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Perché il ministro Schillaci ha revocato le nomine del Nitag?

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ragazze in coda per vaccinarsi

Il ministro Schillaci azzera il Nitag per difendere la credibilità delle raccomandazioni vaccinali e ripartire con un comitato più solido.

Il 16 agosto 2025 il ministro della Salute Orazio Schillaci ha annullato, con un decreto, la nuova composizione del Nitag, il gruppo tecnico che orienta le politiche vaccinali. La scelta arriva dopo un’ondata di contestazioni sulla presenza di profili giudicati divisivi e serve a mettere al riparo la credibilità dell’organo consultivo, ristabilendo un quadro di rigore scientifico e indipendenza prima dell’avvio delle campagne autunnali. In sostanza: evitare che un comitato nato tra polemiche e sospetti condizioni — in peggio — la fiducia dei cittadini nelle raccomandazioni sui vaccini.

Dal punto di vista operativo, il ministero ha annunciato un nuovo percorso di selezione: più trasparente, più ampio, con il coinvolgimento delle principali comunità professionali e scientifiche. Non è un maquillage, ma un azzeramento: si riparte da zero per ricostruire un Nitag che sia riconosciuto come terzo, competente, autorevole. La priorità è disinnescare il cortocircuito tra politica, scienza e opinione pubblica e arrivare a settembre con un comitato in grado di esprimere linee chiare su influenza, Covid per i fragili e recupero delle coperture.

Che cosa è successo davvero

In meno di due settimane si è passati dalle nomine alla revoca. La miccia è stata l’inserimento di due figure note per posizioni molto critiche sulle politiche vaccinali. Da lì, una reazione a catena: prese di posizione di società scientifiche, ordini professionali, accademici, la sensazione diffusa che l’organo nascente fosse delegittimato in partenza. A quel punto la scelta: fermare la macchina e riavviare con criteri più solidi, riducendo il rumore politico e riportando il confronto dentro procedure trasparenti. Non un gesto simbolico, ma un intervento di manutenzione istituzionale.

C’è anche un tema di tempistiche. A ridosso della stagione vaccinale — quando si definiscono calendari, target, priorità — un Nitag contestato rischia di rallentare decisioni e acquisti, generando incertezza nelle Regioni e ambiguità comunicative. La revoca diventa così una mossa preventiva: tagliare il nodo subito, prima che il danno reputazionale si traduca in coperture più basse e in una rincorsa affannosa a livello territoriale.

Chi sono i profili finiti nel mirino

I nomi che hanno polarizzato il dibattito sono Eugenio Serravalle e Paolo Bellavite. Il primo, pediatra, è conosciuto per letture severe sulle vaccinazioni in età infantile; il secondo, accademico, ha sostenuto nel tempo valutazioni controverse su efficacia e sicurezza di alcune immunizzazioni.

La loro presenza ha innescato una frattura di percezione: per i critici, un segnale di permeabilità a tesi non allineate al consenso scientifico; per i difensori, un atto di pluralismo. In mezzo, l’interesse generale: un comitato tecnico non è un talk show e non può girare attorno alla comunicazione di scontro; deve poggiare su procedure di selezione, regole sui conflitti d’interesse, trasparenza delle deliberazioni. La revoca, letta così, non suona come censura, ma come rientro nei binari di un organo che serve a decidere con metodo e misurabilità.

Che cos’è il Nitag e perché conta

Dietro l’acronimo inglese — National Immunization Technical Advisory Group — c’è il motore tecnico delle raccomandazioni vaccinali. Non fa leggi, non stanzia fondi, ma orienta la rotta: valuta evidenze cliniche ed epidemiologiche, pesa rischi e benefici per fasce d’età e condizioni, aggiorna il calendario vaccinale, suggerisce strategie di comunicazione e logistica, supporta il ministero nella gestione delle emergenze. È l’anello che trasforma i dati in linee guida pratiche: chi, cosa, quando, con che priorità. Funziona se è indipendente, multidisciplinare e trasparente. E soprattutto se è percepito come tale.

Quando questa percezione si incrina, la ricaduta è immediata. Le Regioni tendono ad aspettare “il chiarimento definitivo”, i professionisti di prima linea si muovono con prudenza difensiva, i cittadini — soprattutto gli indecisi cronici — leggono la confusione come un segnale di rischio. È così che la fiducia diventa una variabile epidemiologica: se si abbassa, si riduce l’adesione alle campagne e si alza la circolazione dei virus prevenibili, con un costo in ricoveri, giornate di lavoro perse e pressione sui reparti. Per questo un Nitag forte non è un vezzo burocratico, ma un pezzo di infrastruttura sanitaria.

Le ragioni di salute pubblica e di metodo

La revoca delle nomine ha tre motivi principali. Primo: salvaguardare la qualità scientifica. Il comitato vaccini deve essere una camera fredda, dove i dati vengono pesati senza clamori. Se la discussione parte già avvelenata, la neutralità di giudizio si appanna e ogni raccomandazione — anche la più solida — viene letta come un atto politico. Secondo: ricostruire fiducia. In sanità pubblica, ciò che conta non è solo avere ragione, ma apparire credibili: procedure chiare, selezioni trasparenti, gestione severa dei conflitti d’interesse, pubblicazione dei razionali. Terzo: mettere a punto il metodo di nomina. Allargare il tavolo significa coinvolgere società scientifiche, ordini, università, rappresentanze cliniche e, dove ha senso, anche la voce dei pazienti; significa definire competenze, durate degli incarichi, paletti etici e modalità di disclosure.

