Perché...?
Perché Meloni arretra e il Pd torna a salire?

L’ultimo sondaggio SWG mostra FdI in calo, Pd in crescita e M5S in ripresa: i numeri che stanno cambiando il clima politico del centrodestra.
Fratelli d’Italia resta il primo partito italiano, ma l’ultimo sondaggio SWG per Tg La7 racconta un passaggio meno lineare di quanto appaia a prima vista. Il partito di Giorgia Meloni scende al 29,4%, perdendo 0,4 punti in una settimana, mentre il Partito Democratico sale al 21,8% e il Movimento 5 Stelle torna al 12%. Non è una scossa che rimette in discussione la leadership della presidente del Consiglio, e sarebbe forzato leggerla così. Però è un segnale politico chiaro: la destra continua a dominare, ma non corre più da sola. Il vantaggio di Fratelli d’Italia resta ampio, sì, solo che adesso viene accompagnato da un raffreddamento del consenso e da una maggiore mobilità nelle opposizioni. Ed è proprio questo, oggi, il punto che conta davvero per chi osserva il quadro italiano con un minimo di attenzione.
Il dato più rilevante non sta soltanto nella flessione di Meloni, ma nel fatto che più indicatori si stanno muovendo insieme. Il Pd recupera terreno dopo settimane meno brillanti, Conte consolida una ripresa già visibile in altre rilevazioni, la Lega rialza appena la testa, Forza Italia perde ancora qualcosa e cresce anche l’area di chi non esprime una scelta. In controluce si vede una politica meno immobile. La vigilia del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo pesa, eccome. Pesa la polarizzazione, pesano i toni della campagna, pesa il fatto che la maggioranza sia costretta a difendere una riforma che considera identitaria mentre le opposizioni hanno ritrovato, almeno per ora, un terreno su cui tornare visibili. Non è ancora una nuova fase compiuta. Ma assomiglia parecchio all’inizio di una fase diversa.
I numeri che cambiano il clima politico
La fotografia più fresca del voto potenziale è piuttosto nitida e, letta con freddezza, dice molte cose insieme. Fratelli d’Italia si ferma al 29,4%, il Pd sale al 21,8%, il M5S arriva al 12%. Più dietro si collocano Forza Italia all’8,2%, Lega e Alleanza Verdi e Sinistra appaiate al 6,8%, poi Futuro Nazionale al 3,4%, Azione al 3,3%, Italia Viva al 2,4%, +Europa all’1,5% e Noi Moderati all’1%. Da solo questo elenco sarebbe un esercizio un po’ sterile, quasi contabile. Il punto è un altro: i numeri premiano le opposizioni principali e frenano il partito della premier proprio nel momento in cui il confronto politico si sta addensando intorno a una consultazione referendaria destinata a misurare, almeno indirettamente, anche il peso della narrazione di governo.
Guardando alla dinamica settimanale, il quadro diventa ancora più interessante. Fratelli d’Italia perde 0,4 punti, Forza Italia ne lascia 0,2, Verdi e Sinistra scende di 0,1. Dall’altra parte crescono Pd e Lega di 0,2 punti, mentre il M5S guadagna 0,3. Tra i partiti minori, Italia Viva sale di 0,2, Futuro Nazionale cala di 0,2, Azione resta ferma. Soprattutto, aumenta di due punti la quota di chi non si esprime, arrivando al 30%. Questo è un dato che pesa parecchio, perché non fotografa soltanto un’area di astensione o disinteresse: racconta anche un elettorato meno convinto, meno mobilitato, meno disposto a confermare automaticamente il suo orientamento. Quando accade in una fase politica tesa, non è mai un dettaglio tecnico. È spesso il primo sintomo di un consenso che smette di essere caldo.
