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Chi costruì la Torre di Pisa e perché il suo nome è ancora discusso
Documenti, ipotesi e restauri: la storia reale del campanile di Pisa, tra autori contesi e una pendenza diventata simbolo.

La risposta breve è meno netta di quanto sembri: l’avvio dei lavori è legato a Bonanno Pisano, ma la costruzione del celebre campanile fu un cantiere lungo quasi due secoli, passato di mano, interrotto, ripensato e corretto più volte. È proprio questa stratificazione a rendere la torre un oggetto storico raro: non la firma di un solo uomo, ma il risultato di una sequenza di scelte, riprese e correzioni che hanno attraversato il XII e il XIV secolo.
Il punto decisivo, però, non è solo il nome dell’architetto. Per capire davvero chi ha costruito la Torre di Pisa bisogna guardare ai documenti, alle ipotesi degli storici, ai segni lasciati sulla pietra e al contesto tecnico di una città marinara che voleva mostrarsi potente, colta e capace di tradurre il proprio prestigio in marmo bianco. Il campanile nacque come parte del complesso della cattedrale di Santa Maria Assunta, in Piazza dei Miracoli, e divenne presto un problema di geologia prima ancora che un capolavoro di architettura.
Il nome che compare all’origine del cantiere
Il candidato più solido resta Bonanno Pisano. La tradizione, rilanciata da Giorgio Vasari, attribuisce a lui l’impostazione iniziale dell’opera, e l’ipotesi è stata rafforzata da ritrovamenti ottocenteschi che riportano il suo nome in prossimità del monumento. Una pietra tombale murata nell’atrio dell’edificio e un frammento epigrafico rinvenuto nel 1838 hanno alimentato per decenni l’idea che il maestro pisano fosse il responsabile della prima fase del progetto.
Questo non significa che Bonanno abbia disegnato ogni dettaglio della torre come la vediamo oggi. Nell’età medievale i cantieri erano organismi vivi, con maestranze, capomastri, scultori, tecnici della pietra e responsabili dell’Opera del Duomo che si alternavano alla guida dei lavori. Il nome dell’autore, insomma, non coincideva sempre con quello dell’unico artefice. E nel caso di Pisa, la documentazione è parziale, frammentaria, a tratti ambigua.
Bonanno Pisano era un artista attivo nella Pisa del XII secolo, noto anche per la porta bronzea del duomo. La sua figura ha un peso storico concreto, non solo simbolico. Che sia stato lui a iniziare il campanile nel 1173 appare oggi l’ipotesi più accreditata, anche se non assoluta. In un cantiere medievale, la parola inizio vale spesso più della parola progetto: chi posa la prima pietra non è sempre chi controlla tutto il resto.
La questione dell’autore unico è moderna, quasi ossessiva. Nel Medioevo contava molto di più la continuità del cantiere che la firma individuale.
Le altre ipotesi: Diotisalvi, Gherardi e il problema delle fonti
Prima di Bonanno, e accanto a lui, gli storici hanno guardato anche ad altri nomi. Alcuni studi hanno proposto Diotisalvi, architetto pisano impegnato nello stesso periodo nel battistero, sottolineando le somiglianze tra i due edifici, soprattutto nel sistema delle fondazioni e nella logica costruttiva. Altri hanno suggerito Gherardi, figura meno definita ma presente nel mosaico delle attribuzioni medievali pisane.
Il problema è che la documentazione non conserva un verbale del cantiere, né un atto di committenza capace di togliere ogni dubbio. Ci si muove tra indizi, analogie stilistiche, riferimenti posteriori e letture critiche stratificate nel tempo. È una materia da archivio e da scalpello insieme. Quando i documenti non bastano, gli studiosi osservano la pietra come si ascolta una voce registrata male: il timbro arriva, ma il nome resta sfocato.
La tesi più prudente oggi è questa: Bonanno Pisano avrebbe avviato i lavori, ma il campanile fu poi completato e rimaneggiato da altri maestri, in particolare Giovanni di Simone e Giovanni Pisano nella fase successiva. La torre non è il frutto di una biografia lineare; è piuttosto una biografia a episodi, con salti, ritorni e una lunga sospensione centrale che ne ha cambiato il destino.
