Chi...?
Chi sostiene Ursula von der Leyen e perché resta al suo posto?
Foto: Parlamento Europeo con licenza CC BY 4.0.
Ursula von der Leyen regge il timone dell’UE fra guerre, clima e alleanze invisibili, perché cambiarla costerebbe troppo
La domanda sembra semplice —chi tiene in piedi Ursula von der Leyen e perché è ancora al vertice del potere europeo?—, ma la risposta obbliga a scendere nel seminterrato della politica comunitaria, dove le decisioni non si prendono con discorsi, bensì con aritmetica, convenienza e memoria istituzionale. A questo punto del 2025, dopo europee turbolente, una guerra che non arretra a Est, un fronte diplomatico bruciato da Gaza e una contesa continua tra Green Deal e competitività, la presidente della Commissione resta dov’è perché una maggioranza ampia —non sempre entusiasta, quasi mai romantica— ritiene che cambiare il timone costerebbe più che mantenerlo. Prosaico, sì. Eppure è politica buona: quella che si cucina con silenzi, accordi di corridoio, ciò che non vedi quando guardi l’emiciclo in TV.
A Bruxelles c’è un dato strutturale che raramente tradisce: quando il centro politico si sente minacciato —dai bordi dello spettro, dalle turbolenze economiche o da frizioni geopolitiche— serra i ranghi. Non sempre con piacere; lo fa perché conviene. Von der Leyen incarna quel “centro di sicurezza” che popolari, socialdemocratici e liberali preferiscono quando l’ambiente si fa ostile. Le si perdonano gli inciampi, si attutiscono polemiche, si rinviano vendette. Convincimento? In parte. Sopravvivenza? Soprattutto.
L’impalcatura politica che sostiene Ursula von der Leyen
Il tavolo europeo non è quello di un governo nazionale dove una maggioranza investita legifera con disciplina e basta. Nell’UE coesistono, competono e si sovrappongono tre legittimità: Consiglio europeo, Parlamento e Commissione. Von der Leyen ha saputo muoversi in questo triangolo con un istinto che i critici ammettono a denti stretti: trasforma i dissensi in sequenze, allunga i tempi, scompone i pacchetti affinché ogni famiglia politica possa “vendere” qualcosa a casa. Non è glamour, ma funziona.
Il patto tra popolari, socialisti e liberali
La spina dorsale del suo sostegno è la grande coalizione europea: PPE, S&D e Renew. Il racconto ufficiale parla di europeismo responsabile; la versione più cruda riconosce che senza quell’intesa la macchina comunitaria si incepperebbe. I popolari vedono in von der Leyen “una dei loro” che, nonostante l’accento verde della prima fase, ha guidato la transizione verso un’agenda pro-impresa, più industriale e più orientata alla sicurezza. I socialdemocratici apprezzano la dimensione sociale —salario minimo europeo, regole fiscali più elastiche, fondi per occupazione e transizione— e, pur non condividendo ogni dettaglio, preferiscono influire da dentro. I liberali, sensibili a competitività e mercato dei capitali, hanno trovato nella Commissione un ponte per accelerare riforme che i governi nazionali parcheggiano quando il calendario elettorale si accorcia. Quel triangolo, con l’adesione mirata dei Verdi più pragmatici su singoli dossier, è la trave che non si è spezzata.
Il fattore verde e le fratture nazionali
Il rapporto con i Verdi è il più ambivalente. Furono decisivi nel Green Deal e, al tempo stesso, i più critici quando il discorso sulla competitività ha iniziato a “depurare” obiettivi climatici, affinare calendari o introdurre clausole di flessibilità che sulla carta suonano amministrative e sul campo vengono lette come rinvii. Eppure esiste una corrente verde —specie in Paesi con forte tessuto tecnologico e rinnovabile— che vede utilità nel gestire con von der Leyen anziché ripartire da zero con una Commissione incerta. Dall’altro lato, fratture nazionali attraversano i gruppi: delegazioni che, per ragioni domestiche, si smarcano su voti chiave; Stati che spingono i loro eurodeputati a negoziare salvagenti settoriali. È l’Europa al naturale: cooperazione con mercanteggiamento.
Le critiche che non abbattono: Gaza, Russia e clima
Non è una passeggiata. Il secondo mandato di von der Leyen è segnato da tre fronti in cui la percezione pubblica l’ha colpita duro. Eppure non l’ha abbattuta. Questo, di per sé, racconta molto della politica europea di oggi.
Gaza: legittimità morale e burocrazia europea
La guerra a Gaza —e soprattutto la percezione di inerzia di fronte alle accuse di crimini internazionali— ha aperto una ferita che ancora duole. La sequenza percepita: visite, sostegni espliciti al diritto di Israele a difendersi, un linguaggio umanitario arrivato tardi e dubbi sul fatto che la Commissione stesse surrogando posizioni che spettano a Consiglio o Alto Rappresentante. Dentro, diplomatici e funzionari hanno protestato per disallineamenti istituzionali. Fuori, i governi si sono mossi a ritmi diversi. Perché non l’ha fatta cadere? Perché la politica estera dell’UE è intergovernativa e le grandi decisioni stanno nelle capitali; e perché molti Stati membri hanno temuto che trasformare Gaza in una mozione di sfiducia paralizzasse il resto del cantiere: bilancio, industria della difesa, regole fiscali, commercio. La morale pesa, ma anche il calendario.
