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Chi sono i No Tav: origine, volti e obiettivi del movimento

Chi sono i No Tav, perché la Torino–Lione divide: dati 2025, voci dalla Val di Susa e cronologia cantieri 2025 completa oggi.
I No Tav sono un movimento popolare radicato in Val di Susa che da oltre vent’anni si oppone alla nuova linea ferroviaria ad alta capacità/alta velocità Torino–Lione e, in particolare, al tunnel di base del Moncenisio. Non sono un partito né un’associazione strutturata: parliamo di una rete orizzontale di comitati, presìdi territoriali, amministratori locali di diverse stagioni, tecnici, professionisti, agricoltori, artigiani, studenti, centri sociali e realtà ambientaliste che condividono un punto fermo: fermare un’opera ritenuta sproporzionata nei costi e negli impatti rispetto ai benefici promessi. In cima all’agenda, per chi vive la valle, non c’è un riflesso ideologico ma la tutela del territorio e la richiesta di trasparenza su dati, fabbisogni e alternative.
Sul piano delle 5 W la fotografia è nitida. Chi: comunità locali e reti solidali nazionali, con leadership diffusa e assemblearismo. Cosa: opposizione alla Torino–Lione e al suo cantiere “unico” transfrontaliero, con focus sullo scavo del tunnel di base e sulle opere connesse. Quando: dalla fine degli anni Novanta a oggi, con cicli di mobilitazione, vertenze giudiziarie e fasi di grande partecipazione popolare. Dove: in Val di Susa e lungo l’asse italo-francese del progetto, fino alle città dove il tema torna nel dibattito pubblico. Perché: secondo i comitati, l’opera non risponde a una domanda di traffico coerente, drenerebbe risorse pubbliche per decenni e comporterebbe rischi ambientali su acqua, suolo e biodiversità. La risposta alla domanda di fondo è dunque immediata: i No Tav sono gli oppositori organizzati alla Torino–Lione, espressione di un territorio che rivendica voce sulle scelte che lo riguardano e che contesta la cornice economica e ambientale dell’intervento.
Radici in Val di Susa e calendario di una mobilitazione
La Val di Susa è un corridoio alpino abitato e produttivo, attraversato nei secoli da scambi, eserciti, pellegrini e merci. È qui che, all’inizio degli anni Duemila, la prospettiva di una nuova grande infrastruttura ferroviaria si scontra con l’idea di autodeterminazione locale e con la memoria di un equilibrio ambientale delicato. Le prime assemblee riempiono le palestre comunali; nascono i presìdi permanenti; l’8 dicembre 2005, dopo giorni di tensione, la mobilitazione di Venaus segna uno spartiacque: una marcia di massa costringe a ripensare il cantiere, consolida un’identità collettiva e imprime alla parola No Tav una riconoscibilità nazionale. Negli anni successivi, altri passaggi simbolici — La Maddalena di Chiomonte nel 2011, i cortei estivi ai forti recinti di cantiere, le marce familiari sui sentieri — costruiscono un calendario civile del movimento, dove l’8 dicembre diventa rito e memoria.
Il radicamento locale non resta confinato alla valle. Con il tempo, il tema si nazionalizza: le vere e proprie carovane dalle città portano in valle studenti, lavoratori e attivisti, mentre la contro-narrazione No Tav approda nei consigli comunali, nelle università, nei media, nelle aule di tribunale. La geografia della protesta si allarga: Torino, Milano, Bologna e Roma ospitano iniziative a ondate; al contempo, in valle, la quotidianità della mobilitazione mette al centro assemblee, banchetti informativi, turni ai presìdi, camminate di documentazione, una contro-vigilanza sui cantieri e una costellazione di iniziative culturali — feste di comunità, presentazioni tecniche, scuole civiche sui temi ambientali — che fanno del No Tav una pratica di cittadinanza prima che un format di protesta.
