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Ritrovati vivi Davide e Chiara, gli escursionisti dispersi sulle Dolomiti

Davide Cesaroni e Chiara Pesaresi sono stati ritrovati vivi dopo giorni sulle Dolomiti tra Friuli e Veneto: erano stremati ma senza gravi ferite.

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Dolomiti

La fine dell’incubo tra Friuli e Veneto

Sono stati ritrovati vivi Davide Cesaroni e Chiara Pesaresi, i due escursionisti marchigiani dispersi da giorni sulle Dolomiti, tra Friuli Venezia Giulia e Veneto. Una notizia arrivata dopo ore pesanti, con le squadre di soccorso impegnate tra canaloni, ghiaioni e sentieri difficili, mentre familiari e amici aspettavano un segnale che non arrivava.

La coppia, marito e moglie di Osimo, in provincia di Ancona, è stata individuata nella zona del Col Cadorin, a circa 1.700 metri di quota, in un’area impervia al confine tra le province di Pordenone e Belluno. Erano provati, disidratati, stremati dalla permanenza all’aperto, ma vivi e senza ferite gravi. Dopo giorni di silenzio, il rombo dell’elicottero ha rotto quella specie di vuoto bianco e pietroso in cui i due erano rimasti intrappolati.

Dove sono stati trovati Davide e Chiara

Il ritrovamento è avvenuto lungo un tratto particolarmente difficile del sentiero Marini, un percorso dismesso che collega la zona del bivacco Gervasutti al rifugio Pordenone. Non un itinerario da passeggiata leggera: qui la montagna cambia faccia in fretta, si sbriciola nei ghiaioni, chiude il passo, confonde le tracce. Basta poco perché una scelta che sembrava prudente diventi un vicolo cieco di rocce e mughi.

Secondo le prime ricostruzioni, Davide e Chiara avrebbero perso l’orientamento durante il trekking. Il cellulare scarico o irraggiungibile avrebbe poi reso impossibile chiedere aiuto. Da quel momento, la coppia sarebbe rimasta bloccata senza riuscire a tornare sui propri passi, costretta a resistere con pochissimo, riparandosi come possibile e bevendo l’acqua trovata nei pressi di un ruscello.

Il ruolo decisivo dell’elicottero

A individuarli è stato un elicottero impegnato nelle ricerche con i tecnici del Soccorso Alpino. Dall’alto, tra pieghe di roccia e vegetazione, i soccorritori sono riusciti ad avvistare la coppia e a far scendere una squadra sul posto per i primi controlli. Poi il recupero e il trasferimento verso il rifugio Pordenone, dove era stata ritrovata anche l’auto dei due escursionisti.

Per chi aspettava notizie da giorni, quel momento ha avuto il peso delle cose semplici e immense: due persone vive, due nomi che tornano a essere voci, corpi, respiri. Non un bollettino tragico, non l’ennesima storia di montagna finita nel buio. Stavolta la montagna ha restituito.

Le ricerche dopo l’allarme

L’allarme era scattato quando Davide e Chiara non erano rientrati e non si erano presentati agli impegni previsti. Le ricerche si erano concentrate tra le montagne venete e friulane, con il coinvolgimento del Soccorso Alpino, della Guardia di finanza, dei Vigili del fuoco e di diversi mezzi aerei. Il campo base era stato organizzato nella zona di Cimolais, mentre l’auto della coppia era stata individuata nei pressi del rifugio Pordenone.

Gli operatori hanno battuto un territorio complicato, fatto di pareti, boschi, ghiaioni e tracciati che non sempre si lasciano leggere. Le Dolomiti, anche quando sembrano familiari nelle fotografie d’estate, restano un ambiente severo: la bellezza qui non è mai decorazione, è materia viva, tagliente, mutevole. Un temporale, un errore di direzione, un telefono che si spegne, e la giornata cambia grammatica.

Stremati ma salvi

Le condizioni dei due escursionisti, al momento del ritrovamento, sono apparse compatibili con diversi giorni trascorsi all’addiaccio. Erano affaticati, disidratati, segnati dalla fame e dal freddo notturno, ma non avrebbero riportato lesioni gravi. La parola che ricorre nelle prime informazioni è “stremati”. Una parola asciutta, quasi povera, ma dentro c’è tutto: il sonno mancato, la paura, il corpo che consuma le ultime riserve, il rumore dell’acqua come unica certezza.

La loro sopravvivenza sembra legata anche alla scelta di fermarsi vicino a una fonte d’acqua. In montagna, soprattutto quando il cibo finisce e l’orientamento salta, l’acqua diventa il confine tra resistere e cedere. Non basta a cancellare il rischio, ma permette al corpo di non spegnersi troppo in fretta.

Una storia che parla a tutti gli escursionisti

La vicenda di Davide e Chiara non è soltanto una cronaca a lieto fine. È anche una fotografia molto concreta di ciò che può accadere in quota quando un’escursione prevista per pochi giorni incontra un imprevisto serio. Non serve immaginare imprudenze clamorose: spesso la montagna mette alla prova proprio nelle pieghe più banali, quando un sentiero non è più evidente, il meteo cambia, la batteria del telefono cala, la stanchezza accorcia il giudizio.

Per questo il loro ritrovamento porta con sé sollievo, ma anche una lezione silenziosa. La montagna non perdona la superficialità, però non va nemmeno raccontata come un mostro. È un luogo che chiede misura. Carta, traccia, batteria di riserva, abbigliamento adeguato, comunicazione precisa dell’itinerario, valutazione reale dei sentieri: non sono dettagli da esperti, sono la cintura di sicurezza di chi cammina.

Il sollievo dopo giorni di paura

La notizia del ritrovamento ha chiuso ore di apprensione nelle Marche e nelle comunità coinvolte nelle ricerche tra Friuli e Veneto. Per cinque giorni — o quasi sei, secondo le diverse ricostruzioni del mancato contatto — Davide e Chiara sono rimasti sospesi in una zona difficile da raggiungere, mentre fuori cresceva la preoccupazione.

Poi l’avvistamento, il recupero, la conferma: sono vivi. Una frase breve, eppure capace di ribaltare tutto. Dopo giorni di silenzio, la storia dei due escursionisti dispersi sulle Dolomiti si chiude con l’immagine più attesa: non una barella coperta, non un annuncio doloroso, ma due persone esauste che tornano indietro dalla montagna, portandosi addosso il freddo, la paura e una fortuna enorme.

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