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Riforma commercialisti: come cambia l’accesso alla professione

Tirocinio in ateneo, abilitazione più rapida e nuove regole: cosa prevede la riforma per aspiranti commercialisti ed esperti contabili.
La riforma dell’ordinamento dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha messo al centro un obiettivo semplice ma ambizioso: ridurre i tempi di accesso alla professione senza abbassarne la qualità. Il cuore dell’intervento è l’idea, tanto attesa quanto delicata, di spostare il tirocinio dentro l’università e trasformarlo in un percorso formativo integrato, coerente con gli obiettivi del corso di studi. Non stiamo parlando di un maquillage normativo: è una revisione profonda che tocca il modo in cui studenti e studi professionali si incontrano, che mette mano a specializzazioni, società tra professionisti, governance degli Ordini, incompatibilità e tutele assicurative, e che ridisegna il perimetro del mestiere in un’economia dove contabilità, fisco e crisi d’impresa si intrecciano con digitale, sostenibilità, giustizia economica. Il messaggio di fondo è chiaro: più continuità tra aula e studio, meno tempi morti tra laurea ed abilitazione, standard formativi ancorati a competenze che il mercato chiede davvero. Per arrivare a regime serviranno i pertinenti decreti legislativi, ma la direzione è tracciata e merita di essere capita a fondo, soprattutto da chi oggi si sta giocando scelte accademiche e professionali che peseranno per un decennio.
Che cosa prevede davvero la delega
La riforma è costruita come legge delega: fissa principi e criteri vincolanti e affida ai successivi decreti legislativi il compito di scrivere le regole operative. L’architettura è articolata e risponde a un disegno unitario: da un lato riordina attività tipiche e riservate della professione, evitando duplicazioni con altri ordinamenti e con le molte riforme degli ultimi anni; dall’altro aggiorna gli strumenti con cui la categoria si organizza, si forma, si tutela. Il pilastro che ha fatto titolo è la revisione del tirocinio, con la possibilità di svolgerlo interamente durante gli studi: triennale per l’accesso alla sezione B dell’Albo (esperti contabili), magistrale per la sezione A (dottori commercialisti). La logica è quella della sovrapposizione virtuosa: mentre si studia bilancio, diritto tributario o revisione, si vive l’ufficio, si vedono pratiche, si sperimenta il metodo. Accanto al tirocinio, la delega tocca i percorsi di specializzazione (per gli iscritti alla sezione A), rafforza la formazione continua, riscrive alcuni criteri di governance degli Ordini e interviene su Stp, incompatibilità, compensi e coperture assicurative. Il tutto, con un obiettivo dichiarato: accelerare l’ingresso nel lavoro qualificato preservando gli standard etici e tecnici che la professione pretende e che la collettività si aspetta.
Tirocinio in università: come cambia la pratica
L’innovazione a più alto impatto è la collocazione del tirocinio nel corso di studi. Non si tratta di una semplice anticipazione parziale: la riforma consente di completare il periodo di pratica interamente durante la triennale (per chi ambisce alla sezione B) o durante la magistrale (per la sezione A). Questo allineamento elimina la frattura, finora frequente, tra tempo dello studio e tempo della pratica, con mesi persi in attese burocratiche o in sovrapposizioni poco utili. Nella sostanza, lo studente potrà entrare in studio in modo strutturato, con un tutor accademico e un dominus professionale, obiettivi didattici chiari, valutazioni periodiche e un libretto formativo che non sia mero elenco di ore, ma tracciamento di attività, casi, responsabilità, progressi. Il punto non è “fare prima” a ogni costo, bensì fare meglio sfruttando il tempo in cui si studia per sedimentare competenze professionali reali.
