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Risultati comunali 2026: chi ha vinto e dove si vota ancora
Risultati elezioni comunali 2026, affluenza al 60% e città decisive: cosa cambia tra sindaci, partiti, civici e ballottaggi.

Il primo verdetto dei risultati elezioni comunali 2026 non è arrivato come una fotografia unica, piatta, già incorniciata. È arrivato come una mappa che si accende a chiazze: Simone Venturini diventa il nuovo sindaco di Venezia e consegna al centrodestra la vittoria più simbolica della tornata, Francesco Cannizzaro strappa Reggio Calabria al centrosinistra dopo dodici anni, Vincenzo De Luca torna sindaco a Salerno con un risultato larghissimo, mentre il centrosinistra tiene Prato, conquista Pistoia e si prende una conferma robusta a Mantova. Sullo sfondo resta il numero più silenzioso e più politico: l’affluenza si ferma al 60,06%, quasi cinque punti sotto la tornata precedente. Non un dettaglio da nota a piè pagina, ma il rumore sordo di una partecipazione che si restringe anche quando si vota per il marciapiede, la scuola, il bus, il mercato, la piazza sotto casa.
Il voto del 24 e 25 maggio, che ha coinvolto quasi 750 comuni italiani e 18 capoluoghi, non consegna un Paese dipinto con un solo colore. Il centrodestra può sorridere per Venezia, Reggio Calabria, Crotone e per il vantaggio ad Arezzo; il centrosinistra risponde con Salerno, Prato, Pistoia, Mantova, Andria e con diverse partite ancora vive. In mezzo, il civismo non resta arredamento politico: a Messina Federico Basile, sostenuto da Sud chiama Nord, si avvia alla conferma al primo turno, mostrando ancora una volta che in certe città il voto locale parla una lingua propria, piena di nomi, reti, riconoscibilità personale. I partiti nazionali provano a leggere tutto come un test generale, ma le comunali fanno resistenza. Sono più testarde. Più terrestri.
Venezia sceglie Venturini, il centrodestra tiene la città simbolo
La notizia più pesante arriva da Venezia, dove Simone Venturini, candidato del centrodestra e assessore uscente della giunta Brugnaro, supera la soglia decisiva e si prende la città al primo turno. Andrea Martella, candidato del centrosinistra e del campo largo, resta nettamente dietro. Il dato è politicamente forte perché Venezia era la vetrina più osservata: capoluogo regionale, città-mondo, laboratorio delicatissimo tra turismo, residenza, laguna, terraferma e amministrazione quotidiana. Vincere qui non significa solo eleggere un sindaco. Significa difendere un ciclo, prolungare un modello, impedire all’opposizione di trasformare il voto in una ferita nazionale per il governo.
Il centrosinistra aveva investito molto su Venezia. Aveva immaginato la città come il luogo perfetto per raccontare una rimonta, magari il primo mattone di una narrazione nuova. Invece la scheda ha prodotto un esito diverso, più secco. Venturini vince dove il campo largo sperava di colpire, e questo spiega anche il tono soddisfatto del centrodestra nazionale. Giorgia Meloni ha rivendicato il risultato con la sua battuta sul “crollo rimandato”, trasformando Venezia in un messaggio politico oltre che amministrativo. Ma sotto la superficie resta la città vera, quella che dovrà fare i conti con case, residenti, turismo, Mestre, trasporti, costi, fragilità urbana. La vittoria apre un mandato, non chiude le domande.
Reggio Calabria torna a destra, Salerno resta nel nome di De Luca
A Reggio Calabria il risultato è ancora più netto. Francesco Cannizzaro, candidato del centrodestra, si avvia alla vittoria al primo turno con un margine larghissimo su Domenico Battaglia, candidato del centrosinistra. La città torna così a destra dopo dodici anni, e non con un cambio di passo timido, ma con uno strappo vistoso. In una realtà politicamente densa, complessa, carica di memoria amministrativa e simbolica, un dato intorno ai due terzi dei voti non è soltanto aritmetica. È un segnale di organizzazione, riconoscibilità, blocco politico. Il centrodestra qui non si limita a vincere: mostra una macchina territoriale capace di occupare lo spazio con forza.
