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Chi è Manuela Nicolosi, l’arbitra mondiale di cui tutti parlano

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Chi è Manuela Nicolosi

Dal Mondiale di Lione alla Supercoppa di Istanbul: storia e profilo di Manuela Nicolosi, assistente arbitrale tra campo, tv e formazione oggi

Manuela Nicolosi è un’assistente arbitrale internazionale italo-francese che ha scritto pagine decisive del calcio globale. È stata in campo nella finale della Coppa del Mondo femminile 2019 a Lione e ha fatto parte della prima squadra tutta al femminile designata per una finale maschile UEFA, la Supercoppa 2019 a Istanbul fra Liverpool e Chelsea. Oggi porta quell’esperienza nei media sportivi e nella formazione, con un’attività pubblica che unisce competenza tecnica e capacità di comunicazione, parlando a un pubblico vasto, dagli appassionati di Serie A ai manager d’azienda.

Nata a Roma il 18 gennaio 1980, cresciuta nella sezione arbitrale capitolina e poi trasferitasi in Francia, vive e lavora a Lione. È inserita nelle liste FIFA dal 2010 e ha maturato un percorso completo: Mondiali, Europei, Olimpiadi, massimi campionati nazionali e tornei internazionali di primo piano. Il suo profilo professionale si riconosce per posizionamento pulito, lettura avanzata delle linee e dialogo fermo ma rispettoso con calciatori e staff. Fuori dal terreno di gioco è presentatrice, opinionista e relatrice: un’estensione naturale di una carriera costruita sulla credibilità.

Ritratto di una professionista globale

Nel panorama dell’arbitraggio moderno, Nicolosi occupa una posizione particolare perché mette in relazione più mondi: quello federale, quello televisivo e quello della formazione manageriale. È arbitra assistente nel senso più pieno del termine: non solo alza e abbassa la bandierina, ma interpreta lo sviluppo dell’azione, governa la profondità, coordina il fuorigioco con il VAR e sostiene il controllo complessivo della direttrice di gara. A questo unisce la vita da comunicatrice: presenze in televisione, interventi in eventi aziendali, università e community dove racconta metodi, errori, scelte, autocontrollo. In ogni contesto emerge un elemento ricorrente: l’attenzione alla qualità della decisione. Se in campo ogni chiamata pesa, fuori dal campo traduce quell’esperienza in strumenti concreti per chi deve decidere sotto pressione.

L’identità italo-francese è il filo rosso del suo percorso. Roma le dà il primo tesserino; la Francia diventa la palestra dei campionati professionistici, fino all’orizzonte della Ligue 1. Con l’ingresso nelle liste FIFA, la carriera abbandona il perimetro nazionale e si apre ai tornei intercontinentali. È un curriculum europeo, vissuto in quattro lingue, che la rende riferimento naturale nelle terne miste e nelle designazioni che richiedono gestione multiculturale. Questo doppio radicamento culturale spiega anche la facilità con cui Nicolosi passa dall’inglese dello spogliatoio internazionale all’italiano dei programmi sportivi e al francese della quotidianità professionale.

Dalle prime tessere alla lista FIFA: le tappe che contano

Le prime partite di Nicolosi assomigliano a quelle di tanti arbitri e arbitre: campi periferici, categorie giovanili, chilometri alla mano e una resilienza che si affina settimana dopo settimana. La gavetta è il momento in cui si imparano i fondamentali invisibili: linea del secondo ultimo difendente, tempi di scatto sul lancio, comunicazione radio sintetica, sguardo condiviso con la direttrice o il direttore di gara. Quando si trasferisce in Francia, porta con sé questo bagaglio e lo innesta in un contesto organizzato, fatto di valutazioni periodiche e promozioni conquistate sul campo.

Dal 2010 arriva l’ingresso nelle liste FIFA. È la soglia che separa l’arbitra nazionale dalla professionista internazionale. Cominciano gli stage con gli istruttori FIFA, cresce il confronto con colleghi e colleghe da tutto il mondo, si intensificano gli allenamenti specifici per la velocità di reazione. I grandi tornei diventano tappe ripetute: Coppa del Mondo 2015, Olimpiade di Rio 2016, Europeo 2017, Coppa del Mondo 2019, Olimpiade di Tokyo 2020, Europeo 2022. Ogni competizione aggiunge qualcosa: conoscenza delle squadre, familiarità con gli stili di gioco, sensibilità nell’interpretare come cambiano ritmo e contatto fisico dalla fase a gironi alle partite a eliminazione.