Se si allarga l’inquadratura oltre il singolo lunedì sera, la stessa tendenza ricompare. La supermedia YouTrend/Agi pubblicata il 5 marzo registrava Fratelli d’Italia al 28,8%, Pd al 21,6% e M5S al 12,4%, con un arretramento del partito di Meloni e una crescita dei Cinque Stelle già ben visibile. Non è la stessa fotografia di SWG, naturalmente, perché cambiano metodologia, campo temporale e istituti inclusi. Però il verso del racconto resta simile: il centrodestra continua a essere largamente avanti, ma appare meno compatto e meno brillante; le opposizioni, pur restando distanti, riprendono fiato. Quando rilevazioni diverse convergono almeno sulla direzione, il fenomeno smette di sembrare rumore statistico e diventa un movimento da seguire con maggiore attenzione.
Dove si inceppa la corsa di Fratelli d’Italia
Il calo di Fratelli d’Italia non va letto come un crollo, ma nemmeno archiviato come una banale oscillazione. Il partito della premier resta lontanissimo dagli inseguitori e conserva un vantaggio che nessun altro, oggi, è in grado di insidiare davvero. Il punto, però, è che non si trova più in una fase espansiva. E per una forza di governo che ha costruito una parte della propria narrazione sull’idea di una crescita costante, questa è già una novità politica. Governare logora sempre, anche quando il consenso resta alto. Anzi, talvolta logora di più proprio chi domina, perché ogni scelta diventa simbolica, ogni scontro si personalizza, ogni passaggio pubblico viene letto come un test sulla leadership. Meloni continua a essere il baricentro del sistema, ma il suo partito non beneficia più dello stesso vento continuo che lo ha accompagnato in altri momenti.
Dentro questo raffreddamento c’è anche un fattore molto concreto: la destra, oggi, è meno ordinata di quanto sembri. La Lega prova a stabilizzarsi, ma resta bassa. Forza Italia non sfonda e continua a oscillare. Futuro Nazionale, il nuovo soggetto guidato da Roberto Vannacci, dopo aver attirato attenzione e consensi nell’area sovranista mostra a sua volta una frenata. Questo significa che una fetta di elettorato di destra è ancora in movimento, ancora in cerca di collocazione definitiva, ancora sensibile ai richiami identitari più duri o alle offerte alternative dentro lo stesso campo. In un contesto del genere, Fratelli d’Italia può restare largamente primo senza per questo evitare una dispersione ai margini della coalizione. Non è una crisi del centrodestra, sia chiaro. È una sua fase meno lineare, più nervosa, più porosa.
Il referendum sulla giustizia pesa più del previsto
La campagna sul referendum confermativo della giustizia sta incidendo sul clima politico più di quanto si pensasse fino a poche settimane fa. L’ultima rilevazione SWG dedicata al voto del 22 e 23 marzo mostra il No avanti al 52% contro il 48% del Sì, con una propensione al voto compresa tra il 46% e il 51%. Per la maggioranza non è una cornice banale. La riforma è stata rivendicata come uno snodo centrale, e Giorgia Meloni è intervenuta in prima persona con un videomessaggio per rilanciare l’appello al Sì, insistendo su tre pilastri: separazione delle carriere, nuova architettura del Consiglio superiore della magistratura e alta corte disciplinare per i magistrati. Quando la premier scende in campo così direttamente, la consultazione smette di essere soltanto giuridica o istituzionale. Diventa, inevitabilmente, anche politica.
Questo referendum, in altre parole, agisce come un acceleratore. Riporta al centro temi divisivi, costringe i partiti a scegliere un tono, mobilita pezzi di elettorato che nelle settimane ordinarie tendono a restare sullo sfondo. Per il governo è una scommessa doppia: può trasformarsi in un’occasione di consolidamento se il Sì recupera e convince, ma può anche diventare un terreno scivoloso se il No tiene e il dibattito resta sfavorevole. Il sondaggio sui partiti del 9 marzo va letto anche così. Non come una pura intenzione di voto astratta, ma come una misurazione inserita in un contesto ad alta temperatura. È lì che il calo di FdI prende un significato più denso. Non segnala una sconfitta. Segnala che la maggioranza, per la prima volta dopo un po’, deve tornare a spiegare, convincere, difendere.