La durata di riferimento del tirocinio rimane quella già nota alla categoria, ma spostarne il baricentro dentro l’università cambia tutto: gli atenei dovranno rafforzare le convenzioni con gli Ordini territoriali, definire learning outcomes coerenti con gli esami e garantire che il tirocinio, specie nella magistrale, non cannibalizzi la qualità didattica. Gli studi, a loro volta, saranno chiamati a industrializzare l’accoglienza dei praticanti: piani di onboarding, momenti di feedback, esposizione progressiva a pratiche complesse (chiusure di bilancio, adempimenti fiscali, composizione negoziata della crisi, contenzioso, revisione), con un occhio alle soft skills: relazione con il cliente, gestione del tempo, scrittura tecnica.
Quanto si accorcia davvero il percorso
L’altro interrogativo chiave è quanto si accorci il tempo che separa la laurea dall’abilitazione. Con la pratica chiusa durante gli studi, il candidato potrà presentarsi all’esame di Stato subito dopo la laurea utile, senza dover incastrare altri mesi di tirocinio. Nella vita reale questo può significare circa un anno in meno per molti percorsi, fermo restando che l’effetto dipenderà dalla capacità organizzativa di atenei e studi e dal modo in cui i decreti tradurranno la delega in requisiti concreti (ore minime, attività obbligatorie, prove intermedie, criteri di validazione). È un anticipo potenziale, non un automatismo: se i registri di tirocinio, le convenzioni e i calendari d’esame non saranno sincronizzati, il vantaggio rischia di erodersi. Ma la fotografia d’insieme dice che la riforma offre una corsia più lineare: meno attese, più continuità, inserimento lavorativo più rapido.
Esame di Stato: continuità con margini di ritocco
L’abilitazione resta condizionata al superamento dell’esame di Stato, che rimane il passaggio decisivo per la tutela dell’interesse pubblico: certificare che chi entra in Albo possieda conoscenze e abilità adeguate. La riforma non abolisce l’esame e non lo trasforma in una formalità; al contrario, la coerenza tra università, tirocinio e prova finale dovrebbe rendere l’esame più aderente alle competenze maturate. È verosimile che i decreti, una volta adottati, coordinino gli atti amministrativi degli atenei (bandi, calendari, commissioni) con i nuovi percorsi, magari con prove che valorizzino i casi pratici svolti in studio. Resta fermo che, fino all’emanazione delle norme attuative, valgono le regole vigenti: sessioni indette con ordinanze ministeriali, prove in presenza secondo i bandi universitari, requisiti di ammissione basati su titolo, tirocinio e documentazione.
Sul piano culturale, il messaggio è utile a tutti: l’esame non è l’ostacolo finale da “superare e dimenticare”, ma un momento di verità che misura come si siano integrati sapere teorico e pratica. Se l’università farà bene il suo mestiere e gli studi sapranno tutorare senza trasformare il praticante in mero esecutore, l’esame sarà meno una lotteria e più la verifica di un percorso solido.
Il diritto vigente che resta la base
Per leggere la riforma con il giusto fuoco conviene ricordare l’impianto che resta sullo sfondo. L’ordinamento professionale è costruito sul decreto legislativo 139/2005, che ha unificato l’Albo e definito le principali attività della categoria, mentre le regole comuni alle professioni ordinistiche trovano nel D.P.R. 137/2012 il loro catalogo: tirocinio, formazione, assicurazione, pubblicità informativa, disciplina. È lì che vivono concetti come la durata massima del tirocinio, le convenzioni tra atenei e Ordini, l’obbligo di assicurazione per la responsabilità civile. La riforma non riscrive da zero: aggiorna, armonizza, sgombera ambiguità cresciute in questi anni, anche per effetto di interventi settoriali come il Codice della crisi d’impresa o la riforma della giustizia civile, che hanno cambiato volto al lavoro negli studi. L’idea è sostituire prassi e deroghe episodiche con un modello nazionale più chiaro, misurabile e ragionevolmente uniforme.