Chi guarda l’arbitraggio dall’esterno spesso sottovaluta quanto sia collettivo il lavoro degli assistenti. Il successo di un’azione arbitrale nasce dall’intesa. Qui Nicolosi ha costruito il suo punto di forza: pre-brief solidi, parole chiave condivise, capacità di sintetizzare in pochi istanti cosa ha visto e cosa propone alla collega al centro. È un mestiere di fiducia reciproca, dove contano tanto la corsa quanto il timing della voce.

Lione e Istanbul: quando la storia cambia direzione

Il 7 luglio 2019 a Lione, durante la finale del Mondiale femminile, Nicolosi è sulla linea laterale insieme a Michelle O’Neill, con Stéphanie Frappart al centro. Il tridente arbitrale funziona perché ha memoria tattica delle squadre, riconosce pattern ricorrenti e li anticipa. In una finale la differenza è minima, spesso millimetrica, e sta nella posizione e nell’angolo visivo che un’assistente sceglie di prendersi. Su quel palcoscenico, con la pressione al massimo, Nicolosi offre una prova di precisione e continuità. È uno dei momenti che cambiano la percezione esterna del calcio femminile: la qualità dell’arbitraggio diventa parte dello spettacolo, e non il suo intralcio.

Poco più di un mese dopo, il 14 agosto 2019, arriva Istanbul. La Supercoppa UEFA maschile tra Liverpool e Chelsea mette la terna Frappart–Nicolosi–O’Neill nella posizione di fare la storia. È la prima volta che una finale maschile europea di alto livello viene diretta da una squadra guidata da una donna con assistenti donne. È un test tecnico, atletico e psicologico, anche per il contesto mediatico che si crea attorno alla designazione. La partita è intensa, con gioco a corridoi, linee alte e transizioni rapidissime: un terreno dove l’assistente vive di decimi di secondo. Uscire bene da un impegno così non riguarda solo l’errore evitato, ma l’aver trasmesso affidabilità per novanta minuti più recupero. Quella notte diventa pietra miliare non solo per la carriera di Nicolosi, ma per l’intero sistema delle designazioni in Europa.

Questi due appuntamenti così ravvicinati spiegano perché oggi se ne parla con una certa frequenza. Il successo non è nato da un singolo episodio, ma dal consolidarsi di prestazioni in tornei differenti. È questa continuità a convincere osservatori e addetti ai lavori che Nicolosi non è un fenomeno del momento, bensì una professionista che ha alzato lo standard.

Serie A, Ligue 1 e il circuito internazionale: cosa significa stare al vertice

Il lavoro di un’assistente di primo livello ha una logistica severa. Settimane spezzate tra allenamenti di velocità, lavori di forza funzionale, sedute di video analisi e, quando richiesto, spostamenti internazionali. Chi ha visto all’opera Nicolosi in Ligue 1 sa che il campionato francese, moderno e fisico, impone scelte nette: o si è sulla linea del fuorigioco nel momento esatto del passaggio, o si rischia la percezione ingannevole prodotta da una frazione di ritardo. Nelle competizioni UEFA, poi, la complessità cresce perché mutano lingue, culture sportive, stili di protesta, e serve una padronanza comunicativa che va oltre la segnalazione.

C’è un’altra dimensione da tenere presente: la convivenza con il VAR. Negli ultimi anni l’assistente non è mai stato così centrale nel flusso decisionale. Nicolosi lavora con la consapevolezza che ogni bandierina alzata o tenuta bassa si innesta in una catena di controllo che comprende arbitra, addetti al video e AVAR. Gestire il fuorigioco “tardivo” richiede un istinto allenato: lasciare correre finché non c’è un tiro o un contatto potenzialmente pericoloso, poi intervenire, sapendo che il check arriverà comunque. È una disciplina mentale che esige freddezza e fiducia nel protocollo.