A Salerno, invece, la storia prende un’altra forma. Vincenzo De Luca torna sindaco con una vittoria molto larga, sopra la maggioranza assoluta già dalle proiezioni e dai primi dati. La sua è una corsa particolare, quasi teatrale, perché De Luca non è mai stato solo un candidato di coalizione. È un marchio politico personale, ruvido, divisivo, riconoscibile anche da chi non lo vota. A Salerno il suo nome pesa quanto una sigla, forse di più. Gli avversari restano lontani e il messaggio è chiaro: nelle comunali, quando un leader locale continua a parlare all’immaginario della città, gli schemi nazionali diventano materia morbida, piegabile, quasi secondaria.
Pistoia cambia campo, Prato e Mantova rafforzano il centrosinistra
Il centrosinistra trova una delle sue notizie migliori a Pistoia, dove Giovanni Capecchi riporta la città nell’area progressista dopo due mandati di centrodestra. Non è una vittoria marginale, perché Pistoia era una delle città dove il ribaltamento politico aveva un valore chiaro. Qui il voto racconta un ritorno, ma anche una fatica del centrodestra a difendere tutti i municipi conquistati negli anni precedenti. Il risultato di Capecchi, consolidato con un vantaggio netto su Annamaria Celesti, permette al centrosinistra di compensare almeno in parte la botta di Venezia e Reggio Calabria.
A Prato, Matteo Biffoni supera nettamente Gianluca Banchelli e conferma la forza del centrosinistra in una città che non è mai un fondale neutro. Prato è lavoro, manifattura, immigrazione, distretto produttivo, periferie, identità urbana in trasformazione continua. Vincere lì significa parlare a una società concreta, non a un laboratorio astratto da convegno. Anche Mantova si muove nella stessa direzione: Andrea Murari, candidato del centrosinistra, vola molto sopra il centrodestra e si avvia alla vittoria al primo turno. Due città diverse, due conferme importanti. Il campo progressista perde alcune sfide simboliche, ma non scompare dal territorio. Anzi, dove ha candidati forti e una tradizione amministrativa riconoscibile, tiene eccome.
Messina conferma il civismo, Arezzo e Lecco guardano al ballottaggio
A Messina Federico Basile resta avanti in modo netto e si prepara alla conferma. Il suo risultato, legato a Sud chiama Nord e all’area politica costruita attorno a Cateno De Luca, è una delle prove più evidenti della forza del civismo organizzato. Non quello ornamentale, buono per allungare una coalizione sulla carta. Qui il civismo è struttura, identità, rete territoriale, governo locale. Quando funziona così, i simboli nazionali non spariscono, ma perdono centralità. Diventano comparse in una scena scritta altrove.
Ad Arezzo, invece, Marcello Comanducci del centrodestra è avanti su Vincenzo Ceccarelli del centrosinistra, ma senza superare la soglia del 50% nei dati disponibili. La città guarda quindi al ballottaggio, con Marco Donati e l’area civica destinati a pesare nella seconda partita. Anche Lecco appare aperta: il centrodestra con Peppino Boscagli è davanti al sindaco uscente Mauro Gattinoni, ma il margine non chiude i giochi. Nei ballottaggi il primo turno è solo il primo tempo: conta chi allarga, chi spaventa meno, chi riesce a parlare agli elettori rimasti senza candidato, chi convince una parte degli astenuti a tornare ai seggi.
Chieti, Avellino, Crotone, Andria, Trani, Agrigento ed Enna: il mosaico resta mobile
Il resto dei capoluoghi compone una geografia più frastagliata. A Chieti Giovanni Legnini, sostenuto dal centrosinistra, è avanti, ma il quadro resta orientato al ballottaggio anche per la divisione del centrodestra tra più candidature. Ad Avellino Antonio Pizza parte davanti e può puntare al primo turno se il dato verrà confermato fino alla fine dello spoglio. A Crotone, Vincenzo Voce appare lanciato verso la riconferma, mentre ad Andria Giovanna Bruno è molto avanti e sembra destinata a una vittoria netta per il centrosinistra.