Specializzazioni e formazione: riconoscere ciò che già esiste
Una delle richieste più insistenti degli ultimi anni veniva dalla domanda di specializzazioni. Nella realtà del mercato, il commercialista non è più soltanto “il professionista del bilancio e delle imposte”, ma un regista di processi che toccano M&A, ristrutturazioni, piani attestati, sostenibilità e reporting non finanziario, lavoro e relazioni industriali. La riforma prova a mettere ordine, immaginando percorsi di specializzazione per gli iscritti alla sezione A, con requisiti che intrecciano formazione, esperienza, aggiornamento ed eventualmente valutazioni di settore. È un passaggio sensibile, che dovrà evitare l’effetto “albo nell’albo” e soprattutto la proliferazione di etichette prive di contenuto. Se ben disegnata, la specializzazione può dare valore segnaletico ai curricula, aiutare i clienti a scegliere, orientare gli investimenti formativi degli studi, premiare chi dimostra competenze verticali e aggiornate.
Accanto alle specializzazioni, la formazione continua è destinata a farsi più stringente nella qualità: non più una corsa a collezionare crediti, ma un programma ragionato che tenga insieme obblighi normativi, innovazioni tecnologiche (pensiamo a AI e automazione in contabilità e fiscalità), esigenze di compliance e nuove richieste della PA. Un professionista che accompagna imprese e famiglie in una fase economica incerta deve saper leggere i numeri e interpretare le regole, ma anche comunicare scelte complesse e negoziare soluzioni: la formazione, se progettata bene, può fare la differenza.
Società tra professionisti: più chiarezza per crescere
Il capitolo sulle società tra professionisti (Stp) mira a dotare la categoria di regole chiare su iscrizione, governance, rapporti tra soci, responsabilità e presidi deontologici. Negli ultimi anni l’istituto è cresciuto ma in modo diseguale, frenato da incertezze interpretative e da modelli organizzativi non sempre maturi. La riforma spinge verso aggregazioni e reti che permettano economie di scala, investimenti tecnologici, servizi integrati con avvocati, consulenti del lavoro, ingegneri, revisori. Se la cornice sarà ben scritta, le Stp potranno diventare il veicolo naturale per affrontare progetti complessi – dalla ristrutturazione di un gruppo alla gestione di un sistema di controllo di gestione evoluto – senza sacrificare l’autonomia professionale che è la cifra della categoria. Per i giovani, le Stp possono significare carriere più trasparenti, piani di crescita, condivisione di know-how e una migliore distribuzione del rischio.
Governance degli Ordini: rappresentanza e trasparenza
Sul versante della governance, la riforma aggiorna durata e limiti dei mandati, rafforza gli strumenti di partecipazione (anche attraverso il voto telematico), rivede la mappa degli Ordini rispetto alle dimensioni territoriali e mette a fuoco misure per l’equilibrio di genere nella rappresentanza. Non è un tema “interno” alla categoria: la qualità democratica degli Ordini incide sulla credibilità della professione e sulla sua capacità di dialogare con istituzioni, autorità e mercato. Votare in modo sicuro e accessibile, evitare concentrazioni di potere, facilitare il ricambio senza disperdere competenze, assicurare che anche gli studi medi e piccoli abbiano voce: sono tutte condizioni che migliorano la capillarità del servizio che l’Ordine rende agli iscritti e, in ultima analisi, alle imprese e ai contribuenti.
Incompatibilità, compensi e assicurazioni: l’equilibrio tra rischio e valore
Le regole su incompatibilità e compensi sono un’altra leva importante. Aggiornare le incompatibilità significa evitare conflitti d’interesse in un mercato dove i confini tra consulenza, intermediazione, amministrazione e controllo possono farsi sottili, soprattutto quando entrano in gioco piattaforme digitali e servizi “chiavi in mano” offerti da operatori non ordinistici. Sul fronte dei compensi, l’orientamento è valorizzare equità e trasparenza: tenere conto della complessità delle prestazioni, della responsabilità assunta, della qualità erogata, con attenzione particolare ai rapporti con grandi committenti e PA. È un passaggio cruciale per rendere la professione attrattiva per i giovani e sostenibile per gli studi.
