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Quanti avvocati ci sono in Italia davvero, tra calo degli iscritti e mercato saturo

I numeri aggiornati raccontano un calo degli iscritti, un’età media in salita e un mercato legale sempre più sbilanciato.

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Oficina de abogados para ilustrar el artículo sobre quanti avvocati ci sono in italia

Alla fine del 2024 gli iscritti a Cassa Forense erano 233.260, in calo dell’1,6% rispetto all’anno precedente. È il dato più netto per capire la dimensione dell’avvocatura italiana oggi: numerosa, ancora molto presente nella vita economica del Paese, ma meno espansiva di qualche anno fa. Dentro quel numero ci sono professionisti attivi, pensionati contribuenti, studi grandi e piccoli, città iperconcentrate e province che si svuotano. Non è una fotografia piatta; è un mercato che si restringe in alcuni punti e si addensa in altri, come una marea che arretra lasciando scoperti i sassi più fragili.

La tendenza non nasce da un solo fattore. Pesa l’economia, pesa il costo di tenere aperto uno studio, pesa l’ingresso tardivo nel reddito vero, pesa anche un cambiamento culturale: oggi la laurea in giurisprudenza non apre più con la stessa automaticità la porta della toga. I dati del rapporto Censis-Cassa Forense mostrano un settore che regge ancora in termini numerici, ma che da anni perde attrattiva per chi sta entrando e, soprattutto, per chi fatica a restare.

Il numero reale e perché conta davvero

233.260 iscritti è la cifra da tenere a mente, ma va letta con attenzione. Non coincide con il numero di persone che ogni giorno esercitano in modo pienamente attivo, né con i soli avvocati giovani o con quelli che hanno studio autonomo. Dentro la categoria convivono professionisti in età diverse, contribuenti pensionati e posizioni che raccontano percorsi molto differenti. Per questo il dato grezzo, da solo, dice poco; diventa utile solo se affiancato alla dinamica delle iscrizioni, delle cancellazioni e dei redditi.

Nel 2020 gli iscritti erano 245.030. In quattro anni si sono persi quasi 12.000 nomi, e non si tratta di un dettaglio statistico. Significa che il mercato forense non sta semplicemente cambiando faccia: sta ridisegnando i propri confini. Un calo di questa ampiezza suggerisce una pressione costante, quasi una lima che consuma gli angoli più deboli della professione, soprattutto dove i compensi sono bassi e la competizione è più feroce.

Il confronto con il 2023 aiuta ancora di più a capire il senso del movimento. Nel giro di dodici mesi il saldo è diventato negativo di nuovo, con una diminuzione dell’1,6% a livello nazionale. In una professione storicamente considerata rifugio della classe media colta, questi numeri raccontano una selezione più dura. Restano, in larga misura, quelli che hanno clienti, specializzazione, struttura o resistenza economica per attraversare gli anni magri. Gli altri si spostano altrove, nella consulenza, nell’impresa, nella pubblica amministrazione, nella formazione o in professioni contigue.

Perché il mercato forense si sta restringendo

Il primo motore del calo è economico. Aprire e mantenere uno studio costa. Ci sono contributi previdenziali, assicurazione obbligatoria, tasse, segreteria, software, affitti, formazione continua, commercialista, utenze, spese di cancelleria, accesso ai servizi digitali e tempi morti che non si fatturano. La toga, nella versione romantica che dura nei racconti di famiglia, somiglia a un simbolo; nella versione reale somiglia spesso a una piccola impresa esposta al vento, senza rete e con margini sottili.

Il secondo fattore è il ritardo nel reddito. Secondo i dati più recenti del rapporto Censis, il reddito medio annuo degli avvocati si colloca a 47.678 euro, con un incremento del 6,8% rispetto al 2022. Ma questa media nasconde una forbice larga e una distribuzione irregolare. In Italia una parte consistente dei professionisti resta ben sotto il valore medio, mentre una quota più piccola alza la media con fatturati molto più alti. Il risultato è un effetto specchio: il numero assoluto sembra solido, ma la base economica è più fragile di quanto suggerisca la cifra.