Russia: sanzioni zoppe, applicazione in cantiere
Secondo fronte: Ucraina e l’efficacia delle sanzioni a Mosca. Il racconto popolare dice che “non funzionano”; quello tecnico parla di enforcement insufficiente e elusione tramite Paesi terzi, flotte opache, contratti senza clausole di non-riesportazione solide. Nel 2025 gli strumenti si sono irrigiditi, si è abbassato il price cap sul greggio e si sono attivati meccanismi di monitoraggio più stringenti. Basta? Non ancora. Ma è passata un’idea: la credibilità europea si misura sulla tenuta nel tempo. In questo quadro, cambiare capitana a metà traversata non è parso sensato né al nucleo pro-UE del Parlamento né a un Consiglio con lo sguardo fisso su Washington e sulla linea del fronte.
Clima e competitività: quel 7% contro il 30%
Terzo: clima. Il confronto si è fatto ruvido: l’Europa vale circa il 7% delle emissioni globali, la Cina sfiora il 30%, e l’industria europea percepisce —con ragioni e forzature insieme— di competere con regole più dure ed energia più cara. Da qui la rotta verso un Green Deal industriale, con incentivi a batterie, idrogeno e tecnologie pulite made in Europe, aggiustamenti di carbonio alle frontiere e una promessa ripetuta: la transizione non può deindustrializzare il continente. Qui von der Leyen ha trovato alleati potenti: governi del Nord e dell’Est, associazioni d’impresa che chiedono prevedibilità e una finanza che vuole regole chiare. La critica resta —“l’Europa si flagella mentre gli altri no”—, ma oggi prevale il pragmatismo: fare la transizione senza rompere la macchina.
Chi c’è dietro: governi, mercati, lobby e think tank
Conviene dare nomi a quel sostegno composito che non finisce sempre in foto, ma conta. Perché regge.
Parigi e Berlino… con il coro del Nord e dell’Est
Nella politica alta europea, Parigi e Berlino restano acceleratore e freno. Quando si accordano, la musica suona; quando stonano, il resto improvvisa. Von der Leyen resiste perché entrambe preferiscono continuità in Commissione mentre riordinano le proprie agende: competitività, difesa, energia, mercato dei capitali, rapporto con Cina che eviti sia l’ingenuità sia la guerra commerciale. A quel duo si aggiungono Paesi Bassi, Baltici, Polonia, Nordici, con un copione chiaro: Ucraina non si negozia, autonomia strategica non è uno slogan, politica industriale a scala europea. In questo coro, la Commissione von der Leyen offre continuità operativa.
Italia e Spagna, ciascuna a modo suo, giocano di equilibrio. Roma alterna critica e cooperazione, sapendo che fondi europei, regole fiscali e sostegno all’industria passano dal Berlaymont. Madrid, più allineata con l’agenda sociale e con un europeismo pratico, interviene sui dossier caldi —Gaza, agricoltura, energia— senza bruciare ponti. Risultato: campo di gioco praticabile tra le grandi capitali.
Imprese e finanza: il bisogno di certezza
Chi conosce Bruxelles sa che la politica dell’Unione si scrive anche con le posizioni di industrie, associazioni, camere di commercio, federazioni settoriali, asset manager. Il mondo delle imprese premia due cose: prevedibilità e finestre per investire. Il cambio di passo verso un’agenda della competitività —più valutazioni di impatto, meno sovra-regolazione duplicata, sportelli unici, aiuti di Stato incardinati nelle catene del valore europee— spiega perché grandi conglomerati e fondi si sentano più a loro agio con una Commissione riconoscibile che con un salto nel buio. Non è ideologia: è calcolo. Quando sai come negozia un gabinetto, cosa cede, cosa non si tocca, riduci il rischio. Con tassi più alti e guerra alle porte, vale oro.
Un complesso militare-industriale europeo in formazione
Dal 2022 l’UE ha imparato a parlare di difesa in chiave di politica industriale: fondi per munizioni, acquisti congiunti, catene di fornitura critiche, incentivi perché la capacità produttiva resti in Europa. Questa trasformazione crea nuovi interessi: regioni che vogliono fabbriche, medie imprese che scalano con contratti europei, governi che vedono occupazione e tecnologia dove prima vedevano solo spesa. Chi guida quel processo, anche sbagliando, accumula sostegni e, per contrasto, genera timore del vuoto di potere. Von der Leyen ha tessuto quell’ecosistema con un mix di urgenza e nodo burocratico che può esasperare, ma è pur sempre un feudo.
