Perché...?
Perché Massimo D’Alema era alla parata militare di Xi Jinping?

Foto di Luo Shaoyang, licenza CC BY 2.0, via Wikimedia Commons.
Massimo D’Alema sulla tribuna di Tiananmen per un richiamo alla pace tra le file della potenza cinese: un gesto carico di senso e tensione internazionale.
Massimo D’Alema ha assistito alla Parata della Vittoria del 3 settembre a Pechino come ospite straniero, non in rappresentanza del governo italiano. Si è presentato in piazza Tiananmen per una commemorazione a forte valore simbolico — l’ottantesimo della fine della guerra in Asia — e, ai margini della sfilata, ha affidato alle telecamere locali un messaggio che richiama pace, cooperazione e memoria storica. La sua presenza risponde alla logica consueta delle grandi cerimonie di Stato: tribune con capi e ex capi di governo, diplomatici, accademici e figure pubbliche invitate per dare respiro internazionale all’evento.
Il punto è qui: l’ex presidente del Consiglio ha partecipato in quanto figura politica di lungo corso con relazioni consolidate nel mondo cinese e asiatico, nel solco della sua attività di ponte tra think tank, fondazioni e forum internazionali. Non ha ricoperto un ruolo ufficiale per l’Italia, né è stato inviato dal Palazzo Chigi. È il profilo “parapolitico” tipico degli ex leader: titoli istituzionali alle spalle, agenda autonoma, possibilità di comparire in contesti dove l’obiettivo dichiarato è mostrare apertura al dialogo e, insieme, costruire immagine.
Il significato della cerimonia: forza, memoria, cornice internazionale
La Parata della Vittoria a Pechino è una liturgia civico-militare con cui la Repubblica Popolare riannoda il racconto della propria storia al presente. Non è soltanto l’esibizione di mezzi e reparti: è messa in scena di memoria nazionale e legittimazione politica, con il Partito che ribadisce il ruolo dell’Esercito Popolare nella sconfitta del nazifascismo e il messaggio di “unità” sotto la guida di Xi Jinping. L’ottantesimo anniversario ha moltiplicato l’attenzione: colonne di soldati, assetti aerei, missili, tecnologie d’avanguardia, una regia televisiva calibrata per parlare al pubblico interno e — soprattutto — al mondo.
In tribuna, il parterre ha raccontato una geopolitica spostata a Est. Leader di Paesi amici o non allineati alla postura euroatlantica hanno affiancato il presidente cinese, con la presenza di Vladimir Putin e di Kim Jong-un a fare da cartolina. L’assenza di esponenti occidentali di primo piano ha reso più evidente la scelta di chi ha accettato l’invito: un mosaico di “amicizie” che Pechino espone come prova di un ordine più multipolare. È in questa cornice che la presenza di un ex premier europeo acquisisce senso: un volto riconoscibile che non impegna governi, ma che offre a chi ospita un frammento di legittimazione internazionale.
Il profilo dell’ex premier: una rete costruita nel tempo
D’Alema non arriva a Pechino dalla periferia della politica. È stato presidente del Consiglio tra il 1998 e il 2000 e ministro degli Esteri tra il 2006 e il 2008: due posizioni che, in qualsiasi Paese, lasciano legami, frequentazioni, una rubrica che conta. Nel dopo-governo ha continuato a muoversi nel perimetro della diplomazia delle idee: fondazioni, convegni, seminari accademici, tavoli su sicurezza, sviluppo, integrazione regionale. La Cina, per lui come per molti ex leader europei, è un passaggio quasi obbligato: università e think tank che cercano voci straniere di peso, canali culturali e politici che misurano il termometro delle relazioni.
Dentro questo schema, partecipare a una cerimonia come la Parata della Vittoria non implica adesione integrale alla narrativa del Paese ospitante. È la declinazione di un ruolo ibrido: né diplomatico di carriera, né semplice osservatore. Si presta il volto a un palcoscenico ufficiale e, in cambio, si tiene aperta una linea di conversazione. È una pratica, piaccia o no, che attraversa trasversalmente la classe dirigente europea da almeno due decenni.
Ospiti d’onore, protocolli flessibili: come funziona l’invito
Le grandi cerimonie di Stato funzionano con inviti stratificati. C’è la prima fila — capi di Stato e di governo — e, a scendere, ex leader, parlamentari, ambasciatori, accademici, imprenditori con profilo pubblico. La logica è semplice: allargare il campo delle presenze per massimizzare l’effetto immagine. Chi invita si assicura una platea variegata; chi accetta valuta costi e benefici in termini di reputazione, relazioni, accesso a conversazioni altrimenti difficili.
In questo quadro, la figura dell’ex premier italiano entra con un profilo di “diplomazia informale”. Non assume impegni per il Paese di provenienza, non negozia trattati, non sottoscrive intese. Ma ascolta, parla, tesse. E soprattutto, offre al Paese ospitante una narrazione utile: “da qui si può dialogare”. A Pechino, quella narrativa è ricercata con costanza: accogliere figure europee note permette di mostrare un volto di apertura, mentre si proietta — con le stesse telecamere — la prova muscolare dello strumento militare.