Pratiche, linguaggi e organizzazione
Il come è parte essenziale della risposta su chi siano i No Tav. L’organizzazione è orizzontale, le decisioni passano per assemblee pubbliche, la bandiera bianca con la scritta NO TAV è il simbolo riconoscibile a ogni presidio. Il linguaggio è diretto, popolare: slogan come “A sarà düra” raccontano la perseveranza più che l’ideologia. A fianco delle marce e dei cortei, il repertorio prevede osservazioni tecniche nei procedimenti, ricorsi, audizioni nelle sedi istituzionali, analisi indipendenti su costi, benefici e alternative. Nel tempo, il movimento si è confrontato con diverse anime: quella più istituzionale, che privilegia la via amministrativa e il dialogo con gli enti; e quella più radicale, che affida alla disobbedienza civile e a forme anche conflittuali di resistenza la forza di interrompere o rallentare i lavori. Questa pluralità, per quanto talvolta segnata da frizioni interne e polemiche esterne, è stata funzionale a mantenere alta l’attenzione su un’opera tecnicamente complessa e politicamente divisiva.
Il lessico tecnico è un altro tratto identitario. Nei presìdi si parla con naturalezza di smarino, di TBM (le talpe meccaniche), di gallerie di sicurezza, di falda e microclimi. A furia di studiare carte e perizie, una parte consistente dei No Tav ha costruito una competenza diffusa che si traduce in proposte e richieste puntuali: rafforzare la linea storica potenziando segnalamento, sagome e stazioni di incrocio; liberalizzare davvero il mercato del trasporto merci su ferro; investire in manutenzione e intermodalità a corto raggio invece che in un mega-tunnel. È una visione che si misura con la cornice europea della TEN-T e con l’obiettivo di spostare traffico dalla gomma al ferro, ma che contesta l’idea che ciò passi necessariamente dalla Torino–Lione.
Numeri aggiornati dell’opera e cantieri nel 2025
Per capire chi sono i No Tav serve anche fissare, con rigore, che cosa contestano oggi. Il progetto chiave è il tunnel di base del Moncenisio tra Saint-Jean-de-Maurienne (Francia) e Susa (Italia), 57,5 chilometri a doppia canna, cuore dell’asse ferroviario Torino–Lione. L’insieme delle gallerie e diramazioni collegate supera i 160 chilometri, includendo pozzi di ventilazione, bypass di sicurezza e collegamenti agli imbocchi. Sono i numeri su cui si gioca il bilancio ambientale ed economico dell’opera e che spiegano perché il tema rimanga acceso.
Sul versante avanzamento lavori, a fine ottobre 2025 risultano scavati 45,3 chilometri complessivi di gallerie (pari a circa il 27,7% del totale), di cui 19,2 chilometri riferiti al tunnel di base del Moncenisio. Le facce di scavo attive sono diciotto tra Italia e Francia e, in Savoia, è partito lo scavo dal basso dell’ultimo dei quattro pozzi di ventilazione previsti ad Avrieux, con ritmi giornalieri indicati intorno ai 7–8 metri per la raise boring machine. Sono dettagli che restituiscono una fotografia in movimento dei cantieri, con attività sia in sotterraneo sia all’aperto su viadotti, svincoli e aree logistiche.
Il quadro finanziario si è aggiornato nel 2025. Per la sezione transfrontaliera — quella sotto la competenza di TELT — l’ultimo riferimento pubblico porta il costo del tunnel di base a 11,1 miliardi in euro 2012, che attualizzati corrispondono intorno a 14,7 miliardi a valori correnti. La dinamica riflette l’andamento dei prezzi delle materie prime, l’evoluzione dei progetti esecutivi e le sorprese geologiche. Sul fronte dei finanziamenti europei, la quota di cofinanziamento UE per la sezione transfrontaliera è arrivata fino al 50% all’interno del programma CEF, con assegnazioni però a tranche e non tali, da sole, a coprire l’intero fabbisogno pluriennale. L’ultima tornata ha visto, per esempio, stanziamenti per circa 700 milioni per il tunnel di base, mentre la discussione sui fondi per il periodo 2028–2034 resta aperta e legata all’avanzamento effettivo dei lavori.
