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Chi è Ousmane Dembélé, il vincitore del Pallone d’Oro 2025

Foto di: Anton Zaitsev, via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0.
Profilo completo di Ousmane Dembélé, Pallone d’Oro 2025: stagione decisiva col PSG, Champions vinta e numeri da leader. Leggi l’analisi ora.
Ousmane Dembélé è l’attaccante francese che ha conquistato il Pallone d’Oro 2025 dopo una stagione di dominio tecnico e mentale con il Paris Saint-Germain. È stato premiato a Parigi, al Théâtre du Châtelet, al culmine di un’annata in cui ha deciso partite chiave, alzato trofei pesanti e trasformato il suo talento in rendimento costante. A 28 anni ha compresso anni di promesse, infortuni e intermittenze in un prodotto finito: un fuoriclasse completo, capace di segnare, rifinire e guidare i momenti di una squadra che ha trovato la sua identità più forte.
Ha vinto perché è stato l’uomo simbolo del PSG campione d’Europa e del calcio francese che si riscrive. La stagione 2024-25 ha consegnato a Parigi la prima Champions League della sua storia, con una finale senza repliche e un cammino illuminato da notti in cui Dembélé ha mischiato estro e lucidità. Nel quadro delle votazioni, hanno pesato i titoli, l’impatto nelle gare decisive e un’evoluzione tattica che lo ha reso determinante in più zone del campo. Chi è Dembélé oggi? Il leader tecnico di una corazzata, la risposta più concreta a una domanda rimasta aperta per anni.
La stagione che lo ha consacrato
La fotografia dell’anno è scolpita nella notte di Monaco di Baviera, Allianz Arena: Paris 5-0 Inter, risultato che ha rotto il tabù europeo del club e ha ridisegnato la geografia del potere in Champions. Lì Dembélé ha alternato accelerazioni e pause intelligenti, letture tra le linee e scelte semplici, quelle che fanno correre la squadra nella direzione giusta. La finale è stata l’epilogo di un percorso coerente: semifinale contro l’Arsenal tenuta in equilibrio e poi ribaltata con freddezza, fase di lega affrontata con maturità crescente e una consapevolezza che ha contagiato compagni e panchina. In ognuna di queste tappe, Dembélé è stato ago della bilancia, mai ornamentale.
C’è però un istante che spiega più di mille analisi: il 4-2 in rimonta sul Manchester City al Parco dei Principi, serata bagnata e stadio in ebollizione. Da 0-2 a 4-2 contro la squadra che ha definito l’ultimo ciclo europeo, con Dembélé protagonista nell’innesco della rimonta e nel tono emotivo di un gruppo che, da quel momento, ha capito di poter spostare la storia. È stato lo spartiacque identitario: il PSG ha smesso di inseguire, ha iniziato a dettare. “Tutto è cambiato lì”, dirà poi. Il resto è discesa di convinzione: una squadra che sa quando accelerare, quando congelare il ritmo, quando alzare il pressing. E un fuoriclasse che riconosce il tempo della partita come un regista riconosce i tempi del film.
Nel corso dell’annata, il contributo di Dembélé ha avuto una caratteristica rara: incisività frequente. Non solo gol o assist, ma continui spostamenti dell’inerzia. Quando serviva prendere campo, portava palla e falli; quando serviva verticalizzare, era il primo passaggio che rompeva una linea; quando serviva schermare, si allineava al pressing organizzato con tempi coerenti. Il suo ruolo di capo-catena dell’attacco si è visto soprattutto nei momenti: l’apertura della corsia per Hakimi, la capacità di trovarsi con Vitinha e con gli inserimenti delle mezzali, la soluzione interna-esterna con cui ha mandato spesso fuori giri gli scivolamenti delle difese a cinque.
Dalla Normandia alla ribalta europea
Per capire chi è Ousmane Dembélé bisogna tornare a Vernon, in Normandia, e poi a Évreux, dove si intravede il talento che lo porterà al Rennes. Le origini maliane, mauritane e senegalesi compongono un mosaico culturale che ha sempre accompagnato il suo calcio istintivo. Il passaggio al Borussia Dortmund nel 2016 è la vera palestra fuori casa: spazi ampi, transizioni, vita a cento all’ora. Arriva al Barcellona nel 2017 per raccogliere un’eredità enorme, tra slanci e frenate, con infortuni che frenano la progressione e lampi che la rilanciano. È un cantiere aperto lungo sei stagioni, prezioso per apprendere il calcio di posizione ma complicato da mettere in continuità.