Il messaggio scelto: pace pronunciata tra i carri armati
Il dettaglio che ha fatto discutere — e che merita di essere capito — è il contenuto della breve dichiarazione rilasciata dall’ex premier italiano: richiamo alla pace, alla cooperazione, alla memoria della lotta contro nazismo e fascismo. Non sono parole casuali. Sono la lingua franca delle cerimonie commemorative, un lessico che permette di parlare nel contesto senza sporcarsi troppo con la linea politica dell’ospitante. Il rischio, tuttavia, è evidente: pronunciare pace mentre sfilano testate e paracadutisti comporta un’ambiguità di cornice che ognuno legge con la propria lente.
C’è chi ne apprezza il valore simbolico — evocare l’orrore della guerra per scongiurarne altre — e chi vi legge una legittimazione indiretta dell’evento. In realtà, la funzione retorica è double face: all’interno, Pechino incassa un endorsement sull’idea di memoria condivisa; all’esterno, l’oratore conserva un profilo “pacifico” che può difendere a casa. È un equilibrio sottile, tutto giocato su sfumature, toni e scelta delle parole. In una scena così coreografata, forma e sostanza coincidono.
Le reazioni in Italia: polemica, giudizi, calcoli
In patria, la comparsa dell’ex premier nel parterre della parata ha acceso una polemica immediata. Ha pesato il montaggio televisivo — i carri, la tribuna, lo spezzone di intervista — e ha pesato la temperatura politica del momento, con file contrapposte sui dossier che toccano Mosca e Pechino. Una parte della classe politica e dell’opinione pubblica ha letto la scelta come sconveniente, soprattutto per la concomitanza con la presenza di leader come Putin e Kim. Altri hanno derubricato il caso a gesto simbolico senza effetti pratici, il tipico episodio che dura un ciclo di notizie e non sposta gli equilibri.
Qui conviene separare il giudizio morale dall’analisi dei fatti. Fatto: D’Alema non era in missione per l’Italia, non impegnava la linea del governo in carica, non firmava nulla. Giudizio: ognuno lo costruisce con il proprio metro, che sia realpolitik — “tenere comunque un canale” — o netta distanza — “non si va alle parate militari altrui”. In mezzo, la zona grigia in cui la diplomazia reale spesso abita: conversazioni informali, relazioni personali, ascolto reciproco, contesti che dal di fuori paiono teatrali ma che, a porte chiuse, possono produrre contatti utili.
Italia e Cina oggi: interessi, distanze, continuità
Per capire davvero la fotografia, bisogna incorniciarla nelle relazioni tra Roma e Pechino. L’Italia, dopo la scelta di uscire dall’intesa sulla Belt and Road, ha mantenuto con la Cina rapporti economici intensi ma più prudenza politica. Le grandi imprese esportatrici guardano al mercato cinese con attenzione e cautela, come fanno tutte le economie avanzate; sul piano strategico, l’allineamento con l’Unione europea e con gli alleati atlantici resta la bussola, soprattutto su tecnologie sensibili e sicurezza.
In un contesto così, la comparsa di un ex premier italiano a una cerimonia cinese non sposta direttamente le politiche, ma entra nella narrazione. A Pechino, è l’immagine che conta: “anche voci europee storiche ci rispettano”. A Roma, conta la reazione domestica: chi invoca rigore interpretarlo come cedimento, chi predica dialogo leggerlo come fisiologia delle relazioni. La verità, spesso meno fotogenica, è che le diplomazie vivono di continuità: cambiano gli accordi, si ridefiniscono i limiti, ma i canali restano — ufficiali e non.
L’ottica di Xi: potenza militare, memoria selettiva, pubblico globale
La parata non è stata pensata solo per gli italiani che avrebbero discusso della presenza di D’Alema. È un messaggio al mondo: la Cina si mostra come potenza militare moderna, disciplina i propri corpi, rivendica la lunga marcia storica che la porta al centro della scena. La presenza di leader come Putin e Kim costruisce un’immagine di asse alternativo; la assenza di figure occidentali sottolinea la distanza. In mezzo, gli ospiti europei fuori ruolo, tra i quali rientra un ex premier italiano: porzioni di pubblico che Pechino prova ad aggiungere alla propria platea.
Uno dei cardini del messaggio è la memoria selettiva: la Cina come protagonista della sconfitta del nazifascismo, la sofferenza del popolo come cemento identitario, la promessa di pace come missione. È un racconto potente, che parla soprattutto ai cittadini cinesi; ma è anche una cornice che fa da fondale a ogni volto straniero inquadrato. In questo senso, la presenza di D’Alema non è un unicum: è un tassello nella costruzione di un’epopea pubblica che alterna forza e riconciliazione, muscoli e spirito.