Infine, le coperture assicurative: la categoria conosce bene quanto i rischi professionali siano cresciuti in un contesto di norme più esigenti e contenziosi più frequenti. L’ipotesi di forme collettive di assicurazione coordinate dagli organi nazionali può portare premi più efficienti e garanzie più robuste, a condizione di non appiattire le specificità dei singoli profili di rischio. Anche qui la parola d’ordine è qualità del presidio: una polizza ben disegnata non è un costo burocratico, è un asset che tutela professionista e cliente.
Cosa fare adesso: studenti, praticanti, atenei, studi
Nell’attesa dei decreti, non ha senso restare alla finestra. Studenti e neolaureati possono già mappare gli atenei più pronti a integrare il tirocinio nei piani di studio, parlare con gli Ordini territoriali per capire come si muoveranno le convenzioni, scegliere con cura lo studio dove svolgere la pratica: la qualità del dominus, la disponibilità a seguire, l’organizzazione interna (strumenti, procedure, cultura del feedback) pesano quanto e più del nome sulla targa. I praticanti già in percorso devono proseguire secondo le regole attuali, monitorare scadenze e adempimenti e farsi trovare pronti qualora si aprano finestre di conversione o riconoscimenti del tirocinio già svolto. Gli atenei hanno davanti una sfida organizzativa: costruire sillabi e rubriche di valutazione del tirocinio, definire lo statuto del tutor universitario, presidiare la qualità delle esperienze negli studi, che non possono ridursi a mansioni ripetitive o a fasi esclusivamente esecutive. Gli studi, infine, dovrebbero trattare l’arrivo dei praticanti come un investimento: onboarding, formazione su processi e strumenti (dalla tenuta contabile al tax technology), etica professionale e privacy, rotazione tra aree per dare un panorama completo, appuntamenti fissi di valutazione con obiettivi concreti.
Effetti attesi sul mercato del lavoro
La professione dei commercialisti è numerosa, diffusa e strutturale per il Paese. L’anticipazione del tirocinio e la sincronizzazione con l’esame possono fluidificare il turnover generazionale, portare giovani in studio prima e con competenze più allineate ai bisogni. Per le imprese, soprattutto PMI e microimprese che rappresentano l’ossatura economica italiana, questo può significare più offerta di servizi consulenziali e amministrativi, maggiore disponibilità di risorse nei periodi di picco (dichiarativi, bilanci), una copertura territoriale più omogenea. Le Stp e le aggregazioni possono favorire l’accesso a tecnologie (piattaforme contabili in cloud, automazione degli adempimenti, strumenti di analisi) e a competenze che singoli professionisti faticano a sostenere. Resta, però, una sfida: valorizzare economicamente il lavoro qualificato, evitare che l’anticipo dei tempi diventi compressione dei compensi o precarizzazione di percorsi che dovrebbero essere di crescita.
Per la Pubblica Amministrazione, la riforma può tradursi in un interlocutore professionale più pronto sulle frontiere della compliance: fatturazione elettronica, interoperabilità dei dati, adempimenti ESG, procedure di allerta, rapporti con l’Agenzia delle Entrate e con il sistema camerale. Un corpo professionale formato su standard condivisi è un alleato cruciale quando si punta a semplificare davvero.
Rischi da presidiare e come evitarli
Ogni riforma strutturale porta rischi. Il primo è un divario territoriale: atenei e Ordini non hanno oggi le stesse risorse e la stessa esperienza nell’integrare il tirocinio. Se non si presidiano standard minimi – ore effettive, attività obbligatorie, tracciabilità, qualità del tutoraggio – il Paese rischia di dividersi tra aree dove la riforma funziona e aree dove produce scorciatoie poco formative. Il secondo rischio è la burocratizzazione: troppi moduli, troppi passaggi formali, poca sostanza. Il terzo è la sottovalutazione del ruolo degli studi: se il dominus non è messo nelle condizioni (e nella responsabilità) di formare davvero, il tirocinio si ridurrà a ore timbrate. Infine, l’effetto etichetta sulle specializzazioni: senza criteri rigorosi, la specializzazione diventa marketing e non garanzia per il mercato.
