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Perché Netanyahu rilancia l’offensiva in Libano contro Hezbollah?

Netanyahu alza la pressione sul Libano mentre Hezbollah colpisce con droni e la tregua vacilla tra raid, Usa e tensioni interne del governo.

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una foto di Benjamín Netanyahu di profilo

Benjamin Netanyahu rilancia l’offensiva in Libano perché considera Hezbollah una minaccia ancora operativa

, capace di colpire il nord di Israele e le truppe israeliane con droni, razzi e azioni mirate nonostante il quadro di tregua. Il premier israeliano ha ordinato un aumento della pressione militare contro le infrastrutture del movimento sciita libanese, mentre l’aviazione israeliana è tornata a colpire aree considerate strategiche, dalla valle della Bekaa al sud del Libano, in una fase in cui il cessate il fuoco esiste più nei comunicati che nella vita concreta del confine.

Il centro della crisi è proprio questo equilibrio spezzato: Israele sostiene di non poter restare fermo davanti agli attacchi di Hezbollah, il movimento libanese rivendica la propria risposta alla presenza militare israeliana e il Libano prova a difendere la propria sovranità dentro uno scenario che lo supera. La tregua, già fragile, si è trasformata in una zona grigia, un corridoio pieno di fumo dove ogni parte continua a muoversi armata. Non c’è ancora una guerra totale dichiarata, ma neppure una pace reale. E in Medio Oriente, spesso, la distanza tra le due cose è più sottile di quanto sembri.

La valle della Bekaa è tornata al centro della pressione israeliana perché non è soltanto un’area geografica. È profondità strategica, retrovia, spazio di transito, deposito, corridoio naturale tra Libano, Siria e rete militare di Hezbollah. Quando Israele colpisce lì, non si limita a rispondere a un lancio o a un drone: manda il messaggio che la campagna non resterà confinata alla linea di frontiera. Vuole logorare la macchina militare del gruppo anche nelle sue aree interne, dove la milizia dispone di strutture, uomini, collegamenti e margini di manovra.

Per i civili libanesi, però, ogni allargamento della mappa militare significa una vita che si restringe. Nel sud del Paese e nella Bekaa, la guerra non arriva come un concetto geopolitico, ma come finestre che tremano, strade svuotate, scuole chiuse, telefoni che squillano di notte. Il Libano è già fragile per crisi economica, instabilità politica, infrastrutture logorate e anni di emergenze sovrapposte. Un nuovo ciclo di bombardamenti rischia di riaprire ferite mai davvero rimarginate, mentre Beirut cerca di non diventare ancora una volta il teatro in cui gli altri misurano la propria forza.

I droni di Hezbollah e la paura del nord israeliano

La novità più insidiosa sul fronte libanese è l’uso crescente dei droni di Hezbollah

. Non sono armi imponenti, non hanno sempre l’impatto spettacolare dei missili, ma cambiano il ritmo psicologico della guerra. Volano bassi, possono aggirare parte dei sistemi di intercettazione, colpiscono postazioni militari e, soprattutto, creano incertezza. Una minaccia visibile solo quando è già vicina produce una paura diversa: più nervosa, più domestica, più difficile da assorbire.

Nel nord di Israele, questa pressione ha un valore politico enorme. Le comunità vicine al confine libanese vivono da mesi tra evacuazioni, allarmi, rifugi e abitazioni danneggiate. La sicurezza non è un tema astratto: è la strada per andare al lavoro, la scuola dei figli, la casa lasciata chiusa, il campo non coltivato, la sirena che taglia la notte. Netanyahu sa che ogni drone arrivato dal Libano pesa anche sul suo rapporto con l’opinione pubblica israeliana, perché tocca il punto più sensibile della sua leadership: la promessa di protezione.

Hezbollah ha capito dove colpire per moltiplicare l’effetto politico degli attacchi. Un drone contro una postazione militare può avere un valore tattico, ma il suo vero impatto cresce quando costringe migliaia di persone a sentirsi esposte. La milizia non punta soltanto a infliggere danni, ma a dimostrare che Israele non controlla pienamente il proprio confine settentrionale. È una guerra di nervi, fatta di esplosioni, attese, immagini diffuse, rivendicazioni e paura che sedimenta giorno dopo giorno.

Israele risponde con la superiorità aerea e con l’intelligence, ma la natura di Hezbollah rende la campagna complessa. Non è un esercito regolare schierato in caserme riconoscibili. È un’organizzazione armata e politica, radicata nel territorio, intrecciata con comunità, quartieri, infrastrutture, percorsi nascosti, depositi distribuiti. Colpirla senza allargare il costo civile è una delle grandi difficoltà operative. E qui il problema militare diventa subito morale, diplomatico, politico.