Il punto è semplice: chi decide sui vaccini deve essere inattaccabile sul piano del metodo. Questo non esclude il dissenso — anzi, lo incorpora — perché in un organismo ben regolato la voce critica diventa valutazione controfattuale, non militanza. Il dissenso utile serve a testare la solidità delle raccomandazioni, a stressare i numeri, a migliorare i documenti. Il dissenso tossico, invece, sposta la questione su un piano identitario. La revoca prova a tracciare quella linea e a riportare il confronto nell’alveo dell’evidence-based policy.

Le reazioni del mondo scientifico e della politica

La comunità medico-scientifica ha salutato la decisione come un ripristino di metodo. Ordini professionali e società scientifiche hanno letto l’azzeramento come una tutela della qualità del processo e del lavoro quotidiano dei clinici, che poi devono tradurre le raccomandazioni in pratica assistenziale davanti ai cittadini. Anche la politica ha mostrato un ventaglio di reazioni: plausi dalla parte che invocava un passo indietro netto, perplessità o critiche da chi temeva un segnale di chiusura al pluralismo. Ma il cuore del tema non è l’unanimità: è la legittimazione. Un Nitag che nasce contestato rischia di trascinarsi dietro un’ombra in ogni decisione. Un Nitag che nasce con regole chiare e partecipate parte più leggero e parla al Paese con un’altra autorevolezza.

Sul piano del dibattito pubblico, la vicenda ha riacceso il riflettore su una questione che l’Italia fatica a sciogliere da anni: la differenza tra critica informata e propaganda. La prima fa bene, perché scava, chiede dati, suggerisce miglioramenti. La seconda consuma fiducia, confonde, trasforma le esitazioni in identità. Un comitato tecnico serve anche a questo: creare un luogo dove i dubbi diventano domande verificabili, con risposte che si misurano, non si tifano.

E adesso: come riparte il comitato vaccini

Con l’azzeramento delle nomine si apre un cantiere. La rotta annunciata è un iter di selezione più ampio e verificabile, con criteri espliciti sulle competenze, un’attenzione reale alla multidisciplinarità (epidemiologia, infettivologia, pediatria, farmacologia, biostatistica, comunicazione del rischio), una gestione ferrea dei conflitti d’interesse, rotazioni temporali ragionevoli e pubblicazione degli atti. L’obiettivo è presentare in tempi brevi una squadra in grado di lavorare su quattro fronti immediati: calendario e priorità per l’autunno, recupero delle vaccinazioni saltate, strategie di engagement di medici di famiglia e pediatri, coordinamento con le Regioni per logistica e approvvigionamenti.

C’è un aspetto su cui vale la pena insistere: la trasparenza non è un onere, è un alleato. Rendere pubblici i profili, le competenze, le dichiarazioni di conflitto, i criteri di nomina, i razionali delle decisioni — magari in un formato comprensibile anche ai non addetti — è il modo più semplice per spegnere il sospetto e rendere la polemica sterile. Un comitato che spiega perché una raccomandazione è stata preferita a un’altra, con numeri e scenari, sposta la discussione dalla militanza all’argomentazione.

Impatto pratico sulla stagione vaccinale 2025–2026

Tutto questo non è accademia. Nel giro di poche settimane bisognerà dare indicazioni chiare su chi, quando e con quali prodotti raccomandare la vaccinazione. Influenza e Covid per i fragili sono i capitoli più urgenti, ma non gli unici: pneumococco per anziani e cronici, herpes zoster per le fasce a rischio, la continuità di HPV e meningococco negli adolescenti, i richiami per gli adulti che si percepiscono “fuori target”. Un Nitag autorevole consente alle Regioni di programmare gli acquisti, definire la distribuzione delle dosi, spingere la chiamata attiva là dove le coperture sono più fragili. Al contrario, l’incertezza spinge gli uffici a rimandare e i cittadini a rinviare, e ogni settimana persa si traduce in meno protezione quando i virus ricominciano a circolare.

C’è poi la questione, spesso sottovalutata, della comunicazione. Le raccomandazioni dovrebbero uscire con un razionale sintetico e chiaro, capace di raccontare in termini concreti il beneficio atteso: quanti ricoveri evitati in tre mesi in quella fascia d’età, quante giornate di malattia in meno, quanto carico tolto ai pronto soccorso. Non grafici complicati, ma schede leggibili, strumenti utili ai clinici e rassicuranti per i cittadini. È qui che si gioca mezza partita contro l’esitazione: non sui talk show, ma nelle scelte informate delle persone comuni.

Un’ultima osservazione riguarda l’equità di accesso. Le raccomandazioni funzionano se arrivano dove servono. Un anziano solo in una periferia mal collegata non ha gli stessi appigli di un sessantenne in salute con un medico di famiglia iperattivo. Serve un lavoro congiunto tra sanità e sociale: punti vaccinali mobili, orari estesi, coinvolgimento di farmacie e ambulatori territoriali, informative che non diano per scontata la competenza digitale. Un Nitag attento a questi dettagli produce raccomandazioni più giuste, oltre che più efficaci.

Un problema di fiducia?

Se si toglie il rumore di fondo, il significato della decisione è lineare: proteggere l’autorevolezza delle scelte pubbliche sui vaccini. La revoca non nasce per zittire una parte, ma per rimettere ordine in un processo che stava partendo zoppo. Il messaggio è che, in sanità, metodo e fiducia pesano quanto i numeri: senza il primo, i secondi restano sospesi; senza la seconda, anche le migliori evidenze faticano a diventare comportamento.

Adesso tocca al nuovo iter di selezione dimostrare di aver imparato la lezione, con criteri chiari e profili all’altezza.

È un passaggio che non riguarda solo la composizione di un comitato, ma il modo in cui lo Stato parla ai cittadini quando chiede di prevenire una malattia con un gesto semplice. Ripartire non è perdere tempo: è rimettere benzina nella fiducia — e, sulle vaccinazioni, la fiducia è metà dell’opera.


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