Sul terreno, i riflettori in Italia sono puntati anche sulle opere connesse: dallo svincolo di Chiomonte sull’A32 al nuovo autoporto di San Didero, infrastruttura logistica destinata a rilocalizzare funzioni oggi presenti a Susa e a servire i flussi di cantiere. Nel 2025 Arpa Piemonte segnala per San Didero il completamento delle aree parcheggio e di edifici tecnici, con rampe in corso di realizzazione; la concessionaria Sitaf ha prorogato nel 2026 le ordinanze di sicurezza sulla tratta autostradale per gestire il cantiere del nuovo svincolo. È in questo perimetro che si sono concentrati, a ondate, presìdi e contestazioni.
Quanto alle tempistiche, le stime più citate negli ultimi anni collocano l’entrata in esercizio del tunnel di base nella prima metà degli anni Trenta, con un orizzonte indicativo tra 2033 e metà decade, sempre condizionato da scavi, appalti e collaudi. È un cronoprogramma che non riguarda solo il tunnel: resta aperto il capitolo delle tratte di accesso lato Italia e Francia, su cui si misurano scelte tecniche, costi e priorità di spesa dei due Paesi.
Ragioni dei No Tav e contro-argomentazioni
Le ragioni addotte dai No Tav sono tre. La prima è ambientale: in un contesto alpino fragile, gli scavi profondi e prolungati modificano il regime delle acque, incidono sui microclimi di gallerie e versanti, generano smarino da gestire in sicurezza e richiedono aree di cantiere estese, con effetti su boschi, coltivi e habitat. La gestione delle polveri, del rumore e del traffico indotto è tema quotidiano per i residenti dei centri più vicini agli imbocchi. La seconda è economica: l’opera assorbirebbe risorse prodigiose a fronte, sostengono i comitati, di benefici incerti e differiti nel tempo; nel frattempo, linea storica e trasporto regionale avrebbero bisogno di investimenti urgenti per aumentare affidabilità, sagome, interoperabilità e capacità reale, in modo da spostare da subito quote di merci dalla gomma al ferro. La terza è di utilità: secondo gli oppositori, i volumi di traffico odierni e prospettici non giustificano un tunnel di queste dimensioni; meglio aggiornare ciò che esiste che creare una nuova infrastruttura con un debito ambientale e finanziario di lunga durata.
Di fronte a queste posizioni, i sostenitori del progetto — governi, Unione Europea, TELT, mondi produttivi e parte dell’accademia — rispondono che la Torino–Lione è un anello strategico del Corridoio Mediterraneo TEN-T, decisivo per spostare merci dall’arco alpino su ferro, tagliare CO₂ e modernizzare collegamenti passeggeri e cargo fra Italia e Francia. La tecnologia degli scavi, aggiungono, è collaudata; le mitigazioni ambientali e i monitoraggi sono previsti e verificati da autorità indipendenti; il cofinanziamento europeo e le ricadute occupazionali compenserebbero parte degli oneri. Il confronto è dunque di merito: quale sia la soluzione più efficace e tempestiva per ottenere lo spostamento modale e quanto l’opera, così come progettata, sia proporzionata ai fabbisogni logistici dell’Italia del Nord-Ovest rispetto a alternative incrementali sulla linea storica.
In mezzo, restano dati e analisi da maneggiare con cautela. I No Tav citano serie storiche sul crollo dei traffici merci al Frejus negli anni Duemila e sull’underuse dell’infrastruttura esistente; i favorevoli replicano con orizzonti pluridecennali, la dimensione europea dei corridoi e la previsione di volumi futuri che giustificherebbero il salto di capacità. A dar sostanza al dibattito sono i cantieri reali: costi in salita nel 2025, assegnazioni UE per tranche, avanzamenti misurabili in chilometri di galleria, una logistica di cantiere sempre più estesa sul territorio. È precisamente su questi punti, concreti e verificabili, che i No Tav riconfermano la loro opposizione.
