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Chi può sostituire Guardiola al Manchester City?

Guardiola verso l’addio al City apre il rebus Maresca: eredità enorme, scelta italiana e futuro della Premier League in bilico a Manchester.

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Chi può sostituire Guardiola al Manchester City

Pep Guardiola è vicino a chiudere la sua avventura al Manchester City dopo dieci anni, una stagione prima della scadenza naturale del contratto. L’addio non è ancora stato trasformato in annuncio ufficiale del club, ma dentro e attorno all’Etihad l’aria è quella delle grandi sere che finiscono: saluti trattenuti, dettagli che pesano più delle dichiarazioni, una panchina che sembra già entrata nel suo ultimo giro di campo. Il nome più caldo per raccogliere l’eredità è quello di Enzo Maresca, tecnico italiano, ex collaboratore di Guardiola e profilo costruito proprio dentro quella scuola di calcio fatta di possesso, controllo, pressing e pazienza.

La notizia conta perché non riguarda soltanto il destino di un allenatore. Tocca il cuore del calcio europeo degli ultimi dieci anni. Guardiola ha cambiato il Manchester City da squadra ricca e ambiziosa in macchina di dominio, ha vinto tutto ciò che poteva vincere in Inghilterra, ha portato la Champions League, ha modellato il linguaggio della Premier League. Se davvero il passaggio sarà da Guardiola a Maresca, il club non cercherà una rivoluzione rumorosa, ma una successione quasi biologica: un allenatore che conosce il metodo, gli spazi, le abitudini e anche le ossessioni del City.

Il tempo consumato di Guardiola a Manchester

Guardiola arrivò al Manchester City nel 2016, dopo Barcellona e Bayern Monaco, con la fama del tecnico geniale ma anche con un dubbio addosso: la Premier League avrebbe resistito al suo calcio o lo avrebbe costretto a sporcarsi le mani? La risposta è arrivata in modo netto. Dopo un primo anno di adattamento, fatto di scosse, partite sgraziate e qualche lezione presa nei campi più ruvidi d’Inghilterra, il City è diventato un laboratorio feroce. Non bello per vanità. Bello perché spietato nel controllo.

In questi dieci anni Guardiola ha vinto sei Premier League, una Champions League, FA Cup, Coppe di Lega, Supercoppe, Mondiale per club. Il numero complessivo dei trofei cambia leggermente a seconda dei conteggi, perché non tutti pesano allo stesso modo nelle statistiche inglesi, ma la sostanza non si muove: il City ha vissuto con lui il periodo più ricco e riconoscibile della propria storia. Prima c’erano i soldi, certo. Con Guardiola è arrivata una grammatica. E nel calcio moderno, spesso, la grammatica vale quanto il mercato.

Il possibile addio ha anche una spiegazione umana. Dieci stagioni in Premier League sono una vita da cane da guardia, non una semplice permanenza. Allenare il City significa gestire un organico pieno di campioni, una pressione industriale, una fame senza pausa. Significa vincere e sentirsi chiedere perché non si è vinto meglio. Significa cambiare senza poter sembrare in transizione. Guardiola ha già lasciato intendere in passato di volersi fermare quando sarebbe finito il suo ciclo a Manchester. Non necessariamente ritirarsi, ma respirare. Staccare la presa. Guardare il calcio da lontano, almeno per un po’.

Qui sta la parte più interessante: non si tratterebbe di una fuga dopo un fallimento, ma di un’uscita da architetto che vede l’edificio ormai compiuto. Il City è ancora competitivo, ancora ricco, ancora pieno di giocatori capaci di decidere una partita con mezzo controllo orientato. Però il ciclo ha consumato energie, uomini, ruoli. Kevin De Bruyne non è più il sole di mezzogiorno di qualche anno fa, Bernardo Silva è stato più volte vicino all’uscita, Kyle Walker ha già attraversato la fase discendente, Rodri è diventato sempre più indispensabile. E quando una squadra dipende troppo dai propri pilastri, anche un genio comincia a sentire scricchiolii sotto il parquet.

Maresca non è un nome casuale

Enzo Maresca non compare per caso nella lista dei possibili successori. È italiano, ma non è il classico allenatore italiano da cliché: blocco basso, ripartenza, prudenza, mestiere antico. La sua identità è molto più ibrida. Ha giocato in Italia, Spagna, Grecia e Inghilterra, ha assorbito culture diverse, poi si è formato da tecnico dentro il City Football Group e accanto a Guardiola. È stato allenatore dell’Under 23 del Manchester City, poi collaboratore della prima squadra nella stagione del grande salto europeo. Non un turista del metodo, insomma. Uno che lo ha visto da dentro, con l’odore dell’erba bagnata e delle riunioni video ancora addosso.

