri scricchiolano.
El Sadi, nel suo intervento in via D’Amelio, si sarebbe rivolto criticamente alle istituzioni presenti o appena passate dalla commemorazione. Il riferimento alle mezze verità, ai depistaggi e alla ricerca ancora incompiuta dei mandanti esterni si inserisce in una tradizione precisa dell’antimafia civile: quella che non considera chiusa la stagione delle stragi con le condanne dei boss esecutori, ma continua a interrogarsi sui pezzi mancanti, sui rapporti tra mafia, politica, apparati e interessi economici. È un terreno minato. Ogni parola può diventare pietra.
Nel mondo di Our Voice la querela è stata letta come un segnale intimidatorio. Il movimento ha rivendicato la scelta di rendere pubblica la vicenda e ha sostenuto di non voler arretrare. Il messaggio è netto: il confronto democratico, dicono gli attivisti, non dovrebbe essere sostituito dalle querele. È una posizione che intercetta un tema più largo, non nuovo in Italia: quando un esponente pubblico denuncia chi lo critica, sta tutelando la propria reputazione o sta comprimendo il dissenso? La risposta non è automatica. Ma la domanda è lì, seduta al centro della stanza.
Il nodo Colosimo tra Antimafia, polemiche e memoria
Chiara Colosimo è presidente della Commissione parlamentare Antimafia, un organismo che non vive mai in una zona neutra. Chi lo guida entra, volente o nolente, nel perimetro più sensibile della Repubblica: mafia, stragi, rapporti tra criminalità organizzata e istituzioni, protezioni, silenzi. Ogni audizione, ogni scelta di calendario, ogni domanda consentita o bloccata viene osservata con una lente d’ingrandimento. Soprattutto quando si toccano i misteri di Capaci e via D’Amelio.
La sua presidenza era già stata accompagnata da polemiche politiche e contestazioni pubbliche. Colosimo ha sempre rivendicato il proprio ruolo istituzionale e respinto le letture più dure sul suo profilo. Tuttavia, una parte del mondo antimafia continua a guardare con sospetto alla linea della Commissione, soprattutto quando si parla di stragi del 1992, depistaggi, mandanti esterni e audizioni considerate decisive. È una frizione che non nasce all’improvviso: si è sedimentata, strato dopo strato, come polvere su un archivio mai davvero chiuso.
Da mesi Colosimo è nel mirino di critiche molto forti da parte di giornalisti, attivisti e alcuni esponenti politici. Le contestazioni riguardano la direzione impressa ai lavori della Commissione, la gestione di alcuni passaggi e il modo in cui vengono affrontati i filoni sulle stragi. La presidente, dal canto suo, rivendica la necessità di procedere secondo regole, competenze e responsabilità precise. Due linguaggi diversi. Uno chiede verità gridando dal marciapiede di via D’Amelio. L’altro risponde dal palazzo, con verbali, procedure e atti.
Il rischio è che i due piani non si incontrino più. La memoria delle stragi, quando diventa terreno di guerra politica, produce un effetto paradossale: tutti dichiarano di voler difendere la verità, ma ciascuno accusa l’altro di allontanarla. E nel mezzo restano i cittadini, che spesso capiscono solo una cosa: dopo più di trent’anni, la ferita non è chiusa. Anzi, sembra riaprirsi a ogni anniversario, come certe cicatrici che fanno male quando cambia il tempo.
Via D’Amelio non è solo un luogo della memoria
La scelta del luogo in cui furono pronunciate le parole contestate amplifica tutto. Via D’Amelio non è un semplice scenario. È una prova materiale della violenza mafiosa e, insieme, del fallimento di una parte dello Stato nel proteggere Paolo Borsellino dopo l’uccisione di Giovanni Falcone. In quel punto di Palermo morirono Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sopravvisse Antonino Vullo.
Ogni commemorazione in via D’Amelio è attraversata da una doppia anima. C’è il rito civile, con le corone, le autorità, i minuti di silenzio. E c’è la rabbia di chi considera quei riti insufficienti, talvolta persino irritanti, se non accompagnati da passi concreti verso la verità. Da anni le Agende Rosse e altri movimenti contestano le presenze istituzionali percepite come formali, fredde, lontane dal bisogno di giustizia. Non sempre i toni sono misurati. Spesso sono abrasivi. Ma nascono da un punto politico preciso: l’idea che la memoria, senza verità, diventi arredamento.