Come si evitano questi scogli? Con decreti chiari e misurabili, con linee guida nazionali che fissino ciò che è non negoziabile, con sistemi di controllo che aiutino e non puniscano, con incentivi per gli studi che investono seriamente in formazione. E con una cultura, dentro la categoria, che legga la riforma non come l’ennesimo adempimento ma come un’occasione di qualità.
Domande ricorrenti, risposte nette
Una domanda arriva puntuale: quando le novità saranno operative? La risposta è: quando i decreti legislativi saranno pubblicati ed entreranno in vigore. Fino ad allora, restano valide le regole attuali su tirocinio ed esame. Seconda domanda: l’esame di Stato sarà abolito? No, l’esame resta. Potrà essere meglio allineato ai nuovi percorsi, ma continuerà a essere il perno dell’abilitazione. Terza domanda: davvero si potrà diventare commercialisti un anno prima? Potenzialmente sì, se il tirocinio universitario sarà organizzato bene e se la macchina amministrativa (atenei, Ordini, bandi) si muoverà in sincrono. Quarta domanda: cosa cambia per chi è già praticante? Nulla nell’immediato: si procede con le regole in vigore. Potranno arrivare regimi transitori o riconoscimenti del pregresso; varrà la pena seguire le comunicazioni del proprio Ordine. Quinta domanda: le specializzazioni daranno nuovi “monopoli”? Non è questo lo spirito: si punta a riconoscere competenze e a qualificarle, non a chiudere mercati.
Che cosa conviene fare nei prossimi mesi
Per chi sta scegliendo la magistrale e punta alla sezione A, conviene valutare corsi che dichiarano percorso e strumenti per integrare il tirocinio, chiedere come funziona il tutoraggio, quali attività saranno considerate formative e come verranno valutate. Per chi mira alla sezione B, la triennale diventa il momento in cui testare attitudine e motivazione: contabilità, adempimenti, relazione con il cliente. Per gli studi, è tempo di preparare manuali interni per i praticanti, organizzare brevi academy tematiche (bilancio, dichiarativi, crisi, gestione del tempo), aggiornare le polizze e le policy interne. Per gli Ordini, la priorità è costruire sportelli che aiutino a leggere la riforma, supportare le convenzioni con gli atenei, vigilare sulla qualità e sulla parità di trattamento tra praticanti.
In parallelo, la categoria farebbe bene a guardare avanti: la trasformazione digitale, la data governance dei sistemi contabili, l’intelligenza artificiale nei controlli e nelle verifiche sono già qui. Un tirocinio fatto bene deve dare mani e testa per questi strumenti: non basta sapere usare un gestionale; serve capire processi, responsabilità, rischi. È su questo terreno che la riforma può segnare il salto di qualità.
Dal banco al bilancio: l’accelerazione che può cambiare la professione
Se c’è un filo rosso che attraversa la riforma è la volontà di riavvicinare il momento in cui si impara a quello in cui si lavora. Portare il tirocinio dentro l’università non è un vezzo organizzativo: è la presa d’atto che la professione vive di competenze integrate, dove la tecnica si alimenta della pratica e la pratica ha bisogno della metodologia accademica. La scommessa è duplice: per i giovani, tagliare attese e dare certezze di percorso; per gli studi, rinnovare in modo ordinato le competenze e il modo di fare impresa professionale; per le imprese e i contribuenti, trovare professionisti più pronti, più aggiornati, più attrezzati a leggere un ambiente regolatorio in continuo movimento. La partita si gioca ora sulla qualità dei decreti e sulla capacità di fare squadra tra atenei, Ordini e studi. Se questi pezzi andranno a posto, la riforma non sarà l’ennesima variazione sul tema, ma un’accelerazione reale: dal banco al bilancio, con meno ostacoli e più sostanza.
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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Governo, MUR, ANSA, Il Sole 24 Ore, Normattiva, Camera dei Deputati.

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