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Chi è Giancarlo Devasini di Tether tra i più ricchi al mondo

Giancarlo Devasini è l’imprenditore italiano che, grazie alla posizione di vertice e alla partecipazione rilevante in Tether, ha scalato le classifiche della ricchezza globale. Co-fondatore del gruppo dietro USDT, la stablecoin più utilizzata al mondo, oggi ricopre il ruolo di chairman e rimane il principale azionista privato della società. La stima del suo patrimonio personale lo colloca stabilmente nella fascia alta dei miliardari internazionali, con una valutazione che riflette soprattutto il valore e la redditività della macchina Tether.
Il motivo è semplice da spiegare e complesso da replicare: USDT è diventato il “ponte” più usato tra criptovalute e dollaro, e Tether incassa gli interessi sulle riserve – composte in larga parte da Treasury USA – che coprono i token in circolazione. Con una base di circolante superiore ai 170 miliardi di dollari e utili che negli ultimi esercizi hanno toccato cifre a doppia cifra di miliardi, la ricchezza di Devasini è il riflesso diretto di una infrastruttura finanziaria privata che governa flussi globali, 24 ore su 24.
Dal camice alla finanza digitale: origini, svolte e metodo
La biografia di Devasini è atipica solo in apparenza. Nato a Torino nel 1964, si laurea in Medicina all’Università di Milano e inizia a lavorare come chirurgo plastico. Dopo poco, però, sceglie un’altra via. Abbandona la sala operatoria e si butta nel commercio di componenti elettronici e informatica, cavalcando l’onda dell’Asia produttiva e delle filiere europee in costruzione. Gli anni Novanta sono il laboratorio in cui affina il suo tratto distintivo: intercettare colli di bottiglia e mettere in piedi infrastrutture — prima logistiche, poi digitali — che li risolvano.
Quel periodo porta anche spigoli. Nel 1996 compare il contenzioso con Microsoft per la rivendita di software non originale, chiuso con un accordo economico. Per chi osserva da fuori è l’episodio più citato del suo passato; per lui è soprattutto uno spartiacque. Dalla filiera hardware si sposta verso Internet, sistemi di pagamento e piattaforme. È la premessa del decennio successivo, quando si unisce al progetto Bitfinex, uno degli exchange storici. Lì matura l’idea che segnerà la sua carriera: tokenizzare il dollaro e ridurre a secondi ciò che nel sistema bancario richiede giorni.
Nel 2014 nasce Tether. L’impostazione è tecnica, quasi di tesoreria applicata: ogni USDT è un credito verso l’emittente, coperto da attività liquide e riscattabile 1:1 con il dollaro. Il product-market fit è immediato. Gli exchange lo adottano come unità di conto, i market maker lo usano come collaterale, i trader lo impiegano per saltare frizioni di cambio e tempi bancari. In pochi anni, USDT diventa il mezzo di scambio più trattato dell’universo cripto.
Dentro Tether, Devasini è l’architetto che lavora sul perimetro societario e sul disegno finanziario. Non è il frontman. Parla poco, crea molto, accentra le decisioni strategiche e lascia al CEO Paolo Ardoino la guida operativa. La sua impronta — dalla disciplina di cassa alla selezione dei partner di custodia — definisce la grammatica con cui Tether passa da progetto di nicchia a snodo sistemico.
Governance, sede e alleanze: come è costruito il perimetro Tether
Tether è oggi un gruppo articolato, con business che vanno oltre la sola stablecoin. La riorganizzazione del 2024 in quattro divisioni — Data, Finance, Power, Edu — ha dato una forma industriale all’espansione. Significa infrastrutture AI e cloud, energia e mining di bitcoin, formazione e sviluppo software, oltre al core delle stablecoin. A livello di governance, il baricentro resta nel triumvirato storico: Ardoino alla guida esecutiva, Devasini nel ruolo di chairman e azionista più forte, van der Velde come figura di lungo corso nell’orbita iFinex/Bitfinex.
Sul piano geografico Tether ha compiuto nel 2025 una mossa simbolica e operativa insieme: ha trasferito la sede e varie entità del gruppo in El Salvador, dopo aver ottenuto le licenze locali da emittente di stablecoin e fornitore di servizi digitali. Per la prima volta nella sua storia Tether ha una headquarter fisica dichiarata, mantenendo in parallelo la presenza storica in Svizzera (Lugano) e una forza lavoro diffusa. Per il governo salvadoregno è un tassello della propria politica pro-bitcoin; per Tether è una cornice regolatoria più lineare e un hub per progetti reali su energia, dati e infrastrutture.