In questo paesaggio si colloca l’intervento di El Sadi. Il riferimento ai depistaggi, alle mezze verità e alla responsabilità delle istituzioni non è un dettaglio retorico. È il cuore del conflitto. Per una parte dell’antimafia civile, parlare delle stragi senza mettere al centro le opacità dello Stato significa depotenziare la memoria. Per chi guida una Commissione parlamentare, invece, il punto è anche evitare che accuse generiche o formule troppo larghe travolgano persone e istituzioni senza un fondamento verificato. Tra queste due esigenze passa una linea sottilissima. La querela nasce, probabilmente, proprio lì.
Il precedente Lodato e l’annuncio di Li Gotti
Il caso El Sadi arriva mentre intorno a Colosimo circola già un’altra vicenda giudiziaria e mediatica: quella che coinvolge il giornalista Saverio Lodato e l’avvocato Luigi Li Gotti. Colosimo aveva querelato Lodato per diffamazione dopo alcune affermazioni legate al tema della sua presidenza e ad altri passaggi sulle attività della Commissione. Lodato, a sua volta, aveva dato mandato al suo legale di valutare una denuncia per calunnia.
Nelle ultime ore Li Gotti ha alzato ancora il tono, annunciando l’intenzione di querelare Colosimo per calunnia in relazione a quanto, secondo la sua ricostruzione, sarebbe stato sostenuto nella querela contro Lodato. Il punto riguarda anche la vicenda dell’audizione di Pino Arlacchi, sociologo e storico collaboratore di Giovanni Falcone. Li Gotti contesta la ricostruzione secondo cui Arlacchi non sarebbe stato ascoltabile per ragioni legate a una candidatura elettorale, sostenendo che le richieste di audizione sarebbero precedenti.
Anche qui, prudenza. Siamo nel campo delle affermazioni di parte, non di una sentenza. Ma la concatenazione è politicamente significativa: una querela di Colosimo contro Lodato, una possibile contro-querela annunciata da Li Gotti, una nuova querela contro El Sadi. La parola querela diventa quasi una punteggiatura del dibattito sull’Antimafia. Punto, virgola, querela. E il rischio è che l’opinione pubblica finisca per vedere più procedimenti che risposte.
La questione non riguarda soltanto Colosimo. In Italia il rapporto tra politica, informazione e querele è da anni terreno di scontro. La tutela della reputazione è un diritto pieno, soprattutto quando accuse gravi vengono formulate senza basi solide. Ma esiste anche il problema opposto: l’uso della causa penale come strumento di pressione su giornalisti, attivisti, ricercatori, cittadini. Le querele temerarie, o percepite come tali, hanno un effetto gelido. Non sempre portano a condanne, ma possono produrre spese, stress, paura, silenzio. Un cappotto bagnato sulle spalle di chi parla.
Il confine tra critica politica e diffamazione
Il diritto di critica politica in Italia è ampio, soprattutto quando riguarda figure pubbliche e questioni di interesse generale. Chi ricopre incarichi istituzionali deve tollerare un livello di scrutinio più intenso rispetto a un privato cittadino. Però questo non significa che tutto sia consentito. La critica può essere aspra, polemica, anche ingenerosa; deve però mantenere un legame con fatti veri o quantomeno con una base fattuale riconoscibile, e non può trasformarsi in aggressione gratuita alla reputazione personale.
Nel caso Colosimo-El Sadi, la valutazione ruoterà proprio intorno a questo crinale. Le parole pronunciate a via D’Amelio erano un giudizio politico sull’operato della Commissione? O contenevano accuse personali tali da superare il limite? Il contesto commemorativo attenua o aggrava il peso delle espressioni usate? Il fatto che si parlasse di stragi e depistaggi rende il linguaggio inevitabilmente più acceso oppure impone cautela maggiore? Sono domande da giuristi, ma anche da cittadini.
La differenza è sottile e concreta. Dire che una Commissione segue una linea sbagliata, che non approfondisce abbastanza un filone, che produce una lettura parziale, rientra normalmente nella critica. Attribuire a una persona condotte specifiche, intenzioni dolose o responsabilità infamanti senza prova può invece aprire un problema. Il punto è capire dove si collochino le frasi contestate. Non basta estrarle come una scheggia da un vetro rotto. Bisogna guardare tutto: parole, tono, luogo, pubblico, contesto, storia precedente.
