Cosa...?
Addio Rick Davies: di cosa è morto il fondatore dei Supertramp
Foto di Ueli Frey, via Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).
Rick Davies, anima dei Supertramp, è morto a 81 anni a Long Island per mieloma multiplo: un addio che segna la fine di un’epoca musicale.
Rick Davies, tastierista, voce baritonale e fondatore dei Supertramp, è morto a 81 anni per mieloma multiplo, una forma di cancro del sangue che colpisce le plasmacellule del midollo osseo e che da anni ne segnava la salute. Il decesso è avvenuto sabato 6 settembre 2025 nella sua casa di East Hampton, a Long Island (New York), al termine di un percorso clinico lungo e gestito con discrezione. La sua famiglia e il suo storico entourage hanno confermato la scomparsa, sottolineando l’impronta indelebile lasciata da un artista che ha definito il suono e l’identità dei Supertramp per oltre cinque decenni.
La causa della morte — mieloma multiplo — era nota fin dal 2015, quando la diagnosi costrinse ad annullare una tournée europea già pianificata. Da allora Davies aveva ridotto in modo drastico l’attività pubblica, alternando periodi di cure a rare apparizioni in piccoli club della East Coast con l’alias Ricky and the Rockets, circondato da amici musicisti e dall’affetto della moglie Sue, compagna di una vita e manager del gruppo dal 1984. La scomparsa chiude una parabola iniziata nella Swinging London, tra sale prove e annunci su Melody Maker, e culminata con album iconici come Crime of the Century e Breakfast in America.
La causa del decesso di Rick Davies
Una malattia che non ha piegato la sua musica
Il mieloma multiplo è una patologia neoplastica del sangue che nasce dalle plasmacellule e può indebolire ossa e sistema immunitario, compromettendo funzione renale e resistenza alle infezioni. Per Davies ha significato interrompere l’intensità del palcoscenico e ripensare la musica in dimensioni più raccolte, senza rinunciare al suo ruolo creativo. Le terapie disponibili consentono oggi percorsi più lunghi e controllati, ma non eliminano la natura cronica e recidivante della malattia. In questo contesto, l’artista ha scelto un profilo riservato, lasciando parlare i dischi e i ricordi di chi lo aveva visto costruire, passo dopo passo, il marchio Supertramp.
La notizia della morte, per quanto attesa dagli addetti ai lavori che ne conoscevano le condizioni, ha colpito milioni di ascoltatori cresciuti con la sua firma. Bastano pochi titoli per misurare l’impatto di Davies: “Bloody Well Right”, “Goodbye Stranger”, “Crime of the Century”, “From Now On”, “Cannonball”, “My Kind of Lady”. Brani in cui il piano elettrico Wurlitzer, le linee di basso ostinate della mano sinistra e una scrittura sarcastica e bluesy hanno imposto un carattere unico, distinto e complementare rispetto alla penna e all’estensione cristallina di Roger Hodgson. Anche dopo l’addio di Hodgson nel 1983, Davies ha tenuto il timone con costanza e misura, incidendo nuovi album e curando con attenzione un’eredità già monumentale.
Dove e quando: gli ultimi giorni a Long Island
Nel suo buen retiro di East Hampton, immerso nel verde degli Hamptons e lontano dai riflettori dei grandi tour, Rick Davies aveva costruito una quotidianità a misura d’uomo. Venerdì 5 e sabato 6 settembre hanno scandito le ultime ore: la famiglia presente, i collaboratori più vicini in contatto costante, il rigore di chi ha attraversato una lunga battaglia clinica senza clamori. L’artista si è spento in casa, come desiderava, in un contesto protetto e familiare.
Il rapporto con Long Island è stato più di un rifugio: lì Davies aveva trovato la possibilità di rimettere le mani sulla tastiera con leggerezza, senza la pressione di arene e stadi. Amagansett, il Stephen Talkhouse, il nome affettuoso Ricky and the Rockets: coordinate che raccontano un musicista fino all’ultimo, capace di misurare energia e tempi, scegliendo il calore del club e la gioia del jam. Anche in quei contesti, la voce roca e il tocco sul Wurlitzer bastavano per riconoscere, al primo giro di accordi, l’uomo dei Supertramp.