Nella catena delle riserve, il ruolo degli intermediari è cruciale. Tra questi spicca Cantor Fitzgerald, il broker-dealer di Wall Street che ha confermato di essere custode di una parte significativa dei Treasury a garanzia di USDT. La relazione con Cantor è diventata, nel tempo, un segnale rivolto ai mercati tradizionali: una cinghia di trasmissione tra il mondo cripto e quello dei titoli governativi USA. È anche uno schermo reputazionale, utile nei passaggi più sensibili con regolatori e politica.
Quanto alla proprietà, diverse inchieste giornalistiche convergono su un quadro relativamente concentrato. Devasini è indicato come azionista dominante, con una quota intorno alla metà del capitale (stima comunemente collocata nella fascia 40-50%). È un’informazione decisiva per capire perché, se USDT cresce e i ricavi da interessi si gonfiano, la leva sul patrimonio personale dell’imprenditore torinese sia tanto potente.
Il motore economico di USDT: perché Tether genera utili miliardari
Il modello è lineare. Quando Tether emette nuovi USDT, riceve dollari o equivalenti che investe in attività molto liquide. La porzione principale sono Titoli del Tesoro USA a breve scadenza, con rischio minimo e cedola certa. In un mondo di tassi elevati, su un attivo che ha superato i 170 miliardi, la rendita finanziaria diventa enorme. Questa è la macchina che negli ultimi esercizi ha prodotto utili record, con trimestri da miliardi e margini da big tech.
Il punto più importante è la scala. USDT è la corsia di sorpasso della liquidità cripto: lambisce i pagamenti retail in mercati emergenti, ma soprattutto alimenta trading, arbitraggio e market making. Per desk, broker e operatori OTC è lo strumento funzionale per spostare “dollari sintetici” attraverso blockchain diverse, riducendo a minuti il ciclo di regolamento e abbattendo i costi di FX e compliance bancaria che tradizionalmente rallentano i flussi transfrontalieri. Più cresce l’utilizzo, più si allarga il portafoglio di riserve, più salgono gli interessi incassati.
Questa meccanica spiega anche perché gli utili di Tether siano in parte pro-ciclici. Con i tassi alti, la yield dei Treasury gonfia il conto economico; se i tassi scendono, la redditività si comprime, a parità di base attiva. Per ora, la crescita della domanda di USDT ha controbilanciato ogni variabile. Ma la sensibilità ai cicli macro resta una realtà che l’azienda, e per riflesso il patrimonio di Devasini, devono governare nel medio periodo.
Ricchezza personale, valutazioni e la finestra del mercato
Il net worth di Giancarlo Devasini va letto con due lenti. La prima è consuntiva: le liste dei miliardari lo collocano nel range dei 22 miliardi di dollari, calcolati sulla base di multipli applicati ai profitti e alle prospettive del business Tether, oltre che alle partecipazioni note. La seconda è prospettica: nel 2025 Tether ha avviato contatti per una possibile raccolta privata da 15-20 miliardi in cambio di circa il 3% del capitale, che implicherebbe una valutazione fino a 500 miliardi. Se uno scenario di quel tipo si concretizzasse agli estremi superiori, la quota detenuta da Devasini lo proietterebbe nella primissima fascia dei patrimoni mondiali, con effetti mediatici e finanziari dirompenti.
Al di là degli scenari, un dato è già misurabile: la stabilità della sua posizione ai vertici della ricchezza italiana e il ruolo di prim’ordine nell’economia cripto globale. Il fatto che il suo patrimonio sia fortemente concentrato in un’unica partecipazione non è una debolezza in sé. Lo diventa solo se Tether perde trazione o subisce shock regolatori o reputazionali non gestiti. Finché USDT resta lo standard de facto e Tether continua a macinare cassa, la traiettoria personale di Devasini rimane ascendente.
Va aggiunto che Tether ha dimostrato di saper riutilizzare una parte degli utili in capex e M&A, sostenendo una diversificazione che, in prospettiva, può stabilizzare il profilo del gruppo. È qui che la fotografia patrimoniale si fa più sfumata: il valore di Tether non dipende più solo da USDT, ma anche dalla pelle industriale che l’azienda sta costruendo attorno alla stablecoin.
Regole, trasparenza, polemiche: il dossier più delicato
L’ascesa di Tether è passata attraverso una stagione di attriti con autorità e stampa. Nel 2021 l’Attorney General di New York ha chiuso un’indagine con una sanzione e impegni di trasparenza aggiuntivi per Tether e Bitfinex. È il precedente che ha definito la narrazione pubblica per anni: nella critica ricorrente tornano i temi della verificabilità delle riserve e dell’uso di USDT in contesti sensibili. Da allora l’azienda ha rafforzato i propri report trimestrali (attestazioni di terze parti), ha consolidato la catena dei custodi, ha collaborato con forze dell’ordine e autorità, congelando asset in casi di frodi e reati quando richiesto. La cornice resta comunque ostica: l’Europa ha avviato la regolazione MiCA, gli Stati Uniti alternano spinte e frenate normative, e l’opinione pubblica si divide.