La sua esperienza al Leicester è stata la prima vera prova da allenatore riconoscibile. Ha preso una squadra caduta dalla Premier League e l’ha riportata in alto con un calcio di controllo, a tratti dominante, a tratti fragile come spesso accade quando si pretende di comandare il gioco ogni tre giorni. Poi il Chelsea, una panchina dove anche i tecnici bravi spesso sembrano camminare dentro una stanza piena di specchi rotti. Maresca ha mostrato idee, ha avuto momenti convincenti, ha pagato un contesto complicato e una rosa piena di talento non sempre semplice da ordinare.

Per il City, la qualità principale di Maresca non sarebbe il curriculum puro. Non ancora. Sarebbe la compatibilità. Sa cosa significa costruire dal portiere, sa perché un terzino deve entrare dentro il campo e non restare incollato alla riga, sa come si crea una superiorità numerica a centrocampo senza urlarla al mondo. Conosce l’idea del falso nove, dei centrali larghi, del mediano che si abbassa, degli esterni che restano larghi come fari sulla costa. Ma soprattutto conosce la pazienza. E il City, senza Guardiola, avrà bisogno proprio di quella: pazienza per non trasformare ogni pareggio in referendum.

C’è anche un dettaglio simbolico: Maresca sarebbe un allenatore italiano sulla panchina più guardioliana d’Europa. Una specie di cortocircuito elegante. L’Italia ha prodotto tecnici di difesa, di transizione, di gestione emotiva, di competizione feroce. Maresca appartiene a un filone diverso, più vicino alla Spagna che alla vecchia Serie A, ma conserva una certa attenzione italiana al dettaglio. La posizione del corpo, la copertura preventiva, il tempo della pressione. Non solo possesso per possedere. Possesso per evitare il caos.

La continuità come scelta del club

Il Manchester City non ragiona più come un club che compra il nome più rumoroso disponibile. Ragiona come una struttura. Da anni costruisce gerarchie, staff, aree tecniche, reti di osservatori, modelli di gioco ripetibili. Per questo la successione di Guardiola non può essere letta come il mercato degli allenatori di una squadra qualunque. Qui non si tratta soltanto di scegliere chi va in panchina. Si tratta di decidere quanto City deve restare nel City.

Maresca garantirebbe continuità linguistica. Non costringerebbe la rosa a imparare da zero un altro sport. Non chiederebbe a difensori abituati a giocare a quaranta metri dalla porta di rifugiarsi improvvisamente nella propria area. Non trasformerebbe centrocampisti di possesso in corridori senza palla. Per una società che ha investito anni nel costruire giocatori adatti a un certo tipo di dominio, questa continuità ha un valore enorme. È meno cinematografica di un grande nome straniero, ma forse più razionale per il City.

La continuità, però, può diventare anche trappola. Il nuovo allenatore rischierebbe di essere giudicato non per ciò che farà, ma per ciò che non sarà. Non sarà Guardiola. Non avrà la stessa autorità immediata, la stessa biblioteca tattica, lo stesso magnetismo un po’ ruvido, quella capacità di inventare una soluzione che il giorno prima pareva assurda e il giorno dopo diventa moda. Maresca dovrebbe entrare in una casa dove ogni parete porta ancora le impronte del precedente proprietario. E non basterebbe cambiare un quadro.

Che cosa perderebbe davvero il City

La perdita più grande non sarebbe soltanto tecnica. Il City perderebbe una forma di certezza. Guardiola, anche quando sbaglia, dà un senso alle cose. Spiega il caos. Trasforma una sconfitta in un problema di distanze, una crisi in un tema di energia, un infortunio in un’occasione per cambiare struttura. Intorno a lui tutto sembra interpretabile. Senza di lui, il club rischia di scoprire un rumore nuovo: il rumore delle domande senza risposta immediata.

In campo, il City potrebbe perdere alcune abitudini quasi invisibili. Il modo in cui la squadra accorcia dopo una palla persa. La calma con cui i centrali difensivi palleggiano sotto pressione. L’uso del portiere come primo regista. La gestione dei minuti morti, quando la partita sembra addormentata e invece il City sta soltanto scegliendo dove colpire. Sono dettagli che non si comprano al supermercato. Si coltivano ogni giorno, come piante difficili, e basta poco per farle seccare.