Il punto delicato è il tempo. La professione spesso chiede anni prima di restituire stabilità. Si entra tardi nel circuito dei guadagni davvero sufficienti, e proprio in quella fase arrivano i costi della vita adulta: affitto, mutuo, figli, assistenza familiare, contributi, imposte. La pressione non è astratta; è fatta di mesi che si chiudono in pareggio e di altri che chiudono in perdita. In questo contesto, chi riesce a reggere lo fa grazie a uno studio già avviato, a un passaggio generazionale ordinato o a una nicchia di clientela molto precisa.

Il nodo non è solo quanti professionisti restano, ma quanti riescono a trasformare il proprio lavoro in reddito stabile senza bruciarsi nei costi di ingresso e di permanenza.

Donne, giovani e il peso delle disuguaglianze

Il saldo negativo è più marcato tra le colleghe, con meno 2.140 unità secondo l’introduzione al rapporto. È un dato che non può essere liquidato come semplice fluttuazione. Indica una difficoltà concreta nel conciliare tempi di vita e tempi del lavoro, soprattutto in un settore dove l’orario reale non coincide mai con quello dichiarato. Cause, udienze, studio, telefonate, scadenze e reperibilità continua divorano la giornata con una fame che non guarda l’orologio.

Il rapporto segnala anche una frattura di genere nei redditi. Le avvocate guadagnano in media molto meno dei colleghi uomini, con differenze che in alcune aree territoriali restano ampie. Nel Mezzogiorno, per esempio, il reddito medio femminile è stato indicato a 19.331 euro, contro 37.082 euro degli uomini. Al Centro, la forbice si allarga ancora: 33.152 euro per le donne contro 70.924 euro per gli uomini. Nel Lazio il divario è particolarmente pesante, con le donne a 35.143 euro e gli uomini a 78.824 euro.

Non è solo una questione di stipendio. Nei numeri si leggono anche accesso ai clienti, assegnazione degli incarichi, presenza nei grandi studi, specializzazioni più remunerative e reti professionali che ancora oggi si distribuiscono in modo diseguale. L’avvocatura italiana appare così divisa in due corsie: una più rapida, ben illuminata, agganciata ai grandi contenziosi e alle aree economicamente forti; l’altra più lenta, più stretta, spesso più femminile e più esposta alla precarietà del mercato.

Anche i giovani entrano in questa geometria sbilenca. Una parte consistente del fatturato dei professionisti più giovani proviene da attività stragiudiziali, quindi da consulenza, assistenza preventiva e lavoro non legato direttamente al contenzioso classico. È un segnale importante: i nuovi ingressi cercano aria in settori meno tradizionali, dove il mercato forse respira meglio. La toga resta, ma non sempre come la si immaginava. Più spesso diventa un accessorio di un mestiere che si mescola con negoziazione, contratti, compliance e assistenza aziendale.

L’età media che sale racconta una professione che invecchia

L’età media degli iscritti è salita a 48,9 anni, contro i 42,3 di vent’anni fa. È un dato che, da solo, racconta un cambiamento profondo. Non significa soltanto che gli avvocati sono più anziani; significa che la professione non riesce più a rinnovarsi con la stessa rapidità di prima. Il turnover si è rallentato, le uscite non sono compensate a sufficienza dagli ingressi e il risultato è un corpo professionale che si allarga verso l’alto e si svuota nella fascia più giovane.

Il dato sui pensionati conferma questa torsione. Gli avvocati pensionati erano 29.868 nel 2019 e sono saliti a 34.719 nel 2024. In cinque anni l’aumento è stato consistente. Qui non c’è solo l’effetto demografico dell’Italia che invecchia; c’è anche la persistenza di carriere lunghe e un sistema che trattiene fino a tardi chi riesce a restare competitivo. Ma quando una professione cresce nel tratto finale del suo ciclo e rallenta nel tratto iniziale, il messaggio è chiaro: la catena generazionale si è indebolita.

Il problema non è la vecchiaia in sé. L’esperienza è un capitale. Il problema è la distanza crescente tra chi entra e chi resta, tra chi eredita clientela e chi deve costruirsela da zero. Un avvocato di 25 o 30 anni si muove in un terreno diverso rispetto a un professionista con trent’anni di relazioni consolidate. Il primo spesso corre in salita, il secondo cammina su un piano più stabile, seppure sempre più stretto. E questa differenza pesa sui redditi, sulle scelte di vita, sulle possibilità di resistere nei primi anni.

Una professione che invecchia non è per forza una professione malata, ma diventa fragile quando la sua età media sale mentre il ricambio si assottiglia.

