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Platini e Blatter innocenti: perché cade l’accusa di corruzione

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platini in vesti di presidente uefa anni fa

Foto di Klearchos Kapoutsis, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Assoluzione per Platini e Blatter: niente frode, accordo verbale plausibile e prove insufficienti. Vicenda che ha cambiato FIFA e il calcio.

La caduta dell’accusa si spiega con due cardini giuridici semplici da enunciare e difficili da scalfire: assenza di prova penale sufficiente e plausibilità di un accordo verbale sulla consulenza prestata da Michel Platini alla FIFA a cavallo tra fine anni Novanta e primi Duemila, saldata nel 2011 con 2 milioni di franchi svizzeri autorizzati da Sepp Blatter. In termini di diritto penale, non basta che un pagamento sia tardivo o discutibile sotto il profilo etico: serve dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la dolosità della condotta. I giudici non l’hanno vista. Anzi, hanno ritenuto che le spiegazioni fornite – compenso concordato oralmente, saldo rinviato per questioni di cassa, attività consulenziale effettivamente svolta – reggessero alla prova del dibattimento.

Il secondo elemento è la definitività dell’esito. Non si parla di un tecnicismo o di una soluzione “all’italiana”: parliamo di assoluzioni piene confermate in appello e diventate irrevocabili dopo la rinuncia a ulteriori impugnazioni. Tradotto: nessuna condanna, nessun reato accertato per frode, amministrazione infedele, appropriazione indebita e falsificazione. La ricostruzione accusatoria – la tesi che quel pagamento fosse un artificio per arricchire indebitamente Platini con la complicità di Blatter – non ha superato la soglia della certezza processuale richiesta in sede penale. E quando il dubbio resta, il diritto penale si ferma.

La vicenda giudiziaria: tappe e snodi

Per capire come si arriva a questo epilogo serve riavvolgere il nastro. Nel 2015, nel pieno del terremoto che travolge la FIFA, spunta il tema del pagamento del 2011 a favore di Platini. La Procura elvetica ipotizza che non vi fosse un titolo valido a giustificarlo, o che – peggio – fosse la copertura di un ingiusto profitto. Il caso sfocia in un primo processo, celebrato davanti al Tribunale penale federale di Bellinzona, che nel 2022 assolve entrambi. I pubblici ministeri non mollano, impugnano e si arriva al secondo grado: la camera d’appello conferma l’assoluzione, rilevando che non è stata provata l’intenzione di ingannare la FIFA né la simulazione del credito vantato da Platini. Infine, l’accusa rinuncia a proseguire. La fotografia finale è questa: due assoluzioni concordi e il sipario che cala.

Gli snodi chiave? La coerenza tra le versioni rese dagli imputati nel tempo, la rispondenza della cifra all’autorevolezza professionale di Platini – ex capitano della Francia, commissario tecnico, poi uomo di vertice UEFA – e la verosimiglianza di un rapporto di consulenza privo di carta ma non per questo inesistente. I giudici hanno pesato parole, circostanze, documenti interni e testimonianze. Hanno trovato lacune nella griglia accusatoria e robustezza sufficiente nella contro-narrazione della difesa. E, in un processo penale, è la robustezza probatoria a decidere chi vince e chi perde, non l’aria del tempo.

Il cuore giuridico: perché non c’è reato

Il diritto svizzero – come molti ordinamenti continentali – non impone la forma scritta per ogni contratto. Se la legge non richiede formalità particolari, un accordo verbale è valido: il nodo sta nella prova che quell’accordo esista davvero e nel delinearne contenuto e limiti. Qui la difesa ha sostenuto che Platini avesse diritto a un compenso maggiore rispetto a quello percepito all’epoca, concordato con Blatter e differito per ragioni di cassa della FIFA. Sulla carta, la memoria d’uomo è sempre scivolosa; ma i giudici hanno rilevato che mancavano elementi per bollare il pagamento come fittizio. Se non si dimostra l’assenza di causa – o l’artificio – non c’è frode.

La seconda pietra angolare è l’elemento soggettivo. Il reato di frode non si consuma per una contabilità disordinata o per una gestione “opaca”: occorre dolo, cioè la volontà di ingannare per ottenere un indebito vantaggio. La prova del dolo non si presume, si dimostra. E qui non è stata dimostrata. È un passaggio più sottile di quanto sembri: i giudici non hanno “assolto perché tutto è perfetto”, hanno assolto perché ciò che doveva essere provato non è stato provato. È la differenza fra un comportamento criticabile sul piano etico e un fatto penalmente rilevante.

Un inciso importante per il lettore: il penale non giudica il “buon gusto” gestionale; giudica condotte tipizzate dalla legge. Un pagamento può apparire inopportuno, può violare regole interne o codici etici, e per questo provocare sanzioni in altra sede. Ma finché non si scavalca la soglia della prova piena su ogni elemento del reato, la condanna non è possibile. È qui, precisamente qui, che l’accusa contro Platini e Blatter è caduta.

Etica sportiva e penale: perché i verdetti differiscono

La confusione più frequente, quando si parla di casi così, nasce dal paragone improprio tra giustizia sportiva e giustizia penale. Standard probatori, finalità, tempi e sanzioni sono diversissimi. La giustizia sportiva si muove sul terreno della disciplina interna e tutela integrità e reputazione dell’istituzione: può punire anche condotte imprudenti, inopportune o contrarie ai doveri che non integrano un reato. Non a caso, nel pieno della tempesta, Blatter e Platini hanno subito sospensioni e squalifiche dagli organi etici della FIFA, in parte ridimensionate, ma non cancellate, in seguito. Quelle sanzioni hanno segnato il tramonto delle loro carriere ai vertici.