Nel frattempo, l’esperienza nei grandi tornei ha consolidato una reputazione internazionale. In Olimpiadi e Europei la posta in gioco non è solo tecnica. L’arbitra assistente diventa ambasciatrice del proprio modo di intendere il calcio. Nicolosi ha imparato a ritagliare spazi di calma nello stress competitivo: routine di riscaldamento meticolose, controllo della respirazione, cue mentali per azzerare errori e mantenere la singola azione iscritta dentro un piano complessivo.

Dal campo allo schermo e alla pagina: la voce dentro il gioco

Dopo una carriera vissuta ad alta intensità, Nicolosi ha portato la sua competenza nei media. Nelle trasmissioni dedicate alla Serie A e ai principali campionati, il suo contributo non si limita a spiegare un episodio: scardina la logica del “tutto e subito” per riportare l’attenzione sul metodo arbitrale. Quando entra in un frame televisivo, traduce in parole semplici concetti complessi: linea, tempo, priorità visiva, distanza ottimale. Non cerca la polemica, ma la chiarezza. E quando serve, chiama le cose con il loro nome: errore se è errore, lettura corretta se i tasselli sono al posto giusto.

L’altro canale è la formazione. Nicolosi frequenta aziende, atenei, community portando i temi della decisione sotto pressione, della leadership di servizio, del lavoro di squadra. Sono argomenti che l’arbitraggio condensa in ogni scelta di campo. Nel suo racconto, la bandierina diventa un simbolo di responsabilità: quando si alza si blocca un’azione, si congela un’opportunità, si impatta sul lavoro di ventidue professionisti. Questa consapevolezza produce umiltà e metodo. È il motivo per cui il suo approccio parla anche a chi non ha alcun interesse per il fuorigioco, ma deve decidere in fretta in contesti concorrenti.

A chiudere il cerchio è arrivato anche il libro, in cui racconta la sua traiettoria con un titolo programmatico: “Decido io. Dal sogno alla Supercoppa: il coraggio di rompere gli schemi”. Autobiografia e manuale insieme, il volume ripercorre le tappe simboliche del suo percorso professionale e umano, con l’intento dichiarato di restituire strumenti pratici a chi insegue i propri obiettivi. Il messaggio non indulge alla retorica motivazionale: Nicolosi mostra le scelte dietro i traguardi, gli errori che le hanno insegnato un passo in più, le porte chiuse trasformate in allenamento supplementare.

Preparazione, tecnologia, dettagli: perché le sue decisioni pesano

Per capire il valore di Nicolosi serve entrare nella grammatica dell’assistente. La sua settimana tipo comprende ripetute su erba per abituare la caviglia all’elasticità del cambio di direzione, lavori di accelerazione dai 5 ai 30 metri, esercizi di reattività con partenza visiva su stimoli multipli. Poi c’è la parte cognitiva: video session su squadre e giocatori, con tag dedicati agli attaccanti che attaccano la profondità, ai terzini che accompagnano, alle transizioni dal lato debole. La finalità è anticipare lo schema di passaggio che più spesso genera la decisione di fuorigioco.

Sulla linea laterale, la meccanica del movimento è calibrata. Lo split step al momento del passaggio, lo sguardo dal pallone alla linea, la gestione del braccio sulla bandierina per minimizzare il ritardo. Nicolosi ha affinato nel tempo un tempo di reazione che dialoga con il VAR. Questo non significa delegare: anzi, vuol dire offrire al VAR una decisione forte su cui fare check, non una carta bianca che sposta la responsabilità altrove. Il pubblico spesso ignora quanto sia sottile l’arte di lasciar correre un’azione sospetta per consentire un intervento a posteriori senza interrompere un potenziale gol regolare. L’assistente esperta sa quando l’inerzia del gioco vale più della bandierina e quando, invece, la prevenzione protegge i giocatori.

C’è poi l’intelligenza relazionale. Un assistente di fascia lavora a stretto contatto con il quarto ufficiale e con le panchine. Nicolosi ha una postura comunicativa lucida: guardare, ascoltare, filtrare. Non si entra nel conflitto se non serve, si tranquillizza quando la temperatura sale, si segnala con precisione al team al microfono. Questa competenza “soft” è uno degli elementi che spiegano la sua longevità a livelli alti e la facilità di attraversare contesti diversi senza perdere efficacia.