Il cantiere del 1173 e il primo cedimento del terreno
I lavori iniziarono il 9 agosto 1173, quando vennero gettate le fondamenta. Già questo dato dice molto: l’edificio nasce in un terreno che sembrava solido quanto basta, ma che in realtà nascondeva un sottosuolo instabile, fatto di argilla molle e sedimenti saturi d’acqua. Oggi si parla di terreno normalconsolidato, un’espressione tecnica per indicare un suolo che ha sostenuto da tempo il proprio peso ma resta povero di resistenza sotto carichi nuovi e asimmetrici.
La prima fase fu interrotta al terzo piano, non per un capriccio estetico ma per un problema fisico netto: il campanile cominciò a inclinarsi. Il cedimento differenziale della fondazione fece ruotare la struttura come una nave che perde assetto da un lato. Non si trattò di un difetto secondario, bensì del cuore stesso della vicenda. La torre non nacque storta; divenne storta mentre stava crescendo.
Questo dettaglio è essenziale perché smonta un mito resistente: l’idea che qualcuno l’abbia progettata apposta inclinata. Le verifiche ottocentesche e gli studi successivi hanno mostrato che l’inclinazione non era prevista. Anzi, i restauri del XIX secolo servirono proprio a smentire quella lettura romantica e un po’ comoda. Il terreno, non l’intenzione, ha scritto la prima piega del monumento.
La ripresa dei lavori nel XIII secolo e il ruolo di Giovanni di Simone
Quando il cantiere riprese nel 1275, il contesto era cambiato. La Repubblica di Pisa aveva bisogno di una risposta tecnica a un problema ormai evidente: il campanile andava completato senza aggravare la pendenza. I lavori vennero affidati a Giovanni di Simone, insieme a Giovanni Pisano secondo alcune ricostruzioni. La soluzione adottata fu ingegnosa e imperfetta allo stesso tempo: costruire i piani superiori cercando di compensare l’inclinazione con una lieve correzione opposta.
Il risultato è visibile ancora oggi. I livelli aggiunti dopo l’arresto tendono a incurvarsi in senso contrario rispetto alla parte inferiore. Non è un trucco ottico, ma una risposta tecnica a una deformazione già in atto. In altre parole, gli architetti medievali non si arresero al difetto: provarono a negoziarlo con la materia. La torre, invece di raddrizzarsi, assunse quella linea dolcemente spezzata che la rende inconfondibile.
Giovanni di Simone è una figura chiave perché rappresenta la fase di adattamento. Non è il nome che apre il cantiere, ma quello che cerca di salvarlo. È anche il motivo per cui parlare di un solo costruttore rischia di semplificare troppo. Il campanile è il prodotto di una catena di competenze, e il suo aspetto finale deriva tanto da chi progettò quanto da chi dovette correggere gli errori del progetto iniziale.
La torre non è la prova di un fallimento medievale. È la prova che i costruttori medievali sapevano lavorare con l’errore senza fingere che non esistesse.
Perché la torre pende e perché non è caduta
La pendenza deriva dal sottosuolo, non dalla struttura in sé. Pisa sorge su terreni alluvionali, con sabbie, argille e livelli d’acqua sotterranea che reagiscono male ai carichi pesanti e disomogenei. Il peso del campanile, oltre 14.000 tonnellate, si distribuisce su una base ampia ma costruita su un supporto troppo cedevole. Quando una parte della fondazione scende più dell’altra, l’asse verticale si sposta. È un meccanismo semplice da descrivere, brutale da correggere.
Il motivo per cui non è crollata dipende da vari fattori: la forma cilindrica, la massa distribuita in modo relativamente regolare, il lavoro di consolidamento del Novecento e soprattutto il fatto che il baricentro, per lunghi tratti, è rimasto entro il poligono di base. Questa è la soglia tecnica che separa una pendenza spettacolare da un collasso. La torre ha vissuto per decenni vicino al limite, ma non oltre.