Il Pd cresce poco, ma cresce nel momento giusto
Il Partito Democratico non compie il salto che i suoi dirigenti sognano, però torna a muoversi nel momento più utile. Salire al 21,8% non significa riaprire davvero la partita per il primato nazionale, perché il distacco da Fratelli d’Italia resta molto largo. Ma significa interrompere una fase opaca e rientrare nel circuito dell’iniziativa politica. Per Elly Schlein questo passaggio conta. Conta perché avviene mentre Meloni arretra. Conta perché coincide con una campagna referendaria che rimette al centro parole come garanzie, equilibrio dei poteri, rapporti tra politica e magistratura. Conta anche perché il Pd, negli ultimi mesi, non sempre era riuscito a capitalizzare i momenti di difficoltà altrui. Stavolta qualcosa raccoglie. Non tantissimo, però abbastanza per tornare a farsi vedere come il perno dell’opposizione istituzionale.
Il dato del Pd, però, va letto senza autoinganni. Non c’è nessuna impennata, nessun riavvicinamento repentino a Meloni, nessuna prova che il centrosinistra abbia già trovato una formula in grado di contendere la maggioranza. La crescita è piccola, e proprio per questo è più credibile. Somiglia a una rimobilitazione, non a un’ondata. È il segno di un elettorato che torna a stringersi attorno al partito quando il confronto si fa più netto e più leggibile, ma non ancora di un’espansione verso l’esterno. Schlein recupera visibilità, recupera un po’ di centralità, recupera terreno simbolico. Resta però il problema decisivo: trasformare una crescita di contesto in un aumento strutturale, duraturo, capace di reggere anche quando il dibattito uscirà dall’emergenza referendaria e tornerà sulle grandi questioni economiche e sociali.
Conte non sfonda, ma resta decisivo
Il Movimento 5 Stelle è la forza che, nelle ultime settimane, mostra la continuità più interessante. SWG lo dà al 12%, in crescita di 0,3 punti, mentre la supermedia dei giorni scorsi lo collocava addirittura al 12,4%. Giuseppe Conte continua a presidiare un’area politica che in Italia non scompare mai: quella del malcontento organizzato, della critica al sistema, della diffidenza verso gli assetti consolidati. Quando il quadro si irrigidisce e il governo alza il livello dello scontro, una parte di quell’elettorato tende naturalmente a guardare a lui. Non è una novità assoluta. La novità, semmai, è che questa crescita si produce senza che il Pd crolli. Per una volta, almeno in questa fase, non sembra esserci un travaso diretto da uno all’altro. Crescono entrambi, sia pure poco, perché il clima politico favorisce l’intero fronte di opposizione.
Conte, in questo senso, continua a essere un problema serio per tutti: per Meloni, per Schlein e perfino per gli alleati potenziali del campo progressista. Per Meloni perché intercetta il voto più arrabbiato contro il governo. Per Schlein perché impedisce al Pd di monopolizzare la rappresentanza dell’alternativa. Per il centrosinistra nel suo complesso perché rende più complessa qualsiasi ipotesi di ricomposizione ordinata. Il M5S non sfonda, ma si tiene ben sopra una soglia psicologica rilevante e dimostra di poter ancora incidere. Nelle settimane in cui il governo perde un po’ di slancio, questo basta a dare a Conte un ruolo superiore ai suoi numeri secchi. Non è lui il protagonista principale del momento. Però è l’attore che può rendere più instabile tutto il resto.
Una maggioranza ancora forte, ma meno comoda
Se si osserva il quadro generale, il centrodestra resta saldamente davanti, e questo non va mai dimenticato. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, anche con i loro aggiustamenti interni, partono ancora da una posizione di vantaggio che nessun altro schieramento è in grado di eguagliare. Eppure la comodità di quel vantaggio oggi appare leggermente ridotta. La Lega risale al 6,8%, ma resta compressa. Forza Italia scende all’8,2% e continua a non trasformare il proprio profilo moderato in una fase espansiva. Futuro Nazionale frena, segno che anche il richiamo di Vannacci non è immune dall’effetto novità che si consuma in fretta. Il risultato è una coalizione ancora robusta, certo, ma meno uniforme. Meno lucida. Meno in grado di imporre da sola il ritmo del racconto pubblico.