A Trani il centrosinistra con Galiano è in vantaggio, ma la partita resta da completare e può portare al secondo turno. Ad Agrigento il dato è ancora parziale, con Sodano davanti e Alonge a inseguire, mentre Enna vede Mirello Crisafulli largamente avanti. A Fermo il candidato civico Scarfini supera la soglia del 50% nei primi dati, mentre a Macerata Sandro Parcaroli, centrodestra, resta avanti ma sotto la soglia che chiuderebbe la partita al primo turno. È il solito mosaico italiano: città vicine sulla carta, lontanissime nel voto; coalizioni nazionali uguali, risultati locali diversi.
L’affluenza al 60% pesa più di molte vittorie
Il numero più freddo, e forse il più importante, resta l’affluenza. Il 60,06% degli aventi diritto è andato a votare: quasi cinque punti in meno rispetto alla precedente tornata. Quattro elettori su dieci sono rimasti fuori dalla scelta del sindaco, cioè dalla decisione politica più vicina alla vita quotidiana. Non si votava per un’istituzione lontana, non per un Parlamento percepito come nebbia, ma per chi dovrà occuparsi di strade, scuole, rifiuti, sicurezza urbana, case, trasporti, quartieri. Se l’astensione cresce anche qui, il problema non può essere liquidato con la solita frase stanca sulla disaffezione.
La partecipazione bassa cambia anche il peso delle macchine elettorali. Quando votano in pochi, contano di più le reti organizzate, le liste civiche solide, gli apparati capaci di portare le persone al seggio, le comunità politiche già formate. La democrazia locale diventa più sensibile ai gruppi compatti. Per questo l’affluenza non è un dato laterale: può spiegare alcuni risultati tanto quanto le campagne, i candidati o le alleanze. Il voto comunale resta vicino alla pelle degli elettori, ma quella pelle sembra meno reattiva, più stanca, forse più diffidente.
Chi ha vinto davvero queste comunali
Il centrodestra può rivendicare la vittoria politica più appariscente: Venezia al primo turno e Reggio Calabria strappata al centrosinistra sono due bandiere pesanti. Sono risultati che parlano al governo, ai partiti della maggioranza, alla narrazione nazionale di Giorgia Meloni. Anche Crotone e il vantaggio ad Arezzo rafforzano l’idea di una coalizione ancora competitiva, radicata, capace di tenere insieme Nord e Sud, città simboliche e territori più complessi.
Il centrosinistra, però, non esce cancellato. Salerno, Prato, Pistoia, Mantova e Andria sono risultati veri, non consolazioni. Il punto è che non tutti raccontano la stessa cosa. Salerno parla soprattutto la lingua di De Luca, personale e ingombrante. Prato e Mantova raccontano una tenuta amministrativa più lineare. Pistoia dà invece il sapore del ribaltamento. La difficoltà del campo largo resta visibile dove il candidato non riesce a diventare più forte della somma dei simboli. Alle comunali non basta mettere insieme partiti: serve un nome che la città riconosca, quasi fisicamente.
La mappa finale non è ancora chiusa
Il 7 e l’8 giugno, nei comuni sopra i 15 mila abitanti dove nessun candidato supera il 50%, arriveranno i ballottaggi. Non saranno una coda tecnica, ma una seconda elezione. Cambierà il corpo elettorale, cambieranno gli accordi, cambieranno le parole. Chi è arrivato primo dovrà proteggere il vantaggio senza chiudersi. Chi è arrivato secondo dovrà trasformare la distanza in una chiamata alla rimonta. E gli elettori dei candidati esclusi diventeranno improvvisamente preziosi, corteggiati, decisivi.
La prima mappa delle comunali 2026 dice quindi questo: Venturini ha vinto Venezia, Cannizzaro ha preso Reggio Calabria, De Luca ha sbancato Salerno, Capecchi ha riportato Pistoia al centrosinistra, Biffoni ha confermato Prato, Basile si avvia a tenere Messina. Ma dice anche altro, forse più profondo. Dice che i candidati forti contano più dei cartelli elettorali, che l’astensione sta scavando anche nella politica di prossimità, che i partiti cercano letture nazionali mentre le città rispondono con dialetti propri. La politica più concreta resta quella che si incontra uscendo di casa: il municipio, il bus, il marciapiede, la scuola, la piazza. Tutto il resto arriva dopo, con parole più grandi. Ma arriva dopo.

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