Chi era Rick Davies: dagli inizi a una band leggendaria
Nato a Swindon (Wiltshire) il 22 luglio 1944, Richard “Rick” Davies scopre presto la fiamma della musica. Prima la batteria, poi le tastiere, l’innamoramento per jazz e rhythm & blues, i club inglesi in cui si impara la disciplina del mestiere. Alla fine degli anni Sessanta, rientrato dalla Svizzera, piazza un annuncio su Melody Maker che incrocia il destino con Roger Hodgson. Nel 1970 nasce Supertramp: prima “Daddy”, poi il nome definitivo, l’accordo con A&M Records e un debutto ancora acerbo ma già attraversato da una dicotomia fertile — Davies con la sua scrittura blues e urbana, Hodgson con un romanticismo sospeso e melodico.
La maturità arriva con “Crime of the Century” (1974): arrangiamenti sofisticati, uso narrativo del sax di John Helliwell, sezione ritmica solida e un duello vocale che diventa cifra stilistica. “Crisis? What Crisis?” e “Even in the Quietest Moments…” consolidano l’idea di un pop progressivo accessibile, capace di parlare all’FM senza tradire complessità e ricerca sonora. Nel 1979, con “Breakfast in America”, la band tocca l’apice: classifiche conquistate su entrambe le sponde dell’Atlantico, riconoscimenti internazionali, singoli diventati inno generazionale. Dopo l’uscita di Hodgson nel 1983, è Davies a tenere in piedi il progetto: “Brother Where You Bound” (1985) apre la nuova stagione, seguono “Free as a Bird” (1987), “Some Things Never Change” (1997) e “Slow Motion” (2002). Non più la vertigine pop del 1979, ma artigianato sonoro di alto livello e fedeltà a un marchio.
Sullo sfondo, Sue Davies: compagna di vita dal 1977, manager della band dal 1984, presidio di equilibrio tra creatività e realtà dell’industria. È anche grazie a lei se Supertramp diventa un organismo solido e organizzato, una compagnia più che un semplice gruppo, capace di difendere il catalogo e curare la reputazione internazionale.
Il suono e le canzoni: perché la sua penna ha segnato un’epoca
Se Supertramp è stato un dialogo a due penne, la scrittura di Davies ha una fisionomia riconoscibile: groove in levare, progressioni armoniche che partono dal blues e si aprono al jazz, ritmiche di mano sinistra che creano profondità sotto il canto, testi ironici e spesso disincantati. “Bloody Well Right” resta un biglietto da visita: riff di piano elettrico scolpito, chitarre terse, voce graffiata che racconta l’Inghilterra delle contraddizioni sociali. In “Goodbye Stranger”, Davies sposa cinismo e tenerezza: un addio disilluso che galleggia su cori avvolgenti e un tappeto ritmico irresistibile.
Con “Crime of the Century” firma una suite densa, teatrale, dove piano e orchestrazioni si inseguono nel crescendo; con “From Now On” offre uno standard pop-soul di eleganza inattuale. Negli anni Ottanta, “Cannonball” spinge sul pedale del groove: basso, fiati e tastiere costruiscono una macchina funk-pop modernissima per l’epoca. Anche nelle ballate la sua voce baritonale evita il sentimentalismo: c’è sempre un angolo di strada nella sua scrittura, una venatura urbana che tiene insieme malinconia e sguardo lucido.
Il confronto con Hodgson non è mai stato una guerra di religione: l’incastro tra il lirismo di “The Logical Song” o “Take the Long Way Home” e la carnalità di Davies ha generato un equilibrio raro, la versione Supertramp di una doppia elica creativa. Se il primo tendeva alla trasparenza melodica e alla spiritualità laica, Davies arrivava con accordi più torbidi, tempi più spigolosi, temi più terreni. È dentro questo gioco di luci e ombre che si compone l’immaginario di una delle band più riconoscibili del ventesimo secolo.