Milano, Roma e il resto del Paese

La geografia conta quasi quanto il diritto. In Italia gli avvocati non si distribuiscono in modo uniforme: si addensano nei grandi poli, soprattutto Milano e Roma, e si rarefanno altrove. La Lombardia resta la regione più attrattiva, con Milano in testa per concentrazione di professionisti. Nel distretto milanese si contavano 29.860 avvocati attivi nel 2023, contro i 6.050 di Brescia. La forbice interna alla stessa regione è già di per sé un atlante della disuguaglianza professionale.

La Lombardia è anche l’unica grande area che ha mostrato una crescita, con un aumento dell’1% nel 2023 rispetto all’anno precedente. In valori assoluti si è passati da 33.463 a 33.795 iscritti. Fuori da lì, il quadro è diverso e spesso più duro. Calabria, Basilicata, Puglia e Molise hanno registrato cali marcati, con punte fino al meno 4,8%. Qui la professione non scompare, ma si contrae e si frammenta. I redditi restano più bassi, i clienti meno numerosi, i margini più sottili.

Milano cresce per un motivo semplice e brutale: concentra grandi studi, clientela d’affari, contenziosi complessi e opportunità di carriera che in altre aree non esistono o esistono in misura molto più limitata. Roma tiene il suo peso istituzionale e amministrativo. Il resto del Paese vive spesso di studi di dimensioni ridotte, con un tessuto economico meno ricco e una domanda di servizi legali meno capace di premiare la specializzazione. In questo assetto, parlare di mercato nazionale è quasi fuorviante: ci sono più mercati che corrono a velocità diverse.

Il dato sulla densità resta impressionante. L’Italia continua a essere tra i Paesi europei con più avvocati per abitante, quasi 400 ogni 100.000 residenti, secondo le stime richiamate da diversi osservatori del settore. Numeri ben più alti di quelli di Germania o Francia. Ma la densità non coincide con la salute economica della categoria. Un Paese può avere molti avvocati e, allo stesso tempo, un mercato saturo, frammentato e mal pagato. Anzi, spesso le due cose vanno insieme.

Troppi avvocati o un mercato che distribuisce male il lavoro

Dire che gli avvocati sono troppi è una mezza verità. Il punto non è solo il numero, ma dove stanno, che tipo di incarichi svolgono, quanto fatturano e con quali strumenti competono. In una società più complessa, il bisogno di assistenza legale non diminuisce affatto. Crescono invece la specializzazione, i servizi stragiudiziali, la consulenza preventiva, la contrattualistica, la tutela dei dati, il lavoro sulla conformità normativa. Il lavoro cambia forma, non sparisce.

Il problema italiano è che questo cambiamento non è stato accompagnato da una distribuzione equilibrata delle opportunità. Nei grandi centri il mercato è più ricco, ma anche più spietato. Nelle aree periferiche, invece, la concorrenza si gioca su una domanda più debole e su prezzi che scendono. In mezzo, una massa di professionisti che tende a restare sotto i 35.000 euro di fatturato annuo, un livello che per molti non basta a coprire con serenità l’intera struttura dei costi.

L’impressione di sovraffollamento nasce anche da qui. Quando una larga fetta della categoria vive sotto pressione economica, il mercato appare intasato. Ma il vero ingorgo sta nella qualità della distribuzione: troppi in alcuni luoghi, troppo pochi in altri; troppa competizione in certe fasce, poca capacità di valorizzare competenze avanzate; una domanda crescente di servizi sofisticati e un’offerta ancora legata al modello tradizionale dello studio individuale.

Chi osserva il settore da dentro racconta spesso un altro paradosso: il calo degli iscritti non garantisce automaticamente migliori condizioni per tutti. In parte i redditi medi possono salire, e in alcuni territori succede già. Ma ciò avviene spesso per effetto di una selezione dura, non per una riforma ordinata del sistema. Restano i più forti, escono i più fragili, e il mercato si alleggerisce senza diventare per forza più giusto.

Lavoro autonomo, vincoli normativi e il mito del dipendente invisibile

Nell’ordinamento forense italiano la libera professione resta il perno. Non è un dettaglio tecnico, è una scelta strutturale che continua a incidere sulla vita concreta dei professionisti. La normativa vigente rende incompatibile il rapporto di lavoro subordinato con l’esercizio ordinario dell’avvocatura, salvo eccezioni limitate. Questo significa che molti professionisti non possono essere assunti come dipendenti nel senso classico del termine senza cambiare posizione professionale o uscire dall’albo.