Gli errori e la resilienza “alla brussellese”
Sarebbe comodo raccontare un trionfo. Non lo è. La presidenza von der Leyen trascina polemiche che hanno eroso capitale politico: dal “Pfizergate” —messaggi, trasparenza, porte rimaste chiuse— a uno stile presidenzialista che irrita chi preferisce una Commissione collegiale e discreta. A volte troppo avanti, altre troppo tardi. Un giorno sembrava andare da sola; un altro, in scia agli Stati membri.
Perché allora non cade? Perché la cultura politica dell’UE tende a assorbire i colpi e lasciare che il tempo lavori. Bruxelles non licenzia per una copertina; consuma finché la maggioranza non vede vantaggio nel muoversi. Oggi quel vantaggio non c’è: la sinistra teme una Commissione più conservatrice o più deregolatoria; la destra teme di intaccare la propria bandiera di stabilità; i liberali non vogliono rischiare un ciclo regolatorio che, a fatica, li ascolta; i Verdi, pur irritati, pesano ogni passo perché sanno che senza il loro voto le politiche climatiche non passano.
Bruxelles ha anche memoria lunga: ricorda che l’UE può funzionare male e tuttavia essere meglio delle alternative; che un ricambio fuori tempo galvanizza chi vuole svuotare il progetto europeo dall’interno; che quasi tutto nell’Unione richiede tempo, applicazione e pazienza: sanzioni che impiegano a mordere, direttive che chiedono anni per essere recepite, fondi che scendono lenti. In questo ecosistema, la continuità —noiosa, imperfetta— paga.
La politica reale: pattuire, correggere, reggere
Dietro il sipario, la sopravvivenza di von der Leyen si spiega con offerte incrociate. Ai socialdemocratici si promettono pilastro sociale e transizione giusta; ai liberali, single market 2.0 e mercato dei capitali che sposti il risparmio verso l’investimento; ai popolari, una Commissione che non chiede scusa se parla di industria e sicurezza. Al tessuto imprenditoriale si dà una road map stabile e canali di dialogo meno erratici. Ai governi, flessibilità per aggiustare regolamenti senza dirlo ad alta voce. All’opinione pubblica, segnali che il Green Deal non è un dogma, ma una strategia che impara dagli errori. E sui dossier più sensibili —Gaza, Ucraina, Cina— la Commissione cede il proscenio quando conviene per non pagare da sola il costo politico.
Tutto questo accade mentre l’UE cambia pelle. Sta nascendo una sicurezza economica che mescola controlli agli investimenti, screening dell’export sensibile, diversificazione delle forniture critiche e un lessico —de-risking— che cinque anni fa suonava accademico. In quella zona grigia tra commercio e geopolitica, la Commissione è indispensabile per disegno: propone cornici, coordina sportelli, aggregherà la forza dispersa di 27 Stati. Sostituirla a metà processo sembra peggio che correggerla in corsa.
Il racconto, la reputazione e il tempo
Von der Leyen non è una figura di massa. Non le serve. La sua platea reale sono Stati membri, gruppi parlamentari, interlocutori economici e alleati extra-UE. Con loro parla un linguaggio che a volte snerva: powerpoint, non-paper, trilogo, note verbali. Lì ha mostrato resilienza, anche quando la reputazione si è ingarbugliata per Gaza o per trasparenza. Si fa vedere il giusto, mette la faccia quando serve e delega quando conviene. Non è carisma; è mestiere.
Il tempo gioca a suo favore per un motivo semplice: l’agenda è piena. Regole fiscali da atterrare nei bilanci nazionali, una guerra che riorganizza le priorità, un ciclo tecnologico —IA, chip, dati— che pretende regolazione fine, una transizione energetica che si misura in bollette, posti di lavoro e fabbriche, un allargamento tornato al centro. Con questo peso, la domanda non è se meriti di restare, ma se sia prudente cambiarla adesso. Oggi, no.
Perché, nonostante tutto, Ursula von der Leyen è ancora in piedi
Quando si spengono i riflettori e restano le somme, sopravvive chi tiene un blocco abbastanza largo da approvare l’essenziale e abbastanza flessibile da correggere senza umiliarsi. Von der Leyen lo ha fatto. Ha dietro popolari, ampia parte di socialdemocratici e liberali, frammenti verdi che preferiscono gestire anziché rompere, governi che privilegiano stabilità, imprese che chiedono certezza, finanza che esige regole chiare, un complesso industriale-difesa in costruzione che non tollera scossoni. Ha contro malessere per Gaza, dubbi sulle sanzioni alla Russia, rimproveri sulla trasparenza e un dibattito spigoloso su come fare la transizione climatica senza sfiancare l’industria. Eppure la bilancia —quella vera— pende verso la continuità.
Niente magia. C’è potere diffuso che si organizza per non capovolgersi. L’Unione funziona così: si muove lenta, corregge tardi, impara a strattoni, ma di rado si suicida politicamente. Von der Leyen resta dov’è perché molti vogliono —e altrettanti hanno bisogno— che resti. Domani può cambiare, ma oggi la risposta sta in una riga: il costo di rimuoverla supera, per una maggioranza decisiva, il costo di tenerla. E a Bruxelles, dove tutto è caro, quella differenza paga il conto.
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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Adnkronos, Rai News.
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