Il penale, però, è un’altra storia. Qui si deve stabilire se una condotta corrisponde a un tipo legale con tutti i suoi elementi – oggettivi e soggettivi – e se ciò è dimostrato al di là del ragionevole dubbio. Il fatto che una decisione sportiva individui violazioni etiche non impone, né suggerisce, una condanna penale. E viceversa: un’assoluzione penale non sana automaticamente il giudizio etico. Per questo i due binari hanno potuto correre in direzioni diverse, senza contraddirsi. Da un lato, la FIFA che protegge i propri standard di governance; dall’altro, i giudici che proteggono i principi del giusto processo.

Le ricadute sulla governance di FIFA

Il caso non va letto come un lasciapassare sul passato, ma come una cartina di tornasole su cosa è cambiato e cosa deve ancora cambiare. Dal 2015 in avanti, l’ecosistema della FIFA ha accelerato su compliance, controlli interni, audit, presìdi di integrità, introducendo regole più stringenti su gestione dei contratti, conflitti di interesse e tracciabilità dei pagamenti. È un percorso ancora in corso, ma ormai irreversibile. Perché il punto non è solo “evitare il reato”: è prevenire l’ombra del sospetto, limitare al minimo le aree grigie dove la discrezionalità può diventare ambiguità.

C’è poi un tema culturale, più profondo, che questo caso mette a fuoco: la memoria organizzativa. Le grandi federazioni hanno vissuto per decenni di relazioni personali, accordi “tra gentiluomini”, pratiche informali. Ciò non è, di per sé, illecito. Ma nel calcio globale di oggi – miliardi in gioco, sponsor, diritti tv, mercati regolati – l’informalità costa. Per questo molte organizzazioni hanno adottato policy che, senza criminalizzare l’oralità, rendono obbligatoria la formalizzazione rapida dei punti chiave di ogni rapporto: oggetto, durata, compenso, milestones, firma di chi è titolato. È una tutela per tutti: per chi paga, per chi riceve, per chi – un giorno – dovrà rispondere a domande scomode.

Un caso-scuola per dirigenti e club

La parabola Blatter–Platini funziona anche come manuale operativo per chi amministra società, leghe e federazioni. Primo: documentare. Non per burocratizzare, ma per proteggere. Un accordo verbale può essere legittimo, ma una lettera d’incarico, un memorandum sintetico, un’email di conferma con oggetto, compenso, tempi e autorizzazioni riduce drasticamente i rischi. Secondo: tracciabilità dei pagamenti. Un saldo tardivo non è di per sé sospetto, a patto che sia previsto o comunque giustificato da elementi verificabili, e approvato da organi competenti. Terzo: separazione dei ruoli. Quando chi autorizza un pagamento è anche il beneficiario, o ha rapporti di potere con lui, la governance deve prevedere filtri e controlli indipendenti.

Per la comunicazione esterna, infine, c’è una lezione di realpolitik. I processi vivono tempi lunghi, i titoli no. È fondamentale costruire narrative trasparenti e coerenti fin dall’inizio, con cronologie chiare e spiegazioni verificabili. La reputazione, specie nello sport, si gioca spesso nel primo mese di una crisi. Questo caso lo dimostra: a prescindere dall’esito penale, la percezione pubblica si forma presto e cambia lentamente. Chi guida organizzazioni complesse ha il dovere di prevederlo e di agire di conseguenza.

Il fattore umano e la memoria pubblica

Dietro le norme ci sono persone. Dieci anni di inchieste e udienze lasciano il segno, anche quando si chiude con un’assoluzione. Platini ha parlato di onore restituito, Blatter di sollievo. Parole semplici, che però dicono più di mille comunicati: per due figure che hanno segnato il calcio moderno, l’uscita di scena è stata silenziosa e forzata, fatta di porte chiuse, ricorsi, attese. La giustizia penale ha dato la sua risposta; la memoria collettiva ne elaborerà un’altra, forse più sfumata, perché terrà insieme l’onda lunga delle inchieste sul calcio mondiale, le riforme di governance, i peccati – a volte veniali, a volte no – di una leadership cresciuta in un altro tempo.

C’è, in fondo a questa storia, un promemoria per tutti noi che guardiamo lo sport come spettacolo globale: pretendiamo regole chiare, pretendiamo responsabilità, ma non dovremmo confondere errore gestionale e reato. È un confine sottile e spesso ignorato nel dibattito pubblico, dove la sete di colpevoli immediati rischia di cancellare la presunzione d’innocenza. Qui quel principio ha funzionato come deve: ha protetto non un “privilegio”, ma una garanzia che difende chiunque si trovi sotto accusa.

Verdettto definitivo, messaggio chiaro

Assoluzione piena, nessuna corruzione accertata, vicenda chiusa in sede penale. Resta il giudizio – legittimo – su opportunità e prudenza di certe scelte; restano le sanzioni sportive che hanno scritto la fine delle carriere; resta soprattutto la lezione che conta: la prova decide, non il sospetto. Un accordo verbale può essere scomodo e rischioso, ma se è plausibile e non smentito da elementi concreti, regge. Il penale chiede dolo e certezza; senza, l’accusa cade. È un messaggio che va oltre i nomi in copertina, utile per il calcio e per ogni organizzazione complessa. Al netto di tutto, qui il diritto ha parlato chiaro: Platini e Blatter sono innocenti, e lo sono non per cavilli ma perché i fatti non hanno provato un reato.


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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: La Gazzetta dello SportANSACorriere della Serala RepubblicaSky SportSportmediaset.

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