Poi c’è la gestione dei campioni. Guardiola ha avuto discussioni, attriti, addii pesanti. Ma quasi sempre è riuscito a mantenere lo spogliatoio dentro una tensione produttiva. Con lui, anche chi giocava meno sentiva di appartenere a un progetto enorme. Il successore dovrà convincere stelle abituate al massimo livello che il dopo-Guardiola non sarà un ridimensionamento. Dovrà parlare ai veterani, ma anche ai nuovi. Dovrà proteggere Phil Foden, esaltare Erling Haaland, non spegnere Rodri, ricostruire magari un centrocampo, gestire il mercato, contenere l’ansia dei tifosi. Tutto insieme. Una panchina, sì. Ma anche una cabina di comando in mezzo alla tempesta.

Haaland è un caso nel caso. Con Guardiola ha imparato a stare dentro una squadra che non vive soltanto per servirlo. Ha segnato tantissimo, ma ha anche dovuto accettare partite in cui il suo lavoro era aprire spazi, aspettare, sacrificarsi in una gabbia di passaggi. Un nuovo allenatore potrebbe cercare un City più verticale, più diretto verso il norvegese. Ma se si esagera, la squadra perde una parte della propria identità. Se si resta troppo fedeli al passato, invece, si rischia di non sfruttare abbastanza il centravanti più devastante del calcio europeo. Ecco il filo sottile.

Il rischio Ferguson, l’ombra più ingombrante

Ogni grande successione inglese finisce per tornare lì: Manchester United, 2013, addio di Alex Ferguson, arrivo di David Moyes, crollo di un impero. Il paragone è inevitabile, anche se non perfetto. Il City di oggi ha una struttura più moderna, più internazionale, meno dipendente da un solo uomo rispetto allo United di allora. Ma Guardiola è stato comunque più di un allenatore. È stato identità, marchio, metodo, calamita per giocatori e collaboratori.

La differenza principale è che il City sembra prepararsi da tempo. Non si sveglia all’improvviso con una panchina vuota. Il nome di Maresca circola proprio perché la dirigenza conosce il valore della transizione morbida. Hugo Viana, nuovo uomo forte dell’area sportiva dopo l’era Txiki Begiristain, si troverebbe davanti a una prova delicatissima: proteggere l’eredità senza congelarla. Perché un club che prova a copiare se stesso rischia di diventare museo. E il calcio, quando sente odore di museo, passa oltre.

Maresca dovrebbe quindi fare una cosa difficile: essere abbastanza guardioliano da non rompere il giocattolo, abbastanza personale da non sembrare un supplente. Il suo City non potrebbe essere una fotocopia. Le fotocopie, nel calcio, sbiadiscono in fretta. Dovrebbe scegliere alcune fedeltà e alcune rotture. Magari meno possesso sterile in certe gare, più attacco della profondità, un uso diverso delle mezzali, una gestione più elastica del pressing. Piccoli spostamenti, non terremoti. Il bisturi, non il martello.

La panchina italiana e il fascino della Premier

Per il calcio italiano, l’eventuale arrivo di Maresca al Manchester City avrebbe un peso enorme. Non sarebbe soltanto un altro tecnico all’estero. Sarebbe un italiano chiamato a guidare il club più sofisticato della Premier League recente, dopo l’allenatore che più di tutti ha influenzato il gioco contemporaneo. Una consacrazione e insieme una trappola narrativa. Perché in Italia, spesso, gli allenatori vengono raccontati come maestri di furbizia e adattamento. Maresca porterebbe invece un’idea di allenatore italiano diversa, più europea, più posizionale, meno legata al vecchio artigianato della fase difensiva.

La Premier League ha già accolto tecnici italiani con fortune diverse: Ancelotti, Conte, Ranieri, De Zerbi, Sarri. Ognuno ha lasciato un’impronta, un accento, una discussione. Ma il City è un’altra cosa. Non è un club che chiede soltanto risultati. Chiede controllo estetico e tecnico, chiede di vincere senza perdere la propria figura. È come guidare una macchina da corsa su una strada piena di telecamere: se arrivi primo ma sbandi troppo, qualcuno storce comunque il naso.

Maresca avrebbe dalla sua la conoscenza della lingua calcistica inglese, ma dovrebbe affrontare il sospetto naturale verso chi eredita un gigante. Gli verrebbero rinfacciate le sconfitte prima ancora delle scelte. Ogni formazione sarebbe confrontata con quelle di Guardiola. Ogni cambio tardivo diventerebbe una sentenza. Ogni vittoria larga, paradossalmente, verrebbe letta come merito dell’eredità ricevuta. È il destino dei successori: quando vincono, hanno ricevuto una grande squadra; quando perdono, non sono all’altezza del trono.