Politica, tribunali e percezione pubblica
La storia dei No Tav è anche un laboratorio politico. In oltre vent’anni, tutti i governi si sono misurati con la Torino–Lione, tra accelerazioni, pause, rinegoziazioni internazionali e aggiornamenti progettuali. In Val di Susa, amministrazioni comunali di orientamenti diversi hanno alternato sostegno alla protesta a posizioni più caute. A livello nazionale ed europeo, il tema è entrato di frequente nelle campagne elettorali, polarizzando gli schieramenti. Nel 2025, la cornice resta quella: spinta europea a completare i corridoi TEN-T, verifiche contabili e scelte prioritarie per le tratte di accesso, attenzione ai conti e alla spesa pubblica in un quadro macroeconomico non semplice. Sul territorio, la percezione pubblica è complessa: convivono orgoglio civico per la lunga mobilitazione, stanchezza per gli anni di conflitto e preoccupazione per un cantiere che — è il caso di San Didero — ridefinisce funzioni logistiche e occupazione locale, con timori su posti di lavoro da spostare o perdere.
Sul piano giudiziario, la cronaca registra procedimenti per reati di piazza e danni, così come assoluzioni e archiviazioni; la grande maggioranza delle iniziative No Tav resta comunque nel perimetro della protesta civile e della disobbedienza nonviolenta. Le punte di conflittualità — pur presenti — rappresentano una frazione della storia complessiva, che è fatta di partecipazione dal basso e monitoraggio civico. Questa distinzione è centrale per capire chi sono i No Tav al di là degli stereotipi: abitanti della valle e reti solidali che hanno trasformato una contestazione in cultura politica e conoscenza tecnica, mettendo all’ordine del giorno domande legittime su impatto, priorità e governance delle grandi opere.
La stessa comunicazione del movimento ha contribuito a costruire immaginario e lessico. I canali informali — siti, pagine social, giornali locali — hanno raccontato negli anni marce, assemblee, diffide e osservazioni. Accanto, media nazionali e internazionali hanno periodicamente riacceso i riflettori sul cantiere sotto le Alpi, alternando toni e prospettive. In tutto questo, l’opinione pubblica italiana ha maturato una familiarità con la sigla No Tav che va oltre la Val di Susa, fino a diventare sinonimo — a torto o a ragione — di opposizione a una grande opera. È una metonimia che aiuta a capire la forza del marchio, ma che rischia di appiattire la complessità di un movimento radicato, competente e plurale.
Prospettive e nodi ancora aperti
A fine 2025, i No Tav si muovono in un contesto dinamico. Da un lato, i cantieri avanzano con TBM e scavi tradizionali, pozzi di ventilazione e opere all’aperto; dall’altro, i costi aggiornati e il puzzle dei finanziamenti impongono scelte politiche e tecniche con effetti di lungo periodo. Il cofinanziamento UE resta un driver cruciale ma non scontato nella sua continuità e nel suo ammontare: Bruxelles finanzia quote della sezione transfrontaliera a condizioni e per finestra temporale, mentre le tratte di accesso pesano sui bilanci nazionali e sulle priorità di rete. In questo scenario, i No Tav insistono perché, prima di consolidare impegni ventennali, si compia un check indipendente su fabbisogni, alternative e tempi: modernizzazione della linea storica, miglior interoperabilità con standard europei, politiche di prezzo per i pedaggi ferroviari merci, intermodalità su scala sub-regionale e investimenti in manutenzione delle infrastrutture esistenti.
Un altro nodo riguarda la trasparenza. La disponibilità di dati aggiornati su avanzamento, criticità geologiche, varianti, perimetri di spesa e clausole dei cofinanziamenti è decisiva sia per il controllo democratico sia per la pianificazione industriale dei territori impattati. Dove la documentazione è aperta e consultabile, il conflitto si fa più razionale; dove i documenti sono parziali o tardivi, fioriscono diffidenze. I No Tav, in questo, hanno imparato a incrociare fonti: deliberazioni, report tecnici, aggiornamenti dei soggetti attuatori, verifiche degli enti indipendenti, bilanci, atti di gara. È un metodo che ha alzato l’asticella del dibattito pubblico e che viene ormai replicato in altre vertenze territoriali.
