Seguici

Perché...?

Conte scrive alle Camere: “Datemi una data per l’audizione Covid”

Giuseppe Conte scrive alle Camere e chiede una data per essere ascoltato dalla Commissione Covid. Lo scontro con FdI resta aperto.

Pubblicato

il

Conte chiede l’audizione Covid

La Commissione Covid torna a essere il punto più caldo dello scontro politico italiano. Non per una nuova scoperta, non per un documento capace di ribaltare la storia della pandemia, ma per una domanda rimasta sospesa come una porta socchiusa: **quando sarà ascoltato Giuseppe Conte?** L’ex presidente del Consiglio, oggi leader del Movimento 5 Stelle, ha scritto al presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, Marco Lisei di Fratelli d’Italia, e ha coinvolto anche i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa. Il senso della lettera è netto: basta rinvii, basta accuse da lontano, venga fissata una data.

Conte chiede di conoscere il giorno della sua audizione perché, sostiene, finora non avrebbe ricevuto un riscontro formale dagli uffici della Commissione. Il punto politico è tutto qui: da una parte l’ex premier dice di voler parlare, dall’altra Fratelli d’Italia replica che per essere ascoltato deve prima lasciare il suo posto da componente della stessa Commissione. Una matassa procedurale che, come spesso accade a Montecitorio e dintorni, è diventata subito materia infiammabile.

Il nodo della Commissione Covid

La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria è stata istituita per ricostruire le scelte compiute durante gli anni più duri della pandemia, dalle misure di contenimento agli acquisti, dai rapporti tra governo e strutture commissariali fino alla macchina amministrativa che si mosse mentre il Paese era chiuso in casa, tra bollettini serali, mascherine, file ai supermercati e terapie intensive al limite.

In quel periodo Giuseppe Conte era a Palazzo Chigi. È quindi naturale che la sua figura sia centrale nella lettura politica della pandemia. Ma qui il terreno è scivoloso: Conte non è soltanto un ex presidente del Consiglio da ascoltare, è anche un componente della Commissione stessa. E secondo la maggioranza questo impedisce di trattarlo come un normale audito, a meno che non faccia un passo indietro, almeno temporaneo.

Perché Conte chiede una data

Conte sostiene di aver dato da tempo la propria disponibilità a essere ascoltato. Nella nuova lettera chiede che venga indicata una data precisa, anche per rispondere alle accuse che, a suo dire, Fratelli d’Italia gli starebbe rivolgendo pubblicamente. Il leader del M5S vuole presentarsi davanti alla Commissione e parlare della gestione dell’emergenza Covid non da bersaglio televisivo, ma dentro una sede istituzionale, con verbali, domande, risposte e responsabilità chiare.

La formula proposta è quella delle **dimissioni temporanee**: Conte si dice pronto a lasciare la Commissione immediatamente prima dell’audizione, purché sia garantito il suo rientro una volta terminato l’ascolto. Non vuole, in sostanza, che la sua uscita diventi una tagliola politica. Vuole sedersi dall’altra parte del tavolo, ma senza perdere il diritto di partecipare poi ai lavori e, soprattutto, alla fase finale della relazione.

La risposta di Fratelli d’Italia

Da Fratelli d’Italia la linea è opposta: prima le dimissioni, poi l’eventuale audizione. La capogruppo in Commissione, Alice Buonguerrieri, ha indicato le dimissioni come condizione preliminare. Nella lettura del partito di Giorgia Meloni, Conte non può pretendere di fissare condizioni mentre resta dentro l’organismo che dovrebbe ascoltarlo. Per la maggioranza, la regola è semplice: chi vuole essere audito non può contemporaneamente sedere tra chi conduce l’inchiesta.

È una posizione che FdI presenta come questione di correttezza istituzionale. Ma il Movimento 5 Stelle la legge in modo completamente diverso: non una regola neutra, bensì un modo per tenere Conte in una terra di nessuno, sempre evocato come responsabile politico della stagione Covid, ma mai messo nelle condizioni di rispondere direttamente davanti alla Commissione.

Il sospetto dei Cinque Stelle

Nel Movimento 5 Stelle cresce l’idea che la Commissione sia diventata un ring politico più che un luogo di accertamento. Conte parla di accuse false, di una narrazione costruita contro di lui, di una maggioranza interessata più a cercare un colpevole che a ricostruire con equilibrio una fase eccezionale della storia italiana. Il sospetto, nemmeno troppo velato, è che i tempi dell’audizione possano essere piegati al calendario politico.