Questa rigidità ha prodotto un effetto curioso e molto italiano: grandi studi che funzionano con team ampi, ma composti spesso da collaboratori con partite IVA, e non da dipendenti nel senso pieno del lavoro subordinato. Il risultato è una zona grigia organizzativa, dove la gerarchia c’è, i ritmi sono da azienda, ma la protezione del lavoro dipendente manca. È uno dei motivi per cui molti giovani scelgono altri sbocchi, anche fuori dal perimetro classico della professione forense.

Il mito del libero professionista completamente autonomo si scontra con la realtà. In molti casi l’autonomia è formale, non sostanziale. Si lavora per un solo studio, si dipende da poche fonti di reddito, si subiscono i tempi e le decisioni altrui, ma si resta fuori dalle tutele tipiche del dipendente. Questo nodo normativo pesa sulla percezione della professione tanto quanto i numeri puri. Non basta contare quanti avvocati ci sono; bisogna capire in che condizioni lavorano davvero.

La professione forense soffre quando l’indipendenza è piena solo nei codici, ma parziale nella vita di studio.

Come si legge il futuro senza farsi illusioni

Il futuro dell’avvocatura italiana non sarà fatto soltanto di numeri in discesa o in salita. Sarà soprattutto una questione di struttura. Se continuerà il calo degli iscritti, il mercato potrebbe alleggerirsi nelle aree più congestionate, ma questo non risolverà da solo il problema dei redditi bassi e delle differenze territoriali. Se invece il settore riuscirà a valorizzare meglio le specializzazioni, la consulenza d’impresa, la prevenzione del contenzioso e l’uso ragionato della tecnologia, il quadro potrebbe cambiare in profondità.

Per ora l’intelligenza artificiale, secondo il rapporto Censis, è usata in modo ancora limitato. Solo una minoranza la impiega nelle attività quotidiane, soprattutto per ricerca giurisprudenziale e documentale. La macchina aiuta a cercare, ordinare, confrontare, ma non sostituisce ancora il lavoro di relazione, la strategia processuale, la lettura dei fatti. L’avvocatura resta una professione fatta di carta, tempo e responsabilità, anche quando la carta è digitale e il tempo passa davanti allo schermo.

La cifra più utile, forse, non è quella assoluta degli iscritti, ma il rapporto fra ingresso, permanenza e reddito. Se una professione trattiene male i giovani, paga male una parte consistente dei suoi iscritti e distribuisce le opportunità in modo troppo squilibrato, il problema non si risolve con un semplice riequilibrio numerico. Serve una trasformazione del modello. E, al momento, quella trasformazione procede a passo corto, quasi trascinando i piedi.

Alla domanda su quanti siano davvero gli avvocati in Italia, la risposta è semplice solo in apparenza: 233.260 iscritti a Cassa Forense a fine 2024. Ma il dato utile sta dietro quella cifra, nelle sue crepe. C’è una categoria che invecchia, che si concentra nei grandi centri, che perde pezzi soprattutto tra le donne e che continua a fare i conti con un mercato saturo ma ancora molto vivo. È una professione che non sta scomparendo. Sta cambiando pelle, a volte con grazia, più spesso per necessità.

Una professione numerosa che chiede meno mitologia e più realtà

L’avvocatura italiana resta una delle più dense d’Europa, ma la densità non basta a raccontarne la salute. Dentro i numeri ci sono differenze di reddito, di genere, di territorio e di età che hanno il peso di una frattura vera. Il Paese continua ad avere molti avvocati, ma non tutti hanno lo stesso spazio per lavorare, guadagnare e restare nella professione con dignità economica. Questo è il punto che i dati 2025 mettono in fila con una chiarezza quasi spietata.

Guardare soltanto il totale rischia di ingannare. L’Italia ha ancora un esercito di toghe, ma non un esercito omogeneo. Ha un centro forte e periferie più deboli, studi strutturati e micro-attività isolate, redditi di alto profilo e tanti compensi modesti. Se il futuro avrà una forma meno caotica, dipenderà dalla capacità del sistema di riconoscere questa realtà senza narrazioni consolatorie. Perché i numeri, quando sono letti bene, non fanno propaganda: fanno rumore.

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