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Perché Juve e Toro non rischiano squalifiche dopo gli scontri ultrà?

Gli scontri ultrà a Torino riaprono il caso ultras: arresti, ferito grave e il nodo squalifiche per Juve e Toro nel derby più teso dell’anno.

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tifoso armato di bastone

La squalifica automatica di Juventus e Torino non è lo scenario più realistico dopo gli scontri ultrà avvenuti a Torino prima del derby della Mole. I fatti sono gravi, pesanti, da maneggiare senza zucchero: un tifoso juventino ricoverato in prognosi riservata, otto arresti, Daspo, agenti contusi, una partita iniziata in ritardo e un settore ospiti svuotato dopo la richiesta degli ultrà bianconeri di non giocare. Ma la giustizia sportiva non procede per scosse emotive. Per colpire direttamente i club con una sanzione estrema servono responsabilità accertate, omissioni precise, prove solide e un nesso chiaro tra comportamento delle società e alterazione dell’evento sportivo.

Il punto centrale è netto: Juve e Toro possono rischiare ammende, diffide, chiusure di settori, limitazioni alle trasferte o provvedimenti disciplinari legati alla condotta delle tifoserie, ma non una squalifica immediata soltanto perché alcuni sostenitori si sono affrontati prima della gara. La differenza è decisiva. Punire chi ha partecipato ai disordini è una cosa; cancellare o compromettere la posizione sportiva dei club è un’altra. In mezzo ci sono norme, referti, immagini, responsabilità individuali, gestione dell’ordine pubblico e collaborazione delle società con le autorità.

Il derby della Mole finito dentro una notte di caos

Il derby tra Torino e Juventus avrebbe dovuto chiudere la stagione con la solita elettricità cittadina, fatta di rivalità antica, orgoglio, classifica e rumore da stadio. Invece è stato preceduto da una scena più buia: scontri tra frange ultrà, tensione intorno all’impianto, intervento delle forze dell’ordine, oggetti lanciati, cariche, corse, poi il ferimento grave di un sostenitore juventino. Una sequenza sporca, di quelle che trasformano la cronaca sportiva in cronaca giudiziaria nel giro di pochi minuti.

Il tifoso rimasto ferito è Marco Leonardo Basoccu, trentaseienne indicato come vicino ai Viking, gruppo storico della tifoseria juventina. È stato ricoverato all’ospedale Molinette con un trauma cranico importante, sottoposto a intervento e tenuto in osservazione in terapia intensiva. Le sue condizioni sono state definite stabili, ma la formula della prognosi riservata resta una pietra pesante: significa che il quadro clinico non permette ancora leggerezze, e che ogni ricostruzione pubblica deve restare agganciata ai fatti, non alle voci.

La dinamica del ferimento è uno dei nodi dell’indagine. Si è parlato di bottiglia di vetro, di oggetto contundente, di lacrimogeno secondo un’altra versione familiare. In questa zona grigia lavorano gli investigatori, con immagini, testimonianze e filmati. Non è un dettaglio laterale: capire come sia stato colpito Basoccu serve a stabilire responsabilità penali precise, non a costruire un clima generico di colpa collettiva. Ed è proprio qui che la vicenda si divide in due piani: quello giudiziario, che riguarda le persone; e quello sportivo, che riguarda i club solo se emergono presupposti disciplinari concreti.

Dentro lo stadio, intanto, la partita ha respirato un’aria strana. Il calcio d’inizio è slittato, la curva juventina ha chiesto alla squadra di non giocare, il settore ospiti si è poi svuotato. La gara si è disputata, è finita 2-2, ma il risultato è rimasto quasi sullo sfondo. Il derby della Mole, per una sera, non è stato solo Vlahovic, Casadei, Adams, rimonta granata o delusione bianconera. È diventato il fotogramma di un calcio che ancora fatica a tenere le proprie zone d’ombra fuori dal campo.