Il ruolo degli Stati Uniti tra assenso e cautela

Il possibile assenso americano alla nuova pressione israeliana è uno dei passaggi più delicati

. Washington vuole evitare che il fronte libanese esploda, ma non intende apparire come un freno assoluto al diritto israeliano di rispondere agli attacchi. È un equilibrio scomodo: sostenere la tregua, spingere i negoziati, contenere Hezbollah, non rompere con Netanyahu e non consegnare all’Iran un fronte regionale ancora più infiammato. Troppi obiettivi nello stesso spazio. E quando gli obiettivi si accumulano, spesso si contraddicono.

Gli Stati Uniti vedono nel dossier libanese una partita più ampia. Non si tratta soltanto di fermare i raid o i droni, ma di ridurre il peso militare di Hezbollah e rafforzare lo Stato libanese come interlocutore credibile. La formula è semplice da pronunciare, difficilissima da realizzare. Hezbollah considera le proprie armi una garanzia di sopravvivenza e deterrenza contro Israele; Israele le considera una minaccia permanente; Beirut rivendica il monopolio statale della forza, ma non dispone ancora degli strumenti per imporlo davvero.

La tregua avrebbe dovuto creare tempo politico, non soltanto un silenzio provvisorio tra due esplosioni. Serviva ad aprire margini per discutere ritiro israeliano, sicurezza di frontiera, ruolo dell’esercito libanese, futuro delle armi di Hezbollah e garanzie internazionali. Ma una tregua non sopravvive se ognuno la interpreta a modo proprio. Israele la legge come cornice che non cancella il diritto di colpire minacce imminenti; Hezbollah la presenta come violata dalla presenza militare israeliana; il Libano la invoca come spazio minimo per non precipitare di nuovo nel caos.

Il rischio è che diplomazia e operazioni militari viaggino su binari paralleli, senza toccarsi mai davvero. A Washington si parla di negoziati, sul terreno si contano raid e attacchi con droni. Nei palazzi si cerca una formula, nei villaggi si cercano rifugi. È il paradosso più duro della crisi: tutti dicono di voler evitare una guerra più grande, ma quasi tutti continuano a compiere mosse che possono avvicinarla.

Netanyahu sotto pressione interna

Netanyahu non decide in un vuoto politico

, e questo conta. Il premier israeliano è stretto tra opposizioni, processo per corruzione, famiglie degli sfollati del nord, vertici militari, alleati ultranazionalisti e una società ancora segnata dagli shock di sicurezza degli ultimi anni. Ogni scelta sul Libano viene letta anche dentro questa cornice. Un attacco può apparire necessario; può apparire tardivo; può apparire eccessivo. Dipende da chi guarda, da dove guarda, e da quanto ha già perso.

La destra radicale della coalizione chiede una risposta più dura contro Hezbollah. Ministri come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir spingono da tempo per una linea muscolare, meno prudente, più punitiva. Nel loro linguaggio non basta ripristinare la deterrenza: bisogna mostrare forza, colpire in modo esemplare, impedire alla milizia libanese di rivendicare anche una sola immagine di successo. È un discorso che parla alla pancia di un Paese stanco, impaurito, arrabbiato. E Netanyahu, che conosce benissimo quel registro, non può ignorarlo.

Le opposizioni, al contrario, accusano il premier di governare dentro un’emergenza permanente. La guerra, il Libano, Gaza, l’Iran, gli ostaggi, i tribunali, la coalizione: tutto si sovrappone. La critica è politica ma anche personale, perché Netanyahu resta una figura divisiva, capace di dominare la scena israeliana da anni e di trasformare ogni crisi in una prova di comando. Il problema è che, quando il fronte militare si intreccia con la sopravvivenza politica, anche le decisioni più fondate finiscono sotto una luce ambigua.

Sarebbe semplicistico dire che l’offensiva nasce solo da calcoli interni, ma sarebbe ingenuo negare che quei calcoli esistano. Netanyahu deve rassicurare il nord, contenere Hezbollah, non perdere il controllo della coalizione, conservare il sostegno americano e difendersi dalle accuse di debolezza. È una partita giocata su più tavoli, con carte diverse e un unico rischio: che il bisogno di mostrarsi forte produca una spirale più difficile da fermare.

Il Libano stretto tra sovranità e milizie

Il Libano è il Paese che rischia di pagare il prezzo più alto

, anche perché controlla solo in parte ciò che accade sul proprio territorio. Il presidente Joseph Aoun insiste sulla necessità del ritiro israeliano dal sud e sulla sovranità nazionale, ma Hezbollah resta un attore armato autonomo, radicato, influente, sostenuto dall’Iran e capace di condizionare le scelte strategiche del Paese. È il nodo storico del Libano contemporaneo: uno Stato che vuole parlare come Stato, ma convive con una forza militare che decide anche fuori dallo Stato.