C’è poi la dimensione locale: l’effetto dei cantieri sulla vita quotidiana. I flussi di mezzi pesanti, i turni di cantiere, le modifiche alla viabilità, la nuova logistica dell’autoporto, la presenza di forze dell’ordine e barriere disegnano una valle diversa da quella di inizio anni Duemila. Qui i No Tav continuano a presidiare, documentare, segnalare. Il loro “essere” sta anche in questa vigilanza quotidiana, nella rete di mutuo aiuto e nella capacità di tenere insieme soggetti molto diversi attorno a obiettivi concreti: protezione dell’acqua, tutela dell’aria, riduzione dell’impronta del cantiere, salvaguardia delle economie locali, trasparenza sui conti, priorità al trasporto pendolare e merci di prossimità.
Infine, le prospettive. Se l’opera manterrà l’orizzonte della prima metà degli anni Trenta, il baricentro si sposterà sempre più dal se al come: come ridurre gli impatti residui, come distribuire i benefici, come garantire equità territoriale e tempi certi anche per gli interventi sulla rete esistente. I No Tav, con la loro capacità di mobilitazione e un bagaglio di esperienze unico in Italia, rimarranno interlocutori scomodi ma ineludibili per chi governa il progetto. Perché chi sono i No Tav, in definitiva, ce lo dice anche il tempo: cittadini che hanno trasformato una contestazione in una pratica di presidio civico, in una palestra democratica della valle e, volenti o nolenti, in un fattore di controllo su una delle più complesse opere europee.
Perché il tema resta centrale per l’Italia
Arrivare subito al punto aiuta a non perdersi: i No Tav sono gli oppositori organizzati alla Torino–Lione, un movimento popolare e intergenerazionale che, dalla Val di Susa, ha aperto un dibattito nazionale su priorità, costi, impatti e governance delle grandi opere. Nel 2025 i cantieri avanzano, i costi sono cresciuti rispetto alle stime originarie e gli stanziamenti UE procedono per fasi, mentre sul territorio si ridefiniscono funzioni logistiche come l’autoporto e si consolidano misure di cantiere su strade e aree sensibili. Sono fatti che spiegano perché la discussione non si esaurisce: in gioco non c’è solo un tunnel sotto le Alpi, ma che tipo di politica infrastrutturale voglia adottare l’Italia nella transizione ecologica e con risorse finite. Chi cerca di capire chi sono i No Tav trova dunque persone, famiglie, amministratori, tecnici, giovani e anziani che hanno scelto di partecipare: chi andando ai cortei, chi scrivendo osservazioni, chi tenendo accesa l’attenzione pubblica su dati e decisioni.
Al di là delle opinioni, questo è il valore reale che il movimento ha prodotto: ha costretto istituzioni e imprese a rendere conto, ha portato il tema dell’evidenza — numeri, monitoraggi, tracciabilità dei fondi — al centro, ha dimostrato che una comunità informata può dialogare alla pari con progettisti e decisori. E, mentre il cantiere scava chilometri di gallerie e la politica si interroga su priorità e tempi, la domanda pubblica resta limpida: quali benefici concreti, quanto costeranno e chi se ne farà carico. È su questo terreno, concreto e verificabile, che i No Tav continueranno a farsi sentire. Perché chi sono lo raccontano i loro atti, i dati che pretendono e il tempo che hanno saputo attraversare: vent’anni di partecipazione civile che, piaccia o meno, hanno cambiato il modo in cui in Italia si discute di grandi opere.
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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: Regione Piemonte, ARPA Piemonte, ANSA, Corriere della Sera, Rai News, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

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