Arresti e Daspo: la prima risposta colpisce i singoli

La risposta immediata è arrivata sul terreno penale e amministrativo. Otto tifosi juventini sono stati arrestati, alcuni in flagranza e altri in flagranza differita dopo l’analisi delle immagini. Sono stati adottati anche Daspo nei confronti di diversi sostenitori. A questo si aggiungono gli agenti rimasti contusi e il fascicolo aperto per il ferimento del tifoso. Il quadro, insomma, non è quello di un episodio folkloristico finito male. È una vicenda di ordine pubblico con conseguenze reali.

Il Daspo è uno degli strumenti più duri a disposizione dello Stato per separare lo sport dalla violenza organizzata. Non punisce il club, ma il soggetto ritenuto pericoloso o coinvolto in condotte incompatibili con la presenza negli stadi. È una misura personale, spesso più efficace di molte sanzioni simboliche perché tocca chi materialmente crea il problema. Poi certo, da sola non basta. Il mondo ultrà più aggressivo ha dimostrato negli anni una capacità di rigenerarsi, cambiare pelle, trovare nuovi equilibri. Ma il primo bersaglio resta quello: individuare chi ha agito e impedirgli di tornare a usare lo stadio come territorio di forza.

È anche per questo che parlare subito di squalifica di Juve e Toro rischia di confondere le carte. Gli arresti, i Daspo, l’indagine per lesioni gravi e il lavoro sulle immagini servono a stabilire responsabilità individuali. La giustizia sportiva può aprire un altro capitolo, ma non sostituisce quella penale. Può valutare la condotta dei sostenitori, i rapporti del servizio d’ordine, eventuali carenze organizzative, il comportamento delle società prima, durante e dopo la gara. Però non può trasformare ogni violenza legata a una partita in una condanna massima contro i club.

La responsabilità dei club ha confini precisi

Nel calcio italiano le società possono essere chiamate a rispondere dei comportamenti dei propri sostenitori. Non è una finzione giuridica né una minaccia decorativa. Serve a impedire che i club dicano sempre: non c’entriamo, era fuori dallo stadio, erano pochi, non li conosciamo. Le tifoserie fanno parte dell’ecosistema di una società, soprattutto quando si parla di curve organizzate, trasferte, biglietteria, settori ospiti, steward, comunicazioni preventive e rapporti con le autorità.

Ma responsabilità non significa ghigliottina. La scala delle sanzioni sportive è graduata. Si può arrivare a un’ammenda, a una diffida, alla chiusura parziale di un settore, a limitazioni per i tifosi in trasferta, persino a gare con restrizioni di pubblico nei casi più seri. Sono provvedimenti concreti, spesso più probabili e più proporzionati. La perdita della partita, la penalizzazione o l’esclusione da una competizione appartengono a un livello diverso, molto più alto, legato a responsabilità particolarmente gravi o a condotte capaci di alterare il regolare svolgimento della gara o del campionato.

Nel caso del derby torinese, allo stato dei fatti noti, la partita è stata giocata e si è conclusa. Il ritardo c’è stato, la pressione degli ultrà anche, il clima era pessimo. Però il risultato sportivo non appare alterato da una condotta diretta dei club. Per spingersi oltre le sanzioni ordinarie servirebbe dimostrare qualcosa di molto più pesante: omissioni decisive, mancata collaborazione, violazioni organizzative gravi, oppure un coinvolgimento riconducibile alle società. Senza questo salto probatorio, la squalifica resta più una parola da bar del giorno dopo che una prospettiva giuridica concreta.

C’è poi un aspetto spesso ignorato: le società possono beneficiare di attenuanti quando dimostrano di avere collaborato con le forze dell’ordine, adottato misure preventive, fornito immagini, agevolato l’identificazione dei responsabili o rispettato le prescrizioni di sicurezza. Non è un automatismo indulgente. È il modo in cui il sistema distingue tra chi subisce una condotta violenta dei propri tifosi e chi, invece, la tollera, la sottovaluta o la gestisce male.