È qui che la vicenda cambia colore. Non è più soltanto una questione regolamentare, da addetti ai lavori. Diventa una partita sulla memoria del Covid: chi ha deciso cosa, chi ha sbagliato, chi ha protetto il Paese, chi ha approfittato dell’emergenza, chi oggi prova a riscrivere quegli anni con il senno di poi. Una memoria ancora viva, ruvida, piena di cicatrici. Perché la pandemia non è un capitolo archiviato: per milioni di italiani resta un odore di disinfettante, una sirena nella notte, una videochiamata ai parenti, una saracinesca abbassata.

Una battaglia sulla pandemia, ma anche sul presente

Lo scontro tra Conte e Fratelli d’Italia dice molto anche dell’Italia politica di oggi. La destra vuole mettere sotto la lente la gestione dell’emergenza, soprattutto quella del governo giallorosso e della struttura commissariale. Il M5S teme invece che l’inchiesta parlamentare diventi una clava contro l’ex premier, più che uno strumento per capire cosa funzionò e cosa no.

In mezzo ci sono i fatti, che meriterebbero una temperatura più bassa. La gestione della pandemia fu una macchina enorme, spesso improvvisata perché il mondo intero stava improvvisando. Ci furono scelte drastiche, errori, ritardi, intuizioni, decisioni prese con informazioni incomplete. Oggi il Parlamento ha il diritto di indagare. Ma ha anche il dovere di non trasformare la memoria pubblica in un processo scenico, con imputati scelti prima e domande costruite dopo.

Il problema politico dello stallo

Lo stallo sull’audizione rischia di produrre un effetto paradossale. Conte chiede di parlare, FdI dice che può farlo solo dimettendosi, Conte chiede garanzie per rientrare, la maggioranza insiste sulla procedura. Risultato: l’audizione non arriva e lo scontro cresce. È come una stanza piena di microfoni accesi, ma senza nessuno seduto al centro.

Per gli elettori, però, la questione è più semplice di quanto sembri: se Conte deve rispondere, venga ascoltato; se la Commissione deve accertare, accerti; se ci sono responsabilità politiche, emergano dai documenti e dalle domande, non dai comunicati. La procedura conta, certo. Ma quando la procedura diventa il muro dietro cui tutti si riparano, la politica perde nitidezza.

Cosa può succedere ora

Il passaggio decisivo sarà la fissazione o meno di una data. Conte ha messo per iscritto la sua richiesta e ha chiamato in causa le massime cariche parlamentari. La maggioranza, dal canto suo, non sembra intenzionata ad arretrare sul principio delle dimissioni preventive. La via d’uscita potrebbe essere un accordo formale: data stabilita, dimissioni immediatamente prima dell’audizione, rientro dopo l’ascolto. Una soluzione tecnica per disinnescare una mina politica.

Ma nulla, in questa vicenda, è soltanto tecnico. La Commissione Covid cammina su un terreno ancora caldo. Ogni parola riapre il giudizio sugli anni in cui l’Italia fu il primo grande Paese europeo travolto dal virus. Ogni audizione diventa una lente sul passato e una bandierina piantata nel presente. Per questo la richiesta di Conte pesa più di una semplice convocazione: riguarda il modo in cui il Paese vuole raccontare se stesso dopo la pandemia.

Il punto vero: audizione o processo politico?

La domanda finale è questa: la Commissione vuole ascoltare Conte o vuole tenerlo come bersaglio permanente? E, dall’altra parte, Conte vuole davvero sottoporsi a un confronto pieno o usare la richiesta di audizione per rovesciare l’accusa sulla maggioranza? Sono due interrogativi scomodi, ma necessari.

La risposta non arriverà dalle dichiarazioni. Arriverà solo da una data, da una seduta, da domande precise e da risposte verificabili. Finché quella data non ci sarà, lo scontro resterà sospeso in una nebbia utile a tutti e chiarificatrice per nessuno. La politica continuerà a parlare del Covid come di un fascicolo ancora aperto. Gli italiani, invece, avrebbero bisogno di qualcosa di più sobrio e più serio: sapere cosa è accaduto davvero, senza tribunali di piazza e senza immunità narrative.

Per ora resta la lettera di Conte, con il suo messaggio essenziale: **“datemi una data”**. Una frase breve, quasi burocratica. Ma dentro c’è tutto il rumore di una battaglia che non riguarda solo un ex premier, una Commissione o un partito. Riguarda il modo in cui l’Italia decide di fare i conti con la sua stagione più fragile.

Grazie per aver letto questo articolo e per essere passato da Domandalo. Con la lente d’ingrandimento in alto puoi cercare altri temi, curiosità e storie da approfondire. E se la lettura ti è piaciuta, condividila: aiuta questo contenuto a viaggiare più lontano e a raggiungere nuovi lettori.

Trending