Il disarmo di Hezbollah resta il punto più esplosivo. Per Israele è una condizione essenziale per la sicurezza del nord. Per gli Stati Uniti è una via per rendere il Libano più stabile e meno dipendente dall’asse iraniano. Per Hezbollah, invece, sarebbe una resa politica e militare. Per molti libanesi, infine, è una questione carica di paura: senza armi di Hezbollah, chi protegge il Paese da Israele? Con le armi di Hezbollah, chi protegge il Paese da una guerra decisa da Hezbollah? Domande senza risposta facile. E infatti nessuno le scioglie davvero.

La società libanese vive in mezzo a questa contraddizione da anni. Nei quartieri del sud di Beirut, nei villaggi vicini alla frontiera, nelle zone della Bekaa, la presenza di Hezbollah è insieme politica, sociale, religiosa, militare. Non è un corpo estraneo calato dall’alto, ma una struttura profonda. Questo rende ogni progetto di disarmo molto più complesso di un semplice ordine istituzionale. Non si smonta una milizia come si chiude un deposito. Ci sono identità, fedeltà, paure, stipendi, memoria, lutti, propaganda, protezione.

Per Beirut la priorità immediata è evitare che la crisi diventi ingestibile. Il governo deve chiedere il ritiro israeliano, difendere la sovranità, contenere la pressione internazionale su Hezbollah e impedire una nuova devastazione. È una quadratura quasi impossibile. Ogni parola troppo dura contro la milizia può incendiare l’equilibrio interno; ogni parola troppo debole verso Israele può apparire come impotenza. La politica libanese cammina ancora una volta su una corda sottile, con il rumore dei droni sotto i piedi.

Il rischio di una guerra regionale

Il fronte libanese non è un incendio isolato

, ma una delle linee più pericolose dell’intero Medio Oriente. Hezbollah è il principale alleato armato dell’Iran sul Mediterraneo, Israele lo considera una minaccia strategica, gli Stati Uniti cercano di contenere l’escalation e Teheran osserva ogni mossa come parte di una partita più vasta. Gaza, Libano, Iran, Siria, Mar Rosso, milizie filo-iraniane: le crisi non sono mai davvero separate. Si parlano tra loro, anche quando i governi fingono di chiuderle in dossier diversi.

Per l’Iran, Hezbollah è una carta decisiva ma anche fragile. Se la milizia viene indebolita troppo, Teheran perde uno dei suoi strumenti principali di deterrenza contro Israele. Se invece Hezbollah trascina il Libano in una guerra distruttiva, l’Iran rischia di bruciare un capitale politico e militare costruito in decenni. La forza di Hezbollah sta proprio nella sua capacità di restare sotto la soglia della guerra totale, colpendo, logorando, resistendo. Ma quella soglia non è una linea dipinta sull’asfalto. Si muove, vibra, si deforma.

Per Israele il dilemma è altrettanto duro. Colpire poco può lasciare Hezbollah libero di imporre il ritmo degli attacchi. Colpire troppo può aprire un fronte più ampio, attirare condanne, aumentare le vittime civili, moltiplicare le rappresaglie. La superiorità militare israeliana è netta, ma non cancella la difficoltà politica della campagna. Hezbollah non ha bisogno di vincere una guerra convenzionale per presentarsi come resistente; gli basta sopravvivere, continuare a colpire, mostrare che Israele non riesce a neutralizzarlo.

Il rischio più concreto non è una dichiarazione ufficiale di guerra, ma uno scivolamento progressivo. Un drone uccide soldati, Israele colpisce più a fondo, Hezbollah risponde con razzi più pesanti, un raid provoca vittime civili, Beirut protesta, Washington media, Teheran avverte, un altro attacco rompe gli argini. Le grandi escalation spesso nascono così: non da un unico ordine drammatico, ma da una serie di risposte presentate ogni volta come inevitabili. Poi, quando ci si gira indietro, il punto di non ritorno è già passato.

Il confine dove la tregua diventa polvere

La nuova pressione israeliana sul Libano mostra quanto sia fragile la parola tregua quando le armi restano puntate

. Netanyahu vuole dimostrare che Israele non subirà i droni di Hezbollah, non abbandonerà il nord e non lascerà alla milizia il controllo del ritmo. Hezbollah vuole dimostrare di non essere stato piegato, di poter ancora colpire e di non accettare un disarmo imposto. Gli Stati Uniti cercano una via diplomatica senza rompere con Israele. Il Libano prova a non crollare sotto il peso di decisioni prese spesso altrove.

Per ora tutto resta sospeso tra negoziato e fuoco, tra i raid nella Bekaa, le sirene nel nord di Israele, la pressione della coalizione israeliana e la paura di un Libano che conosce troppo bene il prezzo delle guerre altrui. Netanyahu ha forzato la mano perché la deterrenza israeliana appare sotto pressione; Hezbollah risponde perché la sua identità politica vive anche della sfida armata; Washington prova a contenere l’incendio senza spegnere del tutto la fiamma che dovrebbe dissuadere la milizia. È una miscela instabile. E quando una tregua vive soltanto sulla carta, basta un drone, un raid, un errore, perché quella carta prenda fuoco.

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