Il vero campanello, per la maggioranza, è il combinato disposto tra calo del partito guida e aumento di chi non risponde. Quando la quota dei non orientati o dei non dichiaranti sale fino al 30%, il punto non è soltanto aritmetico. Vuol dire che una parte del Paese si sta sottraendo alla fotografia, che la politica convince un po’ meno, che le appartenenze si fanno più tiepide. Per un’opposizione è spesso uno spazio da provare ad aggredire. Per chi governa, invece, è un allarme da trattare con serietà, perché può trasformarsi in astensione, indifferenza o voto intermittente. Meloni conserva ancora una posizione dominante, e nessuno oggi può contestarle quel primato. Però il suo partito sembra aver perso, almeno per ora, la capacità di allargarsi quasi automaticamente. È un cambio di tono. E a volte, prima dei numeri grossi, cambiano proprio i toni.
Le prossime settimane diranno se è solo una frenata
Da qui alle prossime rilevazioni la domanda vera non sarà chi è primo, ma se questo movimento avrà continuità. Se il referendum dovesse chiudersi con un risultato favorevole al governo o comunque politicamente leggibile come una tenuta della premier, Fratelli d’Italia potrebbe riassorbire in fretta la flessione e riportare il dibattito su terreni più controllabili. Se invece il voto dovesse lasciare ferite, ambiguità o una sensazione di occasione mancata, allora questi decimali potrebbero diventare l’inizio di una fase più complicata. In casi simili la politica italiana ha spesso mostrato una regola semplice: i sondaggi non annunciano subito i grandi cambi di scenario, ma ne registrano per tempo i primi scricchiolii. E proprio per questo vanno letti con disciplina, non con tifoseria.
Anche le opposizioni, però, farebbero un errore se scambiassero questa settimana per un’inversione già compiuta. Il Pd sale, ma resta sotto il 22%. Il M5S cresce, ma resta lontano dal peso che aveva in altre stagioni. Verdi e Sinistra flettono leggermente. Azione è ferma. Italia Viva recupera qualcosa, ma resta piccola. Non si vede ancora, insomma, una proposta alternativa compatta, larga, in grado di trasformare l’appannamento del centrodestra in vantaggio reale. Si vede piuttosto una cosa diversa e comunque rilevante: il monopolio della scena da parte della maggioranza non è più totale come appariva. Il che, in politica, è già molto. A volte basta questo per cambiare la percezione del momento e rimettere in moto attori che sembravano fermi.
Il momento in cui i decimali smettono di essere piccoli
La lezione più utile di questo sondaggio è che i decimali, in certe settimane, non sono affatto decimali. Dentro quel -0,4 di Fratelli d’Italia c’è il logorio di governo, c’è la pressione del referendum, c’è la frammentazione della destra, c’è una parte di elettorato che si raffredda. Dentro il +0,2 del Pd c’è una rimobilitazione che torna nel momento giusto, senza ancora diventare slancio. Dentro il +0,3 del M5S c’è la prova che Conte mantiene un rapporto vivo con la parte più inquieta dell’opinione pubblica. Tutto qui? No. C’è anche un’aria politica che cambia appena, ma cambia davvero. E chi legge i sondaggi soltanto come una classifica del lunedì sera, stavolta rischia di perdersi il pezzo più interessante.
Per Meloni il problema non è il primato, che resta solido; è la traiettoria. Per Schlein il vantaggio non è la rimonta, che ancora non c’è; è il tempismo della risalita. Per Conte il valore non è la dimensione del balzo, ma la continuità con cui torna a pesare. In mezzo ci sono gli alleati di governo, gli indecisi, il referendum e una fase politica che appare meno congelata. È questo che rende il sondaggio SWG del 9 marzo una notizia vera. Non perché rovesci il tavolo. Non lo fa. Ma perché racconta che il tavolo ha ricominciato a muoversi.

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