In questo quadro, Devasini è una figura schiva e poco incline alle interviste. Nel backstage, però, ha tessuto alleanze decisive. Quella con Cantor Fitzgerald — che ha dichiarato di custodire parte importante dei Treasury di Tether — ha segnato una saldatura con Wall Street; i rapporti con policy maker e consulenti negli Stati Uniti sono entrati nella strategia ordinaria. La visibilità di Tether come grande acquirente di debito pubblico USA ha acceso fari, pressioni e anche legittimazioni. È il prezzo della centralità.
La realtà è che USDT è diventato infrastruttura. In molti Paesi a bassa bancarizzazione o con valute instabili, è il quasi-dollaro usato per pagamenti, rimesse, microcommercio. Nei mercati professionali è collaterale di scambio e unità di conto. Quando una tecnologia raggiunge scala sistemica, il dialogo regolatorio smette di essere emergenza e diventa norma. Qui si misura anche la leadership di Devasini: non solo ingegneria finanziaria, ma politica industriale.
La nuova pelle di Tether: AI, energia, mining, biotecnologie
Negli ultimi due anni Tether ha accelerato su una diversificazione che avrebbe stupito qualsiasi osservatore nel 2017. L’azienda ha investito in AI e cloud (GPU H100 per migliaia di unità, partnership e partecipazioni in operatori infrastrutturali), ha spinto su energia e mining di bitcoin, ha messo piede nelle biotecnologie attraverso l’acquisizione di una quota di maggioranza in Blackrock Neurotech, pioniere delle interfacce cervello-computer. Si è mossa anche in telecomunicazioni, real estate e servizi data-driven con l’idea di costruire un conglomerato tecnologico capace di reggere i cicli della finanza cripto e, anzi, di alimentarli con asset reali.
Per Devasini, questa è la parte più ambiziosa della scommessa. Non si tratta solo di impiegare la cassa generata da USDT, ma di costruire nuove fonti di ricavo e vantaggi competitivi che rimangano anche qualora i tassi si normalizzino e la yield dei Treasury pesi meno. L’integrazione tra energia e data center per il calcolo AI, la possibilità di dirottare flussi di pagamento su servizi proprietari, il presidio del silicio e della potenza di calcolo sono tutti tasselli che parlano di autonomia industriale.
È un percorso non privo di attriti. Alcuni investimenti hanno attirato attenzione mediatica e contenziosi; restano interrogativi sulla priorità tra asset finanziari e asset industriali, e sulla capacità del gruppo di gestire scala e complessità contemporaneamente. Ma la direzione è chiara: Tether non vuole essere solo l’azienda che stampa il dollaro digitale; vuole diventare “The Stable Company”, una infrastruttura che unisce finanza e tecnologia in più verticali.
Prospettive e variabili: domanda, tassi, concorrenza, Stati Uniti
Guardando avanti, ci sono quattro variabili che contano più delle altre. La prima è la domanda globale di USDT: finché resta lo standard degli scambi cripto e uno strumento utile nei mercati emergenti, la base attiva che genera interessi rimane ampia. La seconda è la traiettoria dei tassi: un contesto di rendimenti elevati favorisce la redditività di Tether, uno di tassi in discesa costringerà a compensare con volume e nuovi business.
La terza variabile è la concorrenza, in primis USDC di Circle, che punta su integrazione bancaria, trasparenza regolata e penetrazione nell’economia reale statunitense. Tether risponde con scala, redditività e una rete di adozione capillare in Asia, Africa, America Latina e mercati cripto-nativi. La quarta variabile è il rapporto con gli Stati Uniti: il gruppo ha annunciato piani per una stablecoin orientata al mercato USA e ha intensificato le relazioni istituzionali. Se dovesse maturare un quadro normativo chiaro e accogliente, l’accesso al più grande mercato finanziario del mondo cambierebbe la metrica delle opportunità e dei rischi.
Sul fronte interno, Tether ha mostrato di saper migliorare la trasparenza — con attestazioni trimestrali, breakdown più granulari delle riserve e strumenti di contrasto agli usi illeciti dei token — ma il tema non è archiviato. La credibilità si gioca nel tempo, non solo nei comunicati. Ed è proprio qui che il profilo manageriale di Devasini, più da capo-ingegnere che da comunicatore, dovrà misurarsi con la domanda di accountability di un settore che ormai tocca politica, debito pubblico, pagamenti e sicurezza.