Juve, Toro e la differenza tra club ospite e club di casa

La posizione di Juventus e Torino non è identica. Il Torino era il club ospitante, quindi l’attenzione disciplinare può cadere sulla gestione dell’impianto, sulla separazione delle tifoserie, sul settore ospiti, sul coordinamento interno e sulle misure adottate per garantire la sicurezza allo stadio. La Juventus, invece, può essere osservata per la condotta dei propri sostenitori, in particolare perché gli arresti hanno riguardato tifosi bianconeri e perché la curva juventina ha inciso sul clima della serata con la richiesta di non disputare la gara.

Questa distinzione conta. Spesso, nel dibattito pubblico, tutto finisce in un unico calderone: Juve, Toro, ultrà, polizia, bottiglie, ritardo, partita. Ma la giustizia sportiva deve separare. Deve capire dove sono avvenuti gli scontri, quali gruppi erano coinvolti, se le aree interessate rientravano nella gestione dell’evento, quale contributo abbiano dato le società all’identificazione dei responsabili, se il piano di sicurezza fosse adeguato e se siano stati rispettati gli obblighi previsti.

La Juventus può dover rispondere della propria tifoseria, ma non di qualsiasi gesto compiuto da qualsiasi persona con una sciarpa bianconera in città. Il Torino può essere valutato come organizzatore della gara, ma non diventa automaticamente colpevole di ogni episodio avvenuto in un contesto urbano complesso e ad alta tensione. La responsabilità sportiva ha bisogno di nessi, non di suggestioni. E questo è il motivo per cui le sanzioni, se arriveranno, saranno probabilmente calibrate su profili specifici.

La pressione della curva e il potere che non dovrebbe pesare

La parte più inquietante della serata non è soltanto lo scontro prima del derby. È anche ciò che è accaduto dopo, quando una parte della tifoseria juventina ha chiesto alla squadra di non giocare. La scena dei calciatori chiamati a confrontarsi con la curva, mentre fuori un tifoso era in condizioni gravissime, ha mostrato ancora una volta quanto il calcio italiano sia esposto al peso dei gruppi organizzati. La solidarietà verso una persona ferita è umana; la pretesa di decidere se una partita debba giocarsi è un’altra cosa.

Qui il confine si fa sottile. Una curva può manifestare dolore, rabbia, protesta. Può smettere di cantare, uscire dallo stadio, esporre uno striscione nei limiti consentiti. Ma non può trasformarsi in un organo parallelo di comando. Una gara di Serie A non può dipendere dal via libera di chi occupa un settore. Non può esserci una trattativa emotiva davanti a migliaia di persone, con lo spettro dell’invasione di campo a fare da sfondo. È una crepa culturale, prima ancora che disciplinare.

Il problema non riguarda solo la Juventus. Le curve italiane, in alcune loro frange, hanno accumulato negli anni un potere informale che nessuno ammette volentieri ma che tutti vedono. Biglietti, trasferte, striscioni, rapporti interni, leadership, intimidazioni, interessi economici. Non sempre, non ovunque, non per tutti. Però abbastanza da rendere fragile l’intero sistema. Gli ultrà non sono il pubblico; sono una parte del pubblico. E quando una parte pretende di parlare a nome di tutti, lo stadio diventa più piccolo, più chiuso, meno libero.

Il caso Boiocchi e il filo nero delle curve

La nuova attenzione sul processo per l’omicidio di Vittorio Boiocchi, storico capo ultrà interista ucciso nel 2022, ha riportato alla superficie un tema che non può essere liquidato come coincidenza narrativa. Sono vicende diverse, città diverse, indagini diverse. Torino non è Milano, il derby della Mole non è il caso Boiocchi. Ma il sottosuolo è simile: il mondo ultrà, in certe aree, non è più solo tifo acceso, coreografie, trasferte e appartenenza. È anche controllo, denaro, gerarchie, violenza, rapporti opachi.

La confessione attribuita al killer di Boiocchi, con il riferimento al denaro e al fatto di non conoscere personalmente la vittima, racconta un ambiente in cui la curva può diventare altro: non più luogo di passione popolare, ma spazio di potere. Ed è qui che gli scontri ultrà di Torino assumono un significato più largo. Non perché siano la stessa cosa, ma perché arrivano dentro un calcio che conosce bene questi segnali e spesso li affronta solo quando il rumore diventa impossibile da coprire.