Questo è anche il motivo per cui la vicenda ha un valore più grande del singolo procedimento. Se l’esito giudiziario dirà qualcosa sulle frasi di El Sadi, il dibattito pubblico sta già dicendo molto sul clima dell’antimafia italiana. Da un lato un’istituzione che rivendica autorevolezza e tutela della propria dignità. Dall’altro un pezzo di società civile che teme l’addomesticamento della memoria e considera la denuncia penale una risposta sproporzionata al dissenso.
Our Voice, Agende Rosse e l’antimafia che contesta i riti
Our Voice è un movimento che lavora molto sul linguaggio dei giovani, sull’arte, sulle performance, sulla presenza fisica nelle piazze della memoria. Non ha lo stile compassato delle associazioni istituzionali. Usa slogan, immagini forti, parole nette. A molti piace proprio per questo. Ad altri appare eccessivo, militante, talvolta accusatorio. È il destino di ogni movimento che decide di non parlare a bassa voce.
Il legame con l’area delle Agende Rosse spiega il tono della contestazione. Salvatore Borsellino, negli anni, ha trasformato l’agenda rossa scomparsa del fratello Paolo in un simbolo potentissimo: non soltanto un oggetto mai ritrovato, ma la metafora di una verità sottratta. Attorno a quel simbolo si è costruita una comunità che non accetta commemorazioni pacificate. Per quella comunità, la strage di via D’Amelio non è una pagina chiusa ma una stanza ancora piena di fumo.
La tensione con le istituzioni, dunque, non nasce oggi. Ogni volta che rappresentanti politici arrivano nei luoghi delle stragi, una parte dell’antimafia civile misura la distanza tra parole ufficiali e atti concreti. Chi viene contestato spesso parla di mancanza di rispetto, di strumentalizzazione, di aggressività. Chi contesta risponde che il rispetto per Borsellino non può coincidere con il silenzio verso chi ha responsabilità pubbliche. Sono due sensibilità che raramente si riconoscono. Si guardano da lontano, come due rive dello stesso fiume.
Nel corteo per l’anniversario della strage di Capaci, Our Voice e altri gruppi hanno rilanciato critiche durissime contro la Commissione Antimafia. Ha fatto discutere anche un carro allegorico raffigurante Colosimo insieme all’ex generale del Ros Mario Mori, assolto nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Un’immagine pensata per colpire, come spesso accade nei cortei. Anche questa scelta mostra il livello dello scontro: non siamo più nel terreno del dissenso educato, ma in quello della rappresentazione simbolica feroce. Qui la politica diventa teatro di strada. E il teatro, a volte, fa male.
Perché il caso riguarda anche la libertà di parola
La querela contro Jamil El Sadi non va letta soltanto come episodio personale. Tocca un punto sensibile della democrazia: quanto spazio ha la critica radicale quando si rivolge a chi detiene potere istituzionale? La risposta più onesta è scomoda. Deve avere molto spazio, perché senza critica dura il controllo pubblico diventa decorazione. Ma non può essere uno spazio senza regole, perché anche la reputazione è un bene giuridico e umano. Nessuno, neppure un politico, dovrebbe essere esposto ad accuse infondate.
Il problema nasce quando il potere di denunciare è asimmetrico. Una presidente di Commissione, un ministro, un parlamentare dispongono di visibilità, strumenti, reti legali, autorevolezza pubblica. Un attivista antimafia, anche se organizzato dentro un movimento, parte da una posizione diversa. La querela può essere percepita come semplice difesa o come schiacciamento. Dipende dal merito, certo. Ma anche dal rapporto di forza.
Nel giornalismo anglosassone si usa spesso l’espressione chilling effect: effetto raggelante. Vuol dire che non serve arrivare alla condanna per produrre un risultato. Basta la prospettiva di un processo, di una parcella, di anni di attesa, per indurre qualcuno a non parlare più. In Italia questo tema è particolarmente vivo, perché la diffamazione resta spesso una leva usata nei conflitti tra potere politico e critica pubblica. Non tutte le querele sono temerarie, ovviamente. Alcune sono fondate e necessarie. Ma quando si accumulano intorno allo stesso nodo politico, la percezione cambia.