La malattia e lo stop del 2015: cosa sappiamo davvero
Nel 2015 la diagnosi: mieloma multiplo. La tournée europea annunciata con largo anticipo viene annullata, i biglietti rimborsati, i fan informati con una nota essenziale. Davies inizia le cure, si allontana dai grandi palchi e riconfigura la sua vita intorno a famiglia e salute. Non scompare, però. Ricompare a fasi nei club di Long Island, Amagansett su tutti, accompagnato da amici di lungo corso sotto la sigla Ricky and the Rockets. Sono serate a capienza limitata, biglietti esauriti in poche ore, set costruiti tra standard rhythm & blues, incursioni jazz e omaggi disseminati alla storia dei Supertramp. L’emozione è palpabile: chi c’era racconta di un musicista concentrato, che dosava forze e tempi, ma al piano ritrovava lampi di antica autorevolezza.
Tra un ciclo di terapie e l’altro, Davies ha continuato a seguire il catalogo della band, a proteggere la qualità delle ristampe e dei remaster, a curare gli aspetti legali e amministrativi di un’eredità che vale decine di milioni di dischi venduti. La malattia non ha cancellato il metodo: provare, rifinire, limare. Anche i comunicati ufficiali, asciutti e privi di enfasi, hanno rispettato una regola di casa Supertramp: niente clamore, solo fatti.
Con il passare degli anni, la condizione è diventata più fragile. Le ricadute e gli aggiustamenti terapeutici hanno ridotto ulteriormente le apparizioni. La scelta di spegnersi in casa, tra le pareti di una vita costruita senza ostentazioni, è coerente con la scala di valori che l’artista ha difeso fino all’ultimo: lavoro silenzioso, rispetto per il pubblico, protezione della sfera privata.
L’eredità culturale: numeri, riconoscimenti e influenza
Nel canone pop-rock degli anni Settanta, i Supertramp occupano una nicchia luminosa: quella di una band capace di conciliare ricerca e successo. “Breakfast in America” resta il best seller del gruppo: settimane al numero uno negli Stati Uniti, trainato da singoli che hanno segnato l’immaginario radiofonico. Il disco porta a casa riconoscimenti tecnici di prestigio e nomination pesanti, mentre in Europa consolida un pubblico trasversale, attento tanto alla scrittura quanto alla tessitura sonora. In Italia, dai vinili alle ristampe in CD, quell’album è entrato nelle case e negli impianti hi-fi come test di qualità: sassofono, cori, piano elettrico, dinamica.
Ma ridurre Davies ai numeri sarebbe fuorviante. La sua influenza scorre in ciò che spesso non si vede: la centralità del pianoforte nel pop da classifica, l’uso dell’ironia come chiave di lettura del quotidiano, la fusione tra linguaggi (blues, jazz, art rock) che negli anni Settanta non era scontata. In molti — da band alternative a cantautori — hanno dichiarato un debito con i Supertramp, citando l’architettura delle armonie, la pulizia delle produzioni, la gestione della dinamica in studio.
Nella storia del suono FM, la presenza dei Supertramp ha significato standard produttivi elevati: cura maniacale degli strumenti, microfonazioni pensate per dare aria al mix, scelte timbriche mai casuali. Dietro c’era spesso la visione di Davies: poche chiacchiere, molte prove, rispetto del metodo e delle persone. Un approccio che ha ispirato anche chi, oggi, lavora tra plug-in e mix in the box, cercando quel respiro analogico che i dischi del gruppo sapevano restituire.
Le reazioni e il lutto: la comunità che lo ha accompagnato
Alla notizia della morte di Rick Davies, i social e i forum dedicati alla band si sono riempiti di ricordi personali: chi lo ha scoperto su una cassette TDK passata tra compagni di scuola, chi ha imparato a suonare il Wurlitzer seguendo il suo toque misurato, chi ricorda i concerti italiani con precisione quasi archivistica. Musicisti di più generazioni hanno fatto riferimento al suo equilibrio: mai istrionico, carisma basso e grande autorevolezza. Un leader non clangoroso, la cui forza stava nell’ascolto e nella coerenza.
