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Giampiero Mughini non ha più soldi? Ecco cosa gli è successo

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Giampiero Mughini non ha più soldi

Giampiero Mughini vende parte della biblioteca per mancanza di risparmi: salute, tv che lo chiama meno, prime edizioni pregiate in catalogo.

Negli ultimi giorni Giampiero Mughini ha spiegato con la sua consueta franchezza di non avere più risparmi sufficienti e di essere pronto a vendere una parte consistente della sua biblioteca. La decisione, resa pubblica il 27 settembre 2025, arriva dopo un periodo di malattia che ha ridotto drasticamente le sue apparizioni televisive e quindi le entrate. Non c’è retorica né vittimismo: non è “sul lastrico”, ma si trova davanti a un equilibrio economico spezzato e sceglie la via più razionale a sua disposizione, convertendo in liquidità il capitale culturale di una vita.

Il perimetro è chiaro e risponde subito all’interesse di chi legge: “Giampiero Mughini vende i suoi libri” perché il lavoro in tv si è rarefatto, la pensione e una rubrica settimanale non bastano a coprire il fabbisogno, i risparmi sono pochi. I volumi complessivi della sua biblioteca sono tra 20 e 25 mila, ma non si tratta di uno svuotamento indiscriminato: andranno sul mercato prime edizioni del Novecento, titoli rari, esemplari con sovraccoperte originali e dediche d’autore. È una operazione curata, non una svendita, e racconta meglio di qualsiasi slogan che cosa significhi vivere di cultura in Italia a 84 anni.

Il quadro economico: entrate giù, spese su

Per decenni Mughini è stato un volto riconoscibile dei talk, soprattutto tra costume, politica e calcio. Quel mondo garantiva cachet regolari, con punte significative nei periodi di maggiore esposizione. A questo si aggiungevano collaborazioni giornalistiche, presentazioni, interventi e un flusso di inviti che teneva in moto il suo nome e il suo reddito. Il 2025 cambia la curva: la malattia lo costringe a ritmi più prudenti, le trasmissioni lo cercano meno, e la principale entrata ricorrente rimane l’articolo del martedì. Risultato: meno lavoro, meno incassi.

C’è poi un elemento biografico cruciale, ammesso da lui stesso con autoironia: «Nella vita non ho saputo mettere niente da parte, tranne i miei libri». In altre parole, la ricchezza accumulata nei periodi migliori non è finita in un conto corrente, ma in patrimoni culturali: libri rari, carte, opere grafiche. È una scelta identitaria, coerente con la figura del bibliofilo militante che ha raccontato per anni. Ma quando le entrate si comprimono e il costo del quotidiano non arretra – casa, bollette, controlli medici, trasferte – quell’investimento diventa illiquido se non lo si porta sul mercato. E qui sta la svolta: la biblioteca da bene “affettivo” si trasforma in cassa.

In concreto, l’equazione è semplice e ognuno può capirla: uscite stabili (o in crescita), entrate in calo, risparmi scarsi. In assenza di contratti televisivi stabili, l’unica leva rimasta è monetizzare ciò che ha valore riconosciuto e domanda reale. I libri giusti – quelli che citava con orgoglio: Pavese, Calvino, Campana, Gadda, Sciascia, Fenoglio, Pirandello, Bassani, Moravia, Bianciardi, Montale, Ungaretti – sono esattamente questo: capitale culturale convertibile. Mughini non finge che dispiaccia meno di quanto dispiaccia: parla di “anima strappata”, ma non arretra. Sa che la dignità passa anche dalla contabilità.

La biblioteca che diventa liquidità

Dire “vendo i libri” non significa svuotare camere e corridoi. Significa selezionare con criterio i nuclei più pregiati e più liquidi, predisporre schede descrittive, fotografie, stati di conservazione, provenienze, e offrire al mercato ciò che collezionisti e istituzioni cercano davvero. Parliamo soprattutto di prime edizioni del Novecento italiano, il segmento che conserva valore storico e appeal internazionale. È il cuore che fa prezzo e notizia insieme.