Impatto e modelli: come cambia la percezione del ruolo

La domanda “chi è Manuela Nicolosi” trova risposta anche nell’effetto leva che ha generato attorno al proprio percorso. Ogni designazione storica, da Lione a Istanbul, ha spostato il baricentro del discorso pubblico sulle arbitre. Non è solo una questione di pari opportunità: è un tema di qualità. Quando professioniste come Nicolosi entrano in palcoscenici globali e performano in modo solido, scardinano l’idea che ci siano competenze “maschili” e competenze “femminili” nell’arbitraggio. Resta la competenza, punto. Per questo il suo nome ricorre nei racconti motivazionali e nei progetti educativi: perché incarna un percorso replicabile fatto di studio, allenamento e occasioni prese di petto.

L’effetto di ricaduta si vede anche nei numeri delle sezioni arbitrali. Quando una figura riconoscibile racconta senza sconti ciò che significa progredire, aumentano le iscrizioni e migliora la permanenza. Le giovani che entrano oggi in sezione non vedono più solo una porta stretta, ma una scala con gradini chiari. Nicolosi da tempo mentora ragazze e ragazzi con cui condivide non solo tecniche ma anche abitudini: cura del sonno, nutrizione, gestione della settimana, studio del regolamento come testo vivo e non come compitino da ripetere.

C’è infine un impatto sul dibattito televisivo. Avere in studio una professionista che ha vissuto finali mondiali e europee riduce il rumore. Il confronto sugli episodi si alza di livello, si impara a distinguere il dogma del regolamento dall’interpretazione consentita. È un guadagno per tutti: per il pubblico, per i calciatori che si sentono compresi e valutati e per la classe arbitrale, che trova voci autorevoli fuori dal recinto istituzionale.

Curiosità utili e tasselli biografici che aiutano a capire

Tra i dettagli che aiutano a delineare un profilo completo c’è la formazione accademica. Nicolosi ha alle spalle due lauree e un master: un patrimonio che spiega la naturalezza con cui entra in contesti aziendali e accademici, portando casi studio dall’arbitraggio a strumenti per il business. A questo si aggiunge la padronanza di quattro lingue, utile sia in campo sia in televisione. La città di Lione, dove ha radicato la propria vita professionale, è un crocevia ideale: capitale del calcio femminile europeo recente, punto di contatto con la Ligue 1, snodo logistico per designazioni internazionali.

Un’altra tessera è il rapporto con la comunità digitale. Nicolosi utilizza i social per spiegare e raccontare, evitando forzature. Non si tratta di costruire una narrazione artificiale, ma di offrire contesto: un fuorigioco complicato smontato in due frame, una gestione della panchina tradotta in buone pratiche. Questo contatto diretto con l’audience rafforza la sua figura di professionista trasparente, attenta a educare più che a dividere.

La memoria delle partite chiave resta un altro elemento identitario. Lione 2019 e Istanbul 2019 tornano spesso nei suoi interventi perché condensano quindici anni di allenamento in cento minuti decisivi. Ma non c’è solo la nostalgia della “notte perfetta”. C’è il lavoro quotidiano che prepara quei momenti: allenarsi quando il calendario è pieno, studiare gli attaccanti che nascondono la partenza, accettare la critica quando un episodio resta ambiguo anche a telecamere lente.

Una grammatica personale della performance

Nel tempo Nicolosi ha costruito una grammatica personale della performance arbitrale. Al primo posto ci sono routine semplici e ripetibili: attivazione neuromuscolare corta, visualizzazioni guidate delle prime cinque corse, parole chiave per ciascuna fase dell’azione. Poi la cura del dettaglio: calibrare l’auricolare, controllare due volte i segnali radio con la direttrice, mettere in tasca schemi di rimesse delle squadre per prevenire trappole di pressione vicino alle panchine. Infine la gestione degli errori: ammetterli, registrarli in una nota, trasformarli in esercizio da ripetere. È un approccio che parla al calcio, ma si riflette anche nel suo modo di occupare lo spazio mediatico e formativo.