Il ritorno in Francia nel 2023, quando il PSG lo porta a Parigi, cambia la narrativa. Dembélé capisce che deve cambiare prima di tutto rituali professionali e sequenze di gioco: il talento non basta, serve la disciplina dei campioni. Parigi gli offre contesto e responsabilità, un’idea di squadra che non ne soffoca l’istinto ma pretende coerenza e ripetibilità. È una seconda vita calcistica. A 28 anni diventa quello che si aspettava da lui a 20: un calciatore maturo, rifinito, affidabile.
Il salto è anche umano. Nelle interviste, nei discorsi con il gruppo, nei comportamenti fuori dal campo si vede un giocatore più centrato. Meno frenesia, più lettura. Meno colpi per stupire, più giocate per far vincere. È qui che nasce il Dembélé del Pallone d’Oro: uno che ha imparato a dire di no alla giocata sbagliata al momento sbagliato, e a dire di sì alla scelta semplice che porta tutti un metro più avanti.
La metamorfosi tattica sotto Luis Enrique
La chiave è stata la posizione media. Dembélé non è più solo l’ala chiamata a cancellare l’uomo in fascia. È un attaccante totale che fluttua tra mezzospazio e corridoio esterno, che riceve dentro e fuori, che decide se fissare il terzino o se buttarsi nello spazio creato da un taglio dell’altra punta. Con Luis Enrique ha trovato il coraggio di occupare il centro, zone in cui si prendono le decisioni che cambiano le partite. Ha imparato a scaglionarsi con la mezzala, a nascondersi dietro la prima pressione, a uscire sul lato cieco per ricevere “a specchio” rispetto al centrale.
Il suo dribbling è sempre rimasto una minaccia, ma la vera svolta sta nella gestione dei tempi. Prima cercava la giocata risolutiva a ogni possesso, adesso individua quando pazientare e quando strappare. Anche la postura al tiro è cambiata: corpo più composto, calcio più pulito, meno estemporaneità. In area, il suo modo di attaccare il secondo palo è più metodico, frutto di automatismi provati. Nel pressing non corre più da solo: è il primo passo di una riaggressione coordinata, studiata su linee corte e uscite condivise. Così facendo ha aggiunto a se stesso un valore collettivo: non ti fa solo vincere le partite, ti fa funzionare la squadra.
Un altro tassello è la relazione con i compagni. Con Hakimi si parlano senza guardarsi: uno fissa, l’altro taglia; con Vitinha il dialogo interno-esterno è un metronomo; con i movimenti dell’attaccante centrale ha imparato a scambiarsi compiti, alternando punta di riferimento e trequarti di connessione. Questo mosaico tattico ha reso Dembélé meno prevedibile e, di conseguenza, più difficile da raddoppiare: se lo aspetti largo, ti entra dentro; se lo aspetti dentro, ti apre la corsia. È una questione di ambidestria mentale oltre che tecnica.
Numeri, premi e peso specifico
La stagione del Pallone d’Oro non è un’impressione: è misurabile. Dembélé ha chiuso il 2024-25 con 35 gol in 53 presenze e una dote in doppia cifra negli assist (fino a 16 nelle rilevazioni più ampie). Non è solo volume: è rilevanza. Molte reti hanno aperto partite bloccate, molti passaggi vincenti sono arrivati in gare a eliminazione o nelle ultime mezz’ore, quando la pressione trasforma una palla in ghisa. A livello di trofei, ha firmato il treble con il PSG — campionato, coppa nazionale e Champions — e in estate ha giocato anche la finale del Mondiale per club negli Stati Uniti. Nel computo delle preferenze internazionali dei giurati, ha preceduto Lamine Yamal e ha visto sul podio Vitinha, con una top ten che ha valorizzato anche la stagione di Mohamed Salah, Achraf Hakimi, Kylian Mbappé e Gianluigi Donnarumma. A livello storico, è il sesto francese a vincere il premio, il primo dopo Karim Benzema nel 2022.