Dagli Stati Uniti al Regno Unito, passando per l’Europa continentale, i media hanno sottolineato la tenacia con cui ha gestito la malattia e la centralità del suo ruolo: non solo tastierista e cantante, ma architetto del suono della band, custode del repertorio, interlocutore credibile con l’industria discografica. Nel coro di omaggi, ricorre un concetto: Rick Davies è stato un professionista esemplare, capace di tenere insieme ispirazione artistica e responsabilità.
Un’eredità viva: perché i suoi brani continuano a suonare
Il modo più onesto di ricordare Rick Davies è ascoltarlo. Nei solchi di Crime of the Century si trova la misura del suo romanticismo severo; nelle pieghe di Breakfast in America si capisce come il pop possa essere al tempo stesso sofisticato e popolare. Brani come “From Now On” dimostrano la sua capacità di scrivere nel tempo lento, senza far deragliare il pathos; “Cannonball” racconta la sua curiosità per i linguaggi in evoluzione, traducendo in pop il tiro del funk. In “Goodbye Stranger”, forse la sua canzone manifesto, convive l’idea di libertà e quella di distacco, la tenerezza e il cinismo. È una grammatica sentimentale adulta, molto british nella sua understatement, e al tempo stesso universale.
Anche dal vivo la sua cifra era riconoscibile: dinamiche curate, rispetto per il silenzio tra le note, assolo mai dilatati per vanità. Chi ha visto i Supertramp negli anni d’oro ricorda l’ingresso del Wurlitzer, quel clack appena percettibile dei tasti e poi la pasta che si apre nel mix. È un suono che fa casa per chi ha amato una certa stagione dell’FM, e che continua a risuonare nelle playlist contemporanee, tra analogico e digitale.
L’ultimo capitolo di una storia esemplare
La morte di Rick Davies per mieloma multiplo non cancella la trama di resilienza e misura che ha accompagnato i suoi ultimi anni. Il fondatore dei Supertramp ha vissuto la malattia con sobrietà, senza trasformarla in racconto pubblico, scegliendo piuttosto di coltivare la musica dove la musica ancora gli era possibile: a casa, in studio, nel club sotto casa, tra amici fidati. Il 6 settembre 2025 ha chiuso i conti, ma a restare è una biblioteca di suoni che parla a più generazioni e che, soprattutto, continua a funzionare. Perché la buona musica è un dispositivo di memoria: rimette insieme volti, luoghi, stagioni. E in quel montaggio, Rick Davies resta presente.
Con Rick Davies se ne va la metà terrestre del suono Supertramp: quella baritonale, terrosa, urbana, fatta di piano elettrico, groove e ironia. Ma la domanda — di cosa è morto e perché — ha già una risposta netta e documentata: mieloma multiplo, al termine di una battaglia durata più di dieci anni, consumata con dignità nella casa di East Hampton. Il resto lo diranno i dischi: metteteli su senza fretta, lasciate che il primo accordo di Wurlitzer prenda spazio, e capirete perché, anche oggi, quell’uomo schivo con la voce ruvida continua a suonare dentro di noi.
🔎 Contenuto Verificato ✔️
Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, ANSA, Rolling Stone Italia, Il Fatto Quotidiano.
-
Perché...?Perché Drew Pritchard ha chiuso il negozio? Tutta la verità
-
Cosa...?A cosa serve il Lasitone? Ti spieghiamo tutto in modo semplice
-
Quando...?Quando è nato Bruno Benelli INPS? Scopri qui la data ufficiale
-
Chi...?Assegno di vedovanza a chi spetta: guida completa e aggiornata
-
Chi...?Addio a Christian: chi era e cosa ci lascia il cantante
-
Quanto...?Quanto guadagna un prete: stipendi reali e differenze 2025
-
Come...?Come scrivere privatamente a Pier Silvio Berlusconi? Varie idee
-
Dove...?Johnny Dorelli dove vive: casa, città, quartiere, vita oggi!