In questo si capisce perché Nicolosi sia diventata una voce cercata: non per la semplificazione, ma perché sa complicare bene quando serve, cioè smontare l’illusione dell’episodio in bianco e nero e mostrare l’insieme delle variabili che un’assistente pesa in frazioni di secondo. È una competenza rara nel dibattito sportivo, ed è uno dei motivi per cui il suo nome ricorre ogni volta che si parla di arbitri e arbitre che hanno cambiato il modo di raccontare il calcio in Italia e in Europa.

Perché oggi il suo nome conta ancora

A distanza di anni dai picchi del 2019, Nicolosi resta attuale per più ragioni. La prima è tecnica: l’arbitraggio sta vivendo una stagione di trasformazioni che richiede interpreti capaci di stare nel cambiamento. Dalle linee virtuali di fuorigioco alla semi-automazione, dall’estensione del VAR ai protocolli di replay più rapidi, l’assistente moderno deve imparare, disimparare e reimparare. Nicolosi è stata tra le prime a mettere in pratica questo adattamento nella sua routine, e a spiegarlo ai non addetti.

La seconda ragione è culturale. I risultati sul campo hanno allargato lo spazio di visibilità per le arbitre. Ma la visibilità, da sola, non basta. Serve che qualcuno sappia riempirla con contenuti coerenti. Qui Nicolosi ha trovato un equilibrio: testimonianza e competenza insieme, senza caricarsi di simbolismi che potrebbero schiacciare la persona. Parla ai giovani aspiranti arbitri, alle ragazze che cercano un modello praticabile, ma anche ai calciatori che vogliono capire come gestire il confronto con la terna in modo più efficace.

La terza ragione è editoriale. L’uscita del suo libro ha portato in superficie storie e strumenti che prima circolavano solo nelle aule di formazione. Lì dentro si trova la trama concreta di una carriera che non ha mai chiesto sconti: trasferimenti di vita, allenamenti dopolavoro, settimane in hotel tra una designazione e l’altra, esami e test fisici da superare con margine. È un racconto che umanizza l’arbitraggio senza mai scadere nell’autocompiacimento.

Una risposta chiara all’intento dei lettori

Alla domanda implicita che porta molti a cercare “chi è Manuela Nicolosi”, la risposta più corretta è questa: è una professionista che ha coniugato risultati sul campo e capacità di racconto, un’assistente arbitrale capace di performare in scenari globali e, insieme, di rendere comprensibile come si prende una decisione corretta sotto pressione. È anche una figura pubblica che ha scelto di utilizzare la propria autorevolezza per formare, ispirare e aprire strade a chi viene dopo. E questo oggi fa la differenza per lettori e lettrici che cercano informazioni verificate, contesto, e spiegazioni utili.

Dentro questo profilo, i dettagli biografici – dalla nascita a Roma al radicamento a Lione, dall’ingresso nelle liste FIFA alle finali simbolo del 2019, fino al percorso televisivo e al volume autobiografico – non sono orpelli, ma indizi di una cosa semplice e rara: la coerenza. L’aver tenuto sempre insieme preparazione e responsabilità, ambizione e servizio, linguaggi diversi senza diluirne nessuno.

Un titolo che pesa ancora

Il senso ultimo di questo ritratto è che Nicolosi non è diventata un “nome” perché il sistema mediatico cercava il simbolo del momento. Lo è diventata perché l’arbitraggio è il suo mestiere e ha dimostrato, sul prato, di saperlo fare quando contava. È la stessa ragione per cui la sua presenza in tv funziona: non parla per slogan, ma spiega con metodo; non cerca l’applauso facile, ma illumina i passaggi di un lavoro che spesso si nota solo quando qualcosa va storto.

Chi legge questo profilo oggi trova una figura aggiornata, concreta e utile: un’arbitra assistente che ha raggiunto vetta e continua a restituire quell’esperienza in forma comprensibile. Dal Mondiale di Lione alla notte di Istanbul, dal campo alle telecamere, dai raduni FIFA alle aule dove si lavora sulla qualità delle decisioni, il percorso di Manuela Nicolosi resta un riferimento. È la prova che la competenza non ha bisogno di cornici rumorose: si vede quando serve e rimane quando il clamore passa. In un’epoca che vive di fotogrammi, la sua storia resta a fuoco proprio perché non si è mai accontentata del fermo immagine.


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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Gazzetta dello SportSky SportANSAFIGCAIA-FIGCLa Repubblica.

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