Non bisogna fare l’errore opposto, però. Criminalizzare ogni tifoso organizzato sarebbe ingiusto e anche inutile. Dentro le curve esistono migliaia di persone che vivono il calcio senza violenza, con fedeltà, sacrifici economici, trasferte infinite, memoria, rituali, identità. Il punto è un altro: quando le frange violente alzano la voce, gli altri vengono schiacciati. Il tifoso normale, quello che porta il figlio allo stadio, quello che vuole insultare sportivamente il rivale e poi tornare a casa, si ritrova ostaggio di pochi. E quei pochi, quando possono condizionare una partita, sono già troppi.

Le sanzioni più probabili e quelle meno realistiche

Le conseguenze sportive più plausibili passano da ammende e provvedimenti sui settori dello stadio. Se verranno accertate responsabilità dei sostenitori o carenze organizzative, il giudice sportivo potrà intervenire in modo proporzionato. La chiusura del settore ospiti, restrizioni per alcune trasferte, diffide e multe sono scenari molto più credibili della squalifica dei club. Sono misure meno clamorose, ma più vicine al tipo di fatti emersi.

La squalifica, nel linguaggio comune, viene usata come parola totale: fuori dalle coppe, fuori dal campionato, partita cancellata, club punito in blocco. Nel diritto sportivo, invece, ogni sanzione ha una sua base. La perdita a tavolino richiede presupposti specifici, di solito legati al regolare svolgimento della gara. La penalizzazione in classifica implica responsabilità più profonde. L’esclusione o la squalifica del club è una misura estrema, difficilissima da sostenere senza elementi gravissimi. Nel caso di Torino, al momento, il materiale pubblico disponibile punta altrove: ordine pubblico, tifoserie, responsabilità individuali, eventuali carenze da valutare.

Questo non significa minimizzare. Al contrario. Il derby è stato macchiato da una violenza seria, con un uomo in ospedale, arresti e agenti feriti. La risposta deve essere dura dove serve, ma chirurgica. Punire in modo generico può sembrare forte per un giorno e debole per sempre. Identificare i responsabili, applicare Daspo efficaci, colpire le reti violente, impedire trattative improprie tra curve e club: questa è la parte davvero difficile. E anche quella più utile.

Il calcio che deve togliere il megafono alla violenza

La vicenda di Torino lascia una certezza scomoda: il calcio italiano non può continuare a trattare le proprie curve come un problema da gestire soltanto nelle emergenze. Finché tutto resta dentro il rito, i cori, le coreografie, la rivalità e la passione feroce ma controllata, lo stadio vive. Quando invece entrano paura, feriti, minacce, pressioni sulla squadra e scontri organizzati, non siamo più nel folklore calcistico. Siamo in un territorio che divora il gioco.

Juve e Toro non rischiano squalifiche immediate perché le regole non funzionano come una lama che cade sul primo titolo di cronaca. Servono accertamenti, responsabilità, proporzione. Ma proprio questa distinzione dovrebbe rendere più seria la risposta. Non basta dire che i club non saranno squalificati e voltare pagina. Bisogna capire perché una minoranza riesca ancora a piegare il clima di una partita, perché una curva possa pensare di fermare un derby, perché una rivalità sportiva possa diventare teatro di lesioni gravi.

Il derby della Mole è finito 2-2. Ma la partita vera resta fuori dal tabellino: separare il tifo dalla violenza, restituire lo stadio ai tifosi normali, togliere peso a chi usa una sciarpa come lasciapassare per comandare. Le sanzioni arriveranno, forse. Gli arresti ci sono già. Le indagini diranno di più sul ferimento di Marco Leonardo Basoccu. Intanto resta un’immagine: una partita che doveva parlare di calcio e ha finito per raccontare la fragilità di tutto ciò che gli gira intorno.

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