Perché il suo nome pesa nella finanza di oggi
Dire che Giancarlo Devasini è “tra i più ricchi al mondo” significa descrivere un effetto: l’aver creato e governato un’infrastruttura che genera cassa su scala planetaria. Il nocciolo del suo successo non è una trovata di marketing o un colpo di fortuna, ma la costruzione paziente di un ponte tra mercati che non si parlavano. Da un lato la liquidità cripto, dall’altro il dollaro; in mezzo, USDT con il suo circuito di riserve e riscatti.
La ricchezza che ne deriva è specifica: legata a un asset privato, non quotato, e a un modello che poggia su parametri macro (i tassi), operativi (la domanda di stablecoin) e politici (la regolazione). È una ricchezza diversa da quella dei grandi industriali o dei founder tech quotati in Borsa. In compenso, ha un impatto sistemico immediato: ogni decisione di Tether influenza volumi, spread, pagamenti in decine di Paesi. In questo senso, l’influenza di Devasini supera il conto in banca e si misura nella geografia dei flussi che la sua azienda contribuisce a disegnare, minuto per minuto.
La sua storia personale — medico diventato imprenditore tecnologico, poi finanziere di piattaforma — è un caso raro nel panorama italiano. Racconta una cultura del fare più che del dire, una leadership che privilegia ingegneria, tesoreria, alleanze chiave. Piaccia o no, è una delle poche figure europee che guidano un’infrastruttura macroeconomica nata fuori da banche e governi. E proprio per questo il suo nome, oggi, pesa.
Ricchezza in cifre, ruolo in prospettiva
Patrimonio stimato nell’ordine delle decine di miliardi; partecipazione che le stime più accreditate collocano tra il 40% e il 50% di Tether; azienda che valuta una possibile raccolta da 15-20 miliardi per circa il 3% del capitale, con implicita valorizzazione fino a 500 miliardi: sono questi i numeri che spiegano perché Devasini sia spesso inserito tra i paperoni globali. Se i prossimi 12-24 mesi confermeranno la scala di Tether, e se la sua diversificazione industriale si tradurrà in ricavi stabili anche fuori dal ciclo dei tassi, la sua posizione nella mappa della ricchezza mondiale potrebbe consolidarsi ulteriormente.
Al tempo stesso, i rischi sono chiari. Una stretta regolatoria mal disegnata, una crisi di fiducia nella parità 1:1 o un improvviso calo dei tassi senza compensazione di volume potrebbero erodere la redditività e comprimere le valutazioni. È il rovescio della medaglia di chi guida un campione privato di dimensioni inedite, fuori dai canoni della finanza tradizionale. E qui torna il metodo: la capacità di leggere il ciclo, negoziare con i regolatori, irrobustire i controlli e, soprattutto, continuare a costruire infrastrutture che le persone e le imprese usano davvero.
Una chiave di lettura per il lettore italiano
Per chi guarda dall’Italia, il “caso Devasini” è interessante su due piani. Il primo è industriale: un italiano è al centro del più grande progetto di stablecoin, con un’azienda che, numeri alla mano, compete per valore e profitti con i grandi unicorni globali. Il secondo è civico: quando un’infrastruttura privata gestisce snodi di pagamento e risparmio planetari, le domande su regole, trasparenza, responsabilità diventano pubbliche, non solo tecniche. In mezzo, c’è la realtà: milioni di persone che, ogni giorno, usano USDT per mandare soldi, proteggere risparmi, fare impresa in contesti dove la banca non arriva.
Tutto questo spiega perché Giancarlo Devasini sia oggi tra i più ricchi e perché la sua parabola interessi anche chi non ha mai acquistato una criptovaluta. Non è solo una storia di denaro: è la storia di come si costruisce — e si governa — un pezzo di infrastruttura della finanza moderna, partendo da un’intuizione e tenendo salda la leva della tesoreria.
L’ultima parola sui fatti: ricchezza, metodo, impatto
Il succo è nei numeri e nel metodo. La ricchezza di Giancarlo Devasini nasce dal successo industriale di Tether: una stablecoin largamente adottata, riserve investite in Treasury, profitti miliardari alimentati dai tassi e dalla scala. Il metodo è quello di un costruttore: disciplinare la cassa, scegliere partner solidi, tenere un profilo basso e una governance concentrata. L’impatto è quello di un attore di sistema: quando Tether si muove, mercati e pagamenti si adeguano.
Se c’è una ragione per cui il suo nome conta oggi è questa: al di là di amori e odi verso le criptovalute, Tether è diventata infrastruttura. E chi la guida — Devasini in primis — siede dove si decide una parte non piccola del futuro del dollaro digitale e della finanza connessa. Per questo la sua storia, e i suoi numeri, meritano di essere capiti prima ancora che giudicati.
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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Corriere della Sera, la Repubblica, Wired, La Stampa, Rai News, Il Post.

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