Nel suo anno d’oro, la cornice conta. Nella serata parigina che lo ha celebrato, sono arrivati riconoscimenti incrociati che spiegano il peso specifico del progetto: Luis Enrique premiato allenatore dell’anno, Donnarumma miglior portiere, Yamal miglior Under 21, e l’affermazione del PSG tra i club dell’anno. Una ricognizione che, al di là delle etichette, ribadisce un fatto: l’eccellenza individuale nasce da un contesto che sa esaltarla. La fotografia di Dembélé con il trofeo, i compagni attorno, il club sullo sfondo, ha il sapore delle stagioni che segnano un prima e un dopo.
L’impatto di Dembélé non si è limitato all’Europa. A luglio, nel nuovo format del Mondiale per club, il PSG ha raggiunto la finale al MetLife Stadium contro il Chelsea: non è finita come Parigi sperava, ma anche quell’epilogo dice qualcosa del livello raggiunto dal gruppo e del ruolo che Dembélé si è ritagliato come riferimento tecnico in una platea globale. Per un calciatore che fino a due anni fa veniva definito “talento irrisolto”, è una traiettoria che descrive la maturazione meglio di qualsiasi slogan.
Il suo posto nel PSG e nella Francia che verrà
Dentro al PSG, Dembélé è diventato una leva strategica. Non è semplicemente “uno dei tre davanti”: è il moltiplicatore che consente al sistema di ripiegare su più soluzioni. Quando le squadre gli preparano l’1 contro 2, Parigi trova libera la traccia del quinto uomo; quando lo aspettano sul binario, si presenta tra le linee con ricezioni orientate di prima intenzione; quando alzano il baricentro per chiuderlo, lui apre il campo con conduzioni lunghe che abbassano tutti. In questo senso, ha raccolto e redistribuito una parte della responsabilità lasciata da grandi addii dell’ultimo biennio, senza emulare nessuno ma alzando la soglia del proprio gioco.
Nella Francia che guarda alla prossima grande competizione, Dembélé porta tre cose utili: un attaccante che conosce il gioco corto di possesso e quello lungo di transizione; un veterano con storico d’alta quota; un profilo che sa convivere con altri primattori senza disperdere influenza. In nazionale, quando gli si chiede di partire largo lo fa, quando serve una seconda punta più mobile la diventa, quando bisogna alzare la pressione è la sirena che attiva tutti. Non c’è più il tema della fragilità: il 2024-25 ha certificato un atleta integro e preparato, con una sola missione dichiarata — mantenere la stessa continuità di rendimento oltre l’anno della consacrazione.
L’impatto psicologico non è minore di quello tecnico. Dembélé ha dato al pubblico francese una figura in cui riconoscersi: talento che fatica, cade, si rialza, ripulisce il gioco e vince. Nel calcio delle narrazioni facili, la sua è una storia paziente, costruita con aggiustamenti piccoli e quotidiani. E, soprattutto, è una storia utile a uno spogliatoio: quando il migliore accetta regole e responsabilità, gli altri seguono.
Il senso di un Pallone d’Oro meritato
La grandezza di questo Pallone d’Oro 2025 sta nella sua coerenza. Dembélé non ha vinto per un trimestre di fuoco, né per un singolo highlight che ha colonizzato i social. Ha vinto perché ha tenuto un livello alto sempre, perché nelle serate pesanti ha prodotto calcio che spiega il risultato e perché ha inciso dentro un collettivo che ha funzionato come mai prima. È la ricompensa di un lavoro di trasformazione che tocca tattica, tecnica, corpo e testa: meno strappi gratuiti, più strappi utili; meno eccessi, più efficacia; meno promessa, più garanzia.
Se il titolo europeo del PSG restituisce la portata del progetto, il trofeo personale riconsegna la misura dell’uomo-giocatore. In Ousmane Dembélé c’è un campione che ha imparato a essere decisivo non soltanto quando accende l’azione ma anche quando la semplifica, che ha riscritto la sua reputazione attraverso la disciplina delle scelte e che oggi incarna un’idea concreta di eccellenza. È questo che si porta a casa chi ha seguito il suo anno: la sensazione che il talento, quando incontra la maturità, diventa riferimento per tutti. E che un fuoriclasse può cambiare, crescere, e — finalmente — prendersi il posto che gli spetta.
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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Gazzetta dello Sport, La Repubblica, Sky Sport, Corriere della Sera, ANSA, Rai News.

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