Ma c’è un altro lato. Proprio perché conosce Guardiola, Maresca potrebbe avere meno paura del fantasma. Lo ha visto lavorare da vicino, non lo ha soltanto studiato nei video. Sa che dietro il mito ci sono discussioni, errori, prove, sedute ripetute fino alla nausea. Il guardiolismo, visto da fuori, sembra una geometria perfetta. Da dentro è officina: rumore, limature, viti strette, pezzi cambiati all’ultimo. Chi conosce quell’officina può entrarci senza restare paralizzato dalla sua eleganza.

Le prossime ore tra campo, classifica e annuncio

Il calendario aggiunge teatro a una vicenda già carica. Il City deve chiudere la stagione di Premier League con gli ultimi impegni, mentre la corsa al titolo resta legata anche ai risultati dell’Arsenal. In questo scenario, ogni dettaglio diventa indizio: una conferenza stampa, un applauso più lungo, una foto con lo staff, un sorriso stanco, una frase lasciata cadere. Il calcio moderno legge tutto, anche il modo in cui un allenatore attraversa il tunnel.

Guardiola, da parte sua, ha sempre saputo usare l’ambiguità. Quando non vuole rispondere, risponde lo stesso. Una battuta, una smorfia, una frase tagliata. Può dire di avere un anno di contratto e allo stesso tempo lasciare aperta la porta all’addio. Può minimizzare una voce e renderla più grande proprio con il gesto di scansarla. È anche questo il suo potere mediatico: non soltanto vincere, ma costringere tutti a interpretarlo.

Il City, se annuncerà davvero la separazione, dovrà scegliere tempi e tono. Un addio di Guardiola non può essere nascosto in una nota fredda. Serve una liturgia. Dieci anni, una Champions, Premier vinte in serie, record, dominio, rivoluzioni tattiche. L’ultima gara in casa contro l’Aston Villa potrebbe diventare il palcoscenico naturale per il saluto, con l’Etihad trasformato in una grande memoria azzurra. Ma il club dovrà anche evitare che la celebrazione cancelli il futuro. Salutare bene, preparare meglio.

Il mercato sarà il primo banco di prova. Un nuovo allenatore, soprattutto se sarà Maresca, avrà bisogno di chiarezza rapida: quali giocatori restano, quali sono vendibili, quali ruoli vanno rifatti. Il City non può permettersi un’estate sentimentale. L’eredità di Guardiola va onorata, ma il campionato non aspetta. Liverpool, Arsenal, Chelsea, Manchester United, Tottenham, Newcastle: tutti cercheranno di capire se l’uscita di Pep apre una fessura. E in Premier League una fessura diventa porta nel giro di tre partite.

L’eredità pesa, ma non gioca al posto tuo

Il punto vero è questo: Guardiola lascerebbe al Manchester City un’eredità gigantesca, ma non una garanzia. Le idee restano, i trofei restano, il metodo resta in parte. Però il calcio ricomincia sempre da un pallone messo a centrocampo, da una marcatura saltata, da una trasferta fredda, da un infortunio che cambia i piani. Anche il sistema più raffinato ha bisogno di qualcuno che lo tenga vivo.

Maresca, se sarà davvero lui, non dovrà dimostrare di essere Guardiola. Sarebbe impossibile e anche inutile. Dovrà dimostrare di sapere abitare il dopo, che è una cosa diversa. Prendere una squadra educata al controllo e darle una voce propria. Conservare il meglio senza diventare custode di un tempio. Accettare che il primo mese sarà pieno di paragoni, il secondo pure, forse anche il terzo. Poi parlerà il campo, come sempre, con la sua lingua secca.

L’addio di Guardiola al City, se confermato, chiuderebbe uno dei capitoli più influenti del calcio contemporaneo. Non solo per i trofei. Per il modo in cui ha spostato l’immaginario della Premier League: il campionato della corsa e dei duelli diventato anche campionato della posizione, del palleggio, della pressione scientifica. Un italiano come Maresca al suo posto sarebbe una scelta coerente e rischiosa insieme, una mano tesa al passato e una scommessa sul futuro. Il City ha imparato a dominare con Pep. Ora deve imparare una cosa più difficile: continuare a essere se stesso quando Pep non sarà più lì.

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