La scala dell’operazione si misura in decenni di caccia paziente: 20-25 mila volumi catalogati, riordinati nel tempo, disposti in una casa-museo dove la geografia della letteratura italiana convive con percorsi personali. Non è un archivio statico, ma un atlante di letture. Ogni esemplare di peso – una prima edizione con sovraccoperta integra, un titolo con dedica, una tiratura con errori tipografici che la rendono riconoscibile – porta con sé una storia che si riflette sul valore di scambio.

La vendita, nello schema annunciato, seguirà canali antiquari affidabili e cataloghi costruiti ad hoc. È la strada più rispettosa per gli oggetti e più efficiente per ottenere buone realizazioni. Dove molti vedono un gesto di rinuncia, chi conosce questo mercato vede una ristrutturazione del patrimonio coerente con l’età, la salute e il profilo professionale. Anche perché una collezione importante non muore quando cambia di mano: continua in nuove biblioteche, riemerge in mostre, alimenta studi. E il nome del precedente proprietario – in questo caso Giampiero Mughini – resta nella memoria dei pezzi come marchio di provenienza che ne tutela l’autenticità.

Come si valuta una prima edizione

Per i lettori che si avvicinano ora al tema: non tutte le prime edizioni si equivalgono. Il valore dipende da stato di conservazione, completezza (sovraccoperta, eventuali fascette editoriali), rilevanza dell’autore e del titolo, rarità della tiratura, presenza di firme o dediche, provenienza. Un Calvino o un Pavese in condizioni eccellenti può avere un mercato vivace in Italia e all’estero; un autore minore, in condizioni mediocri, no. Questo spiega perché la selezione conti più della quantità e perché vendere “il cuore” della biblioteca possa generare risorse decisive senza azzerare il resto.

Salute e lavoro: che cosa è successo al suo corpo e alla sua agenda

L’innesco dell’intera vicenda è sanitario. Mughini parla di una malattia rara che lo ha messo alla prova nell’ultimo anno. Ora dice di stare meglio, ma riconosce che anche i piccoli gesti richiedono più attenzione. Il medico, racconta, gli ha consigliato di “gestire la vecchiaia” con realismo. Non c’è alcun compiacimento: è la fotografia di una condizione cronica che non gli impedisce di partecipare a talk e dibattiti, ma che può sconsigliare maratone, trasferte lunghe, format fisicamente gravosi.

È qui che il lavoro in tv si incrina. «Da quando sono stato male hanno smesso di chiamarmi», ha detto. Non perché non sia in grado di sostenere un confronto in studio, ma perché – questo il sottotesto – in redazioni e produzioni spesso prevale la prudenza. Il risultato pratico è che il telefono squilla meno, la domanda di Mughini si riduce, i compensi si assottigliano. A 84 anni, senza un cuscinetto di risparmi, ogni mese pesa. La pensione copre una frazione, la rubrica del martedì aggiunge qualcosa, ma non basta a tenere tutto in equilibrio.

Il precedente, nella sua biografia, c’è: nel 2006 gli fu diagnosticato un tumore alla prostata in fase iniziale, affrontato con la stessa lucidità con cui oggi parla della malattia rara. Il filo rosso non è la patologia in sé; è il rapporto tra salute e lavoro in un settore che premia la continuità e spaventa di fronte a qualsiasi possibile interruzione. Qui la sua denuncia è precisa: «Nessuno mi vuole in televisione da quando sono stato male». Da questa frase discende tutto: meno lavoro, meno reddito, vendere libri.

Cosa succede ora: la vendita e le possibili risposte della tv

Nei prossimi mesi il pubblico vedrà comparire in catalogo una selezione delle prime edizioni e dei titoli di pregio provenienti dalla sua biblioteca. Non usciranno a mucchi, ma per nuclei, seguendo una logica curatoriale che consenta di valorizzare i migliori esemplari e raggiungere il pubblico giusto: collezionisti, biblioteche, musei, bibliofili esperti. Il ricavato servirà ad allentare la pressione sul quotidiano e a garantire serenità nella gestione della salute.

