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Caos in Yemen: perché Israele ha ucciso il primo ministro huthi?

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palme nella capitale sanaa dello yemen

Israele colpisce Sanʿāʾ eliminando il premier huthi e ridisegna il conflitto nello Yemen, aprendo nuovi scenari tra Mar Rosso e Medio Oriente.

La notizia si pianta sul tavolo come un colpo secco: un raid aereo israeliano su Sanʿāʾ ha ucciso il primo ministro del governo huthi, Ahmed al-Rahawi, e, quasi in parallelo, gli huthi hanno fermato personale dell’ONU in diverse sedi del Paese. La scena, in realtà, non comincia qui; ma questo snodo cambia il registro. Lo Yemen vive da tempo nella guerra delle rotte del Mar Rosso —droni, missili, compagnie che deviano le navi attorno al Capo di Buona Speranza—; ora, ciò che era soprattutto un fronte marittimo tocca la cima politica del movimento che controlla di fatto il nord del Paese. Il lettore si chiede perché adesso, perché così, e che cosa potrà accadere domani. Domande legittime.

Partiamo dal fondamento. Da mesi Israele accusa gli huthi di agire come braccio della rete di milizie sostenute dall’Iran. Non è un segreto: lo ripete a voce alta e lo ha tradotto in azioni navali e colpi mirati contro rampe di lancio, depositi, nodi di comando. Ma eliminare un primo ministro sposta il confine. Non è un obiettivo tattico sulla costa, non è intercettare un missile in volo: è alzare di grado la partita. Che questo avvenga ad agosto 2025 conta —non solo per la cronologia— perché cade in un momento in cui le assicurazioni marittime sono cresciute, le filiere logistiche pagano sovraccosti e la diplomazia internazionale cammina sulle uova tra condanne di rito e contatti silenziosi.

Va detto anche un’altra cosa —senza fronzoli—: un’operazione del genere innesca una cascata di conseguenze. A Sanʿāʾ, in mare, a Teheran, a Riad, ad Abu Dhabi, a Washington e a Bruxelles. Un colpo così raramente si esaurisce nelle prime 48 ore. Eppure, proprio quelle 48 ore scrivono il copione: funerali e promesse di vendetta nella capitale yemenita, allerta nei corridoi umanitari, nervosismo aggiuntivo nei porti e tra gli assicuratori. Si apre una finestra di settimane in cui capiremo se resteremo in una nuova —gravosa ma gestibile— spirale di attrito, oppure se si aprirà una dinamica diversa.

Che cosa è successo e perché pesa davvero

Il raid ha colpito un complesso a Sanʿāʾ dove si trovavano alti quadri politici del governo huthi. Ahmed al-Rahawi, primo ministro, è morto; insieme a lui, secondo la versione huthi, altri responsabili di dicasteri sensibili. Israele ha parlato di operazione di intelligence e di un bersaglio legittimo nel quadro di una minaccia persistente contro la sua sicurezza e contro la navigazione da cui dipende la sua economia. Il messaggio —ed è voluto— mira a risuonare oltre lo Yemen: parla all’Iran, al Libano, alla Siria, all’intera rete della “resistenza” promossa da Teheran con gradi variabili di controllo.

Perché pesa tanto? Perché sfonda una barriera simbolica. Finora i picchi di tensione si disegnavano su radar e carte nautiche: un drone su Bab el-Mandeb, un missile da crociera che parte dalla costa, una vedetta che intercetta un barchino veloce. Adesso si colpisce il vertice politico. E quando un attore attacca il vertice politico, aumenta il costo di ogni mossa successiva. Per gli huthi, la morte di un primo ministro mette alla prova l’immagine di stabilità interna; per i loro alleati, sancisce che Israele non si limita a difese antiaeree o a colpi chirurgici sulle rampe; per i partner occidentali, riapre questioni giuridiche e di opportunità; per l’ONU, un problema immediato: operare in un Paese dove il proprio personale è finito in stato di fermo è una sfida operativa ed etica.

Chi era Ahmed al-Rahawi e che cosa rappresentava

Il nome Ahmed al-Rahawi dice poco fuori dallo Yemen rispetto ai capi religiosi e militari huthi, ma nel Paese occupava un ruolo chiave: amministrazione, continuità, messaggio di normalità. Non era una figura ornamentale. In una struttura dove la verticale religioso-militare conserva l’ultima parola, l’ufficio del primo ministro lubrifica il rapporto con tecnici, agenzie, fornitori, aiuti internazionali. Al-Rahawi incarnava lo strato civile che dà forma quotidiana al potere. Per questo la sua morte non è solo un colpo emotivo o di propaganda: scompone processi e costringe a ricomporre equilibri tra ministeri e correnti. Se la transizione sarà pulita —nomina rapida, continuità nei dicasteri cruciali— la macchina terrà; se si apriranno vuoti, li vedremo in mare e nella gestione delle crisi urbane.