Sguardo storico: ex leader europei nei palchi del mondo
C’è una dimensione più ampia, quasi sociologica, che aiuta a decifrare episodi come questo. Gli ex leader europei sono diventati attori ricorrenti della scena internazionale. Si muovono con più libertà dei governanti in carica, accettano inviti che un ministro difficilmente accetterebbe, fanno “parlare” il proprio nome oltre la stagione del potere. Il risultato è un ecosistema di diplomazia parallela: conferenze, inaugurazioni, parate, tavole rotonde, viaggi di studio. Talvolta questi percorsi incrociano i temi più divisivi — diritti, guerra, sanzioni — e allora il ritorno reputazionale può essere costoso.
Questa “normalità dell’eccezione” spiega perché un volto italiano sia finito a Tiananmen il 3 settembre. È la rappresentazione pratica di una politica che esiste anche fuori dalle cariche: non decide, ma influenza; non negozia, ma prepara il terreno; non firma, ma apre o chiude porte. Chi guarda da casa vede un frame di pochi secondi e ci costruisce sopra un giudizio totale; chi frequenta quei circuiti sa che quel frame è un segmento di una conversazione più lunga, a volte utile, a volte soltanto ornamentale.
Narrazione pubblica e rischio di strumentalizzazione
Resta un punto delicato: ogni presenza può essere strumentalizzata. L’ospite pensa di portare un messaggio universale — pace, cooperazione, memoria —; l’organizzatore incornicia quelle parole in una regia che sostiene i propri obiettivi. È il gioco, dichiarato, delle grandi potenze. Sta alla sensibilità di chi partecipa calibrare contesto, tempi, linguaggio, e assumersi la responsabilità reputazionale al rientro. E sta a chi analizza — media, commentatori, cittadini — distinguere tra fatto (presenza, parole, luogo, giorno) e narrazione (cosa se ne fa ognuno).
Nel caso specifico, il cortocircuito tra “messaggio di pace” e parata militare è stato immediato. Ma sarebbe ingenuo dimenticare che la retorica commemorativa nasce proprio per tenere insieme la memoria della guerra e il rifiuto della guerra. Funziona? Dipende dalla cornice. In un contesto in cui sfilano anche leader di Paesi coinvolti in conflitti, la parola pace ha un’eco ambivalente. Eppure, è la parola che consente agli ospiti europei di non farsi cooptare integralmente nella narrativa altrui, o almeno di provarci.
Il giorno dopo: cosa resta davvero
A ventiquattr’ore dagli applausi e dai voli acrobatici, cosa resta di quella immagine? Resta un dato di cronaca: l’ex premier italiano era a Pechino come ospite, ha parlato di pace, non ha agito in nome dell’Italia. Resta un dato politico: la Cina ha voluto — e ottenuto — un palcoscenico che la mostra forte, circondata da alleati e simpatizzanti. Resta un dato mediatico: in Italia si è aperto un fronte polemico, fisiologico quando la geopolitica entra nel salotto di casa.
Sul piano pratico, non cambia la collocazione internazionale dell’Italia. Roma continuerà a muoversi nel solco europeo e atlantico, con la prudenza necessaria verso Pechino e la tutela dei propri interessi economici. Cambia, semmai, il racconto: per qualche giorno, l’immagine di un ex premier italiano diventa materia prima per interpretazioni opposte — il dialogo come virtù, il dialogo come cedimento. È la condanna (o la fortuna) delle icone politiche: una presenza di pochi minuti pesa più di un dossier di cento pagine.
Il significato politico, oltre la foto di Tiananmen
La chiave sta tutta nel ruolo. Un ex presidente del Consiglio che accetta l’invito a una parata militare del calibro di quella di Pechino non parla per l’Italia, ma parla dal suo passato italiano: capitale relazionale, autorevolezza personale, idee sulla politica estera. In quella sede, sceglie parole compatibili con l’occasione — pace, cooperazione, memoria — e scommette che il loro significato regga d’urto con la cornice. La Cina, dal canto suo, usa la presenza per mostrare al mondo una platea plurale e per alimentare la narrazione di un ordine meno occidentale-centrico.
Se si vuole una sintesi onesta: D’Alema era a Tiananmen perché quel palco cerca figure europee note, e perché quelle figure — libere da incarichi — possono accettare. Tutto qui, e non è poco. Nella politica internazionale contemporanea la diplomazia non è soltanto quella dei comunicati ufficiali: esiste una diplomazia di relazioni, di memorie personali, di luoghi simbolici. È una zona grigia che espone a rischi e opportunità. In questo caso, il gesto dice “dialogo” dentro una scenografia che dice “forza”. Il resto lo fanno le letture — e, come sempre, il tempo.
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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: ANSA, Il Post, Adnkronos, L’Unione Sarda, Italianieuropei, Vatican News.

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