Sul fronte televisivo, Mughini ha mandato un segnale netto: è disponibile a tornare nei talk e nei programmi dove contano letture e memoria, non chiede sconti ma misura sui carichi fisici. La palla passa a redazioni e conduttori. Se qualcuno risponderà all’appello, la narrazione cambierà di segno: dalla sopravvivenza alla rimessa in gioco. In caso contrario, l’autore continuerà a scrivere, curare cataloghi, intervenire là dove il discorso pubblico resta sostanza. In ogni scenario, la vendita dei libri resta l’asse portante di questa fase: un’azione patrimoniale per difendere autonomia e dignità professionale.

Un punto utile per i lettori riguarda i tempi: operazioni di questo tipo non si esauriscono in pochi giorni. Tra inventario, schede, fotografie, trattative, spedizioni, i mesi scorrono. Non è una corsa, è una maratona misurata. E più è misurata, maggiori sono le possibilità di ottenere prezzi adeguati e di piazzare i pezzi nelle mani giuste.

Carriera e identità: perché la notizia colpisce

Il caso Mughini colpisce perché non riguarda un collezionista qualsiasi, ma un giornalista-scrittore che ha attraversato cinque decenni di dibattiti. Nato a Catania il 16 aprile 1941, si è formato tra riviste militanti e giornali nazionali, ha scritto per L’Europeo, Panorama, Il Foglio e molte altre testate. Il grande pubblico televisivo lo ha conosciuto tra il salotto di Maurizio Costanzo e i format calcistici dove ha portato ironia e spigoli, fino ai talk generalisti e a esperienze più recenti che lo hanno visto presenza riconoscibile. Ha incrociato anche il cinema, comparendo in due film di Nanni Moretti, e nel 2022 ha partecipato a Ballando con le stelle.

Questa biografia spiega perché l’idea questa notizia suoni, a molti, come una stonatura. In realtà, è il prodotto di tre fattori combinati: abitudine a reinvestire i guadagni in beni culturali, malattia che impone ritmi diversi, mercato televisivo che preferisce continuità e volti iperpresenti. Tolta la retorica, resta la semplicità dei numeri: la colonna delle entrate si assottiglia, quella delle uscite no. E così, l’uomo dei libri usa i libri per proteggere la propria libertà.

Dietro il gesto c’è una lezione concreta per chi si occupa di cultura e informazione: le collezioni non sono forzieri chiusi, sono capitale in movimento. Chi le ha costruite le può – e talvolta deve – usare per finanziare la fase successiva della propria vita professionale. Farlo bene, con cataloghi e canali affidabili, significa non disperdere valore e offrire a quei libri nuove occasioni di lavoro culturale. In questo senso, “Giampiero Mughini vende i suoi libri” non è una sconfitta, è una decisione di governo personale.

Tra conti e pagine: una ripartenza possibile

La fotografia finale è nitida e utile al lettore che cerca risposte pratiche. Giampiero Mughini dice di stare meglio, ma di dover gestire la propria vecchiaia con più attenzione. Non viene chiamato in tv come prima e i risparmi sono esigui. Vende una parte selezionata della sua biblioteca – il nucleo più pregiato di prime edizioni del Novecentoattraverso cataloghi e canali affidabili per ottenere liquidità senza svendere. È un’operazione ragionata, coerente con la sua storia di bibliofilo e con l’esigenza di tenere in piedi la propria autonomia.

Resta un desiderio, espresso senza giri di parole: tornare nei talk dove contano letture, memoria, confronto. «Non ho mai fatto nulla gratis», ha ricordato, per ribadire che il lavoro va pagato e che il denaro non è un tabù. La palla ora è nelle mani di chi decide i palinsesti. Se qualcuno risponderà, l’operazione di vendita potrà diventare una parentesi necessaria che mette in sicurezza il presente e apre a nuovi incarichi. Se nessuno lo farà, la biblioteca diventerà comunque ponte verso una fase più sostenibile della sua vita.

In ogni caso, il messaggio ai lettori italiani è concreto: non c’è melodramma, c’è amministrazione della realtà. Mughini senza soldi da parte non significa Mughini sul lastrico; significa Mughini che usa la testa per difendere la propria dignità professionale. I libri lo hanno fatto diventare Giampiero Mughini; i libri, adesso, gli permettono di continuare a esserlo. E questa, al netto di tutto, è una ripartenza possibile.


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