Le ragioni di Israele: deterrenza, Mar Rosso e segnale a Teheran

Israele sostiene che gli huthi hanno trasformato il Mar Rosso in un teatro di guerra attivo: attacchi a navi commerciali, minacce esplicite a compagnie che operano o riforniscono mercati legati a Israele, colpi contro cargo con qualsiasi collegamento —reale o presunto— con la sua economia. Tutto ciò rende più caro il commercio, allunga le rotte, spinge i prezzi e alimenta una logica nota: guerra di logoramento. Per rompere il ritmo, il calcolo israeliano parla la lingua della deterrenza allargata: rendere costoso l’attrito non solo a chi lancia un drone, ma anche a chi sostiene e organizza l’apparato che consente quel lancio.

La logica della decapitazione selettiva

La decapitazione selettiva non è un’idea nuova. È stata applicata contro capi militari, operatori di razzi, strateghi dell’intelligence. La differenza qui è puntare a un primo ministro. È un civile? È un dirigente di un’entità di fatto in guerra con te? Il diritto internazionale si aggroviglia, e il dibattito —già acceso— proseguirà. Dal punto di vista militare, però, Israele punta a disorganizzare, forzare errori, instillare paranoia nella logistica nemica. E se chi coordina l’amministrazione influisce anche sul tempo della campagna marittima, la sua eliminazione ha una logica operativa.

La finestra d’intelligence

Operazioni del genere richiedono informazioni granulari: movimenti ripetuti, riunioni, coperture, segnali. Queste finestre non si aprono ogni giorno. Che il colpo sia arrivato a fine agosto —dopo settimane di attacchi in mare— suggerisce la volontà di rompere l’inerzia: si comunica agli huthi che nessuno strato della leadership è al sicuro, si avverte Teheran che il campo di gioco si allarga, si prova a ricalibrare il rischio accettabile per compagnie e assicuratori.

Effetti immediati: sicurezza interna e fronte marittimo

A Sanʿāʾ la risposta è stata visibile: più checkpoint, controlli più duri, fermi di personale ONU in uffici di varie agenzie. È una mossa delicata. Colpire le Nazioni Unite danneggia la percezione internazionale, complica la tenuta di programmi essenziali —nutrizione, acqua, sanità— e mette la popolazione più fragile nell’angolo. È anche un segnale interno di controllo che chiude spazi a ciò che gli huthi considerano infiltrazione o pressione esterna. È ragionevole aspettarsi mediazioni discrete di attori regionali per disinnescare questo fronte senza umiliare chi detiene; altrimenti, vedremo ritiri operativi e lo leggeremo nei dati umanitari.

Intanto il mare non si ferma. Nuovi attacchi o tentativi di attacco contro mercantili legati, direttamente o indirettamente, a interessi israeliani o a Paesi che partecipano alle missioni di scorta. Il copione è noto: missili antinave dalla costa, UAV di varie gittate, mine alla deriva, barchini veloci. Ogni colpo —riuscito o no— scalda i premi assicurativi, disincentiva scali e si traduce in tempo e denaro. Eliminare un primo ministro non smonta da solo quella architettura offensiva. Può costringere a cambiare il ritmo, sì. Ma il gioco —è la parola giusta— continuerà a Bab el-Mandeb.

Il tavolo regionale: Teheran, Riad, Abu Dhabi e le capitali occidentali

Per l’Iran, lo Yemen è una leva a basso costo e alto rendimento. La resilienza huthi, la loro autonomia relativa e il valore strategico dello stretto rendono gli yemeniti un partner utile. Perdere al-Rahawi non rompe l’attrezzo, anche se impone aggiustamenti: maggiore assistenza tattica, più coordinamento propagandistico, magari una raffica di azioni a forte impatto simbolico per controbilanciare il colpo. Teheran misurerà: non vuole una guerra regionale aperta, ma sosterrà l’equazione che punisce la navigazione.

Arabia Saudita osserva con diapason. Da due anni la sua priorità è chiudere il fronte sud e concentrarsi su trasformazione economica e mega-eventi; riaccendere una guerra totale in Yemen non è nel copione. Emirati Arabi Uniti mantengono interessi nel sud e sulla costa; l’approccio è più chirurgico, meno visibile, ma tutt’altro che neutrale. Entrambi sanno che un Mar Rosso ingovernabile erode Suez, aumenta i costi di importazione e sporca i bilanci dei loro stessi piani. Nessuno —né Riad né Abu Dhabi— vuole un’ONU indebolita in Yemen; tenere aperti i corridoi umanitari è anche stabilità.

Sul fronte occidentale, Stati Uniti e Regno Unito restano impegnati in operazioni navali che offrono una protezione diseguale ma concreta. A Washington e Londra la discussione ora include una domanda scomoda: fino a dove accompagnare una strategia che prende di mira la leadership politica e non soltanto le capacità? Bruxelles —più lenta, più regolatoria— valuta sanzioni, controlli finanziari, liste. Tutto questo suona grigio e burocratico, ma incide su assicuratori, armatori, rotte e scali. E sì, arriva ai prezzi.