Il caso Colosimo-El Sadi arriva in un momento in cui la credibilità delle istituzioni antimafia è osservata con nervosismo. La Commissione dovrebbe essere un luogo capace di tenere insieme rigore, memoria e fiducia pubblica. Se diventa un campo di battaglia permanente, perde forza. Se chi la critica viene portato in tribunale, anche quando la critica è durissima, il dibattito si restringe. Se invece ogni accusa può essere lanciata senza responsabilità, il dibattito si avvelena. Non c’è una via comoda. C’è solo una necessità: distinguere, con pazienza, tra parola civile e insulto, tra denuncia politica e diffamazione, tra memoria viva e propaganda.
La politica della memoria dopo trent’anni
A più di trent’anni dalle stragi, la memoria pubblica italiana è entrata in una fase complicata. I testimoni diretti invecchiano, i giovani arrivano con linguaggi nuovi, la politica prova a intestarsi pezzi di eredità morale. Falcone e Borsellino sono diventati nomi pronunciati da tutti, ma proprio questa unanimità rischia di svuotarli. Quando un simbolo è condiviso da ogni parte politica, può diventare gigantesco e fragile insieme. Una statua esposta alla pioggia.
Le nuove generazioni antimafia, come quella rappresentata da El Sadi, non sembrano accontentarsi della memoria istituzionale. Chiedono documenti, audizioni, nomi, responsabilità, connessioni. Pretendono che il discorso sulle stragi non si fermi ai boss già condannati. È una richiesta legittima, anche quando assume toni scomodi. Le istituzioni, però, hanno il dovere di evitare scorciatoie e suggestioni. La verità giudiziaria non nasce dagli slogan, ma nemmeno cresce bene nei silenzi.
Colosimo si trova in mezzo a questa frizione. Come presidente dell’Antimafia, è chiamata a garantire il lavoro parlamentare e a difendere l’autorevolezza della Commissione. Come figura politica di maggioranza, è inevitabilmente letta anche dentro lo scontro tra governo e opposizioni. Ogni sua scelta viene interpretata due volte: come atto istituzionale e come mossa politica. La querela a El Sadi cade esattamente in questa zona grigia.
La vicenda dice anche qualcosa sulla trasformazione dell’antimafia civile. Per anni il discorso pubblico ha contrapposto l’antimafia “seria” a quella “di facciata”, l’antimafia giudiziaria a quella militante, l’antimafia istituzionale a quella di piazza. Ma queste categorie, usate così, sono troppo povere. Esistono magistrati che hanno bisogno della pressione civile, attivisti che hanno bisogno del rigore dei fatti, parlamentari che possono fare un lavoro utile e movimenti che possono vedere ciò che i palazzi non vedono più. Il punto è non trasformare ogni differenza in sospetto.
Una ferita ancora aperta nella memoria italiana
La querela di Chiara Colosimo a Jamil El Sadi pesa perché non arriva in un vuoto. Arriva dopo contestazioni pubbliche, polemiche sulla sua presidenza, tensioni con giornalisti e attivisti, annunci di contro-iniziative legali. Arriva dentro una stagione in cui la Commissione Antimafia è chiamata a lavorare sulle mafie contemporanee ma continua a essere risucchiata, inevitabilmente, nel buco nero delle stragi. Capaci e via D’Amelio non smettono di attirare tutto. Come una calamita sotto il tavolo.
Per Colosimo, la scelta di querelare può essere letta come volontà di fissare un limite: non tutto ciò che viene detto in piazza può essere considerato critica politica. Per El Sadi e Our Voice, invece, è la conferma di una chiusura verso il dissenso. Il procedimento giudiziario stabilirà eventualmente se c’è stata diffamazione. Il giudizio politico, però, si sta formando già adesso, e non sarà facile da controllare.
La domanda più importante non riguarda solo chi avrà ragione in tribunale. Riguarda il tipo di spazio pubblico che l’Italia vuole tenere aperto intorno alla mafia e alle stragi. Uno spazio in cui le istituzioni siano rispettate ma non blindate. Uno spazio in cui gli attivisti possano accusare, ma non inventare. Uno spazio in cui la memoria non diventi né cerimonia muta né rissa permanente. Sembra poco, invece è quasi tutto.
La vicenda Colosimo-El Sadi resterà probabilmente come un altro capitolo della lunga guerra italiana sulla memoria. Non la memoria dolce delle targhe e dei fiori, ma quella aspra, piena di carte mancanti, verbali controversi, audizioni richieste, frasi urlate al microfono, querele depositate. È lì che la storia recente del Paese continua a pulsare. Non nei libri già chiusi, ma nelle pagine ancora sporche d’inchiostro.

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