L’ONU sulla fune dell’emergenza

Il fatto che dipendenti ONU siano sotto fermo in Yemen non è un dettaglio. Con tutti i suoi difetti, l’ONU tiene a galla programmi che salvano vite: cliniche mobili, vaccinazioni, trattamenti contro la denutrizione acuta, acqua potabile, servizi igienici. Se il personale resta trattenuto, i protocolli di sicurezza impongono riduzioni o ritiri; se arriverà una liberazione rapida, potrebbe aprirsi una finestra tecnica per fissare garanzie operative e prevenire repliche. Nulla di epico —niente che faccia titolo— ma fondamentale. Perché quando l’ONU si ritira, il vuoto lo occupano mercati neri, attori armati o ONG locali senza muscoli logistici. E la curva di colera, dengue, fame non aspetta la geopolica.

Scenari plausibili nel breve-medio periodo

Il più verosimile, nel breve, è una escalation contenuta: gli huthi mantengono attacchi di opportunità in mare e qualche azione a forte impatto comunicativo, Israele prosegue con pressione selettiva su quadri e capacità, e il commercio impara a convivere con deviazioni, sovraccosti e nervi tesi. È il “business as usual” che nessuno confessa, ma che si impone quando gli attori preferiscono il logoramento al salto nel buio.

C’è un’altra pista: una coordinazione più visibile tra fronti —Libano, Siria, Iraq, Yemen— per stirare Israele su più assi. Sarebbe un test di saturazione. Segnali di questa rotta: ondate sincronizzate contro navi di Paesi coinvolti nella scorta nel Mar Rosso, droni a raggio maggiore, propaganda convergente. Non equivarrebbe a una guerra regionale dichiarata, ma sì a più giorni di scossoni.

Esiste poi un’opzione di bassa probabilità e alto impatto: una frattura interna nella struttura huthi. La morte di al-Rahawi potrebbe riattivare tensioni tra quadri civili e militari, innescare epurazioni o rotazioni brusche nei ministeri chiave, o guastare processi amministrativi che oggi consentono di pagare stipendi, acquistare carburante, muovere rifornimenti. Se accadesse, il fronte marittimo diventerebbe più erratico e, paradossalmente, più pericoloso.

Infine, non va escluso un micro-accordo tecnico che stabilizzi il minimo: garanzie per l’ONU, protocolli di accesso umanitario, messaggi coordinati per abbassare il rumore senza cedere sull’essenziale. Non risolve nulla alla radice, ma compra tempo. E in guerra, spesso, il tempo è tutto.

Le chiavi giuridiche che non si possono evitare

L’eliminazione di un leader politico su un territorio dove il tuo nemico opera de facto apre dibattiti di legittima difesa, proporzionalità e territorialità.

Israele sostiene di fronteggiare una minaccia continuativa che giustifica colpire oltre confine un attore che aggredisce il suo commercio e la sua popolazione tramite proxy. Gli huthi denunciano omicidio politico e promettono rappresaglie. In mezzo, la comunità internazionale si aggrappa a principi che si scontrano con la pratica: proteggere la navigazione, salvaguardare gli aiuti, evitare un’escalation. Un consenso giuridico pieno non ci sarà; conteranno, come sempre, le letture politiche.

Guardare ai prossimi giorni senza perdere il filo

Tre indicatori meritano attenzione. Primo, la sorte del personale ONU: una liberazione rapida indicherebbe che esiste margine per normalizzare il minimo indispensabile; se tutto si trascina, vedremo riduzioni di presenza e i più vulnerabili ne pagheranno il prezzo.

Secondo, la cadenza degli attacchi in mare: se aumenteranno —più impatti, più tentativi—, la risposta multinazionale si allargherà e il costo per armatori e consumatori salirà ancora. Terzo, il tono da Teheran e Sanʿāʾ: se la retorica passerà da “resistenza” a “rappresaglia maggiore”, il pendolo andrà verso settimane più dure.

Israele ha spostato la linea

Lo ha fatto colpendo la cima politica del potere huthi a Sanʿāʾ. Gli huthi, lontani dal cedere, stringono il controllo interno, mettono pressione sull’ONU e mantengono la stretta nel Mar Rosso. L’Iran calibra, l’Arabia Saudita evita di riaccendere l’incendio sul confine meridionale, gli Emirati gestiscono la loro influenza sulla costa, l’Occidente prova a proteggere la navigazione senza entrare fino in fondo nella logica dei colpi contro i leader politici.

Tutto è volatile e può cambiare in fretta. Ma oggi, a fine agosto 2025, la mappa è questa: una guerra che non sta più solo sull’acqua o sui radar, dove ogni decisione alza il prezzo per il nemico… e per milioni di civili che cercano soltanto di arrivare a fine mese. La domanda del titolo —perché Israele ha ucciso il primo ministro huthi e quali scenari si aprono— non ha una sola risposta. Ha strati. Ha tempi diversi. E obbliga, per puro realismo, a leggere insieme la polvere da sparo e il pane.


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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate:  ANSAla RepubblicaCorriere della SeraIl Sole 24 OreLa StampaAvvenire.

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