Negli anni Novanta la situazione divenne seria. L’inclinazione era arrivata a valori tali da far temere il peggio. Nel 1990 fu istituito un comitato internazionale di salvaguardia, e i lavori proseguirono fino al 2001 con una combinazione di cerchiature metalliche, contrappesi, tiranti e sotto-escavazione del terreno sul lato nord. Dal 2008 la pendenza si è stabilizzata intorno a 3,97 gradi, con una sicurezza stimata per almeno tre secoli.
Il salvataggio moderno: ingegneria, pazienza e centimetri
Il restauro contemporaneo fu una battaglia contro i millimetri. Prima si cercò di frenare il movimento, poi di correggerlo con una sotto-escavazione controllata che tolse terra dal lato opposto alla pendenza. Il principio è quasi controintuitivo: per salvare una torre inclinata, si rimuove suolo in modo calibrato, lasciando che il monumento ruoti lentamente verso una posizione più sicura. Non è una manovra da cantiere ordinario; è chirurgia geotecnica.
Durante gli interventi furono usati anche contrappesi in piombo e dispositivi di ancoraggio temporanei. Le operazioni richiesero monitoraggi continui, simulazioni e un’attenzione maniacale ai movimenti della struttura. Ogni variazione era misurata in frazioni di millimetro. La torre, da simbolo turistico, divenne per anni un laboratorio di ingegneria civile osservato da mezzo mondo.
Il dato più sorprendente non è soltanto che sia stata salvata, ma come. Non con una demolizione del difetto, bensì con una sua domestica riduzione. Oggi il campanile appare ancora inclinato, perché cancellarne del tutto la pendenza avrebbe significato snaturarlo. Il restauro non ha cercato una torre nuova; ha protetto quella reale, con la sua cicatrice storica e il suo equilibrio precario, ma ormai controllato.
Misure, struttura e dettagli che spesso vengono ignorati
La Torre di Pisa misura 58,36 metri dal piano di fondazione, pesa circa 14.453 tonnellate e conta 296 scalini fino alla cella campanaria. La base esterna ha un diametro di 15,484 metri, mentre la fondazione arriva a 19,58 metri. Sono cifre che aiutano a capire la scala del problema: un oggetto così massiccio, poggiato su un suolo fragile, è una sfida fisica prima ancora che artistica.
La struttura incorpora due ambienti principali: la sala del Pesce alla base, così chiamata per un bassorilievo con un pesce, e la cella campanaria in cima. Tra questi punti si sviluppano rampe e scale che accompagnano il visitatore attraverso la spirale interna del campanile. Il corpo dell’edificio è scandito da loggette, arcate cieche e ordini sovrapposti che alleggeriscono visivamente una massa in realtà imponente.
Molti immaginano la torre come un oggetto semplice, quasi un cilindro puro. In realtà la sua geometria è più nervosa. La linea curva delle logge, l’asimmetria indotta dall’inclinazione, la differenza tra lato alto e lato basso, tutto contribuisce a un effetto di movimento congelato. È una macchina medievale che sembra piegarsi, ma non si spezza. Ed è proprio lì che il monumento smette di essere una cartolina e diventa architettura vera.
Le campane e il suono della torre
La cella campanaria ospita sette campane. La più grande è l’Assunta, poi ci sono il Crocifisso, San Ranieri, Dal Pozzo, Pasquereccia, Di Terza e Vespruccio. Ognuna ha una storia propria, un peso preciso e una nota musicale definita. In passato erano legate ai momenti della liturgia e della giornata, quasi fossero una piccola agenda sonora della città.
Oggi le campane suonano soprattutto in occasione delle messe e a mezzogiorno tramite un sistema meccanico, ma durante la festa di San Ranieri tornano i campanari, con la loro esecuzione manuale. Il suono cambia quando è prodotto da mani umane: ha irregolarità, pause, piccole asimmetrie che la macchina non sa imitare. In quel momento il campanile non è più solo un simbolo da fotografare, ma un corpo acustico che parla alla città.
Tra le campane, la più antica è la Pasquereccia, fusa nel 1262. È anche uno dei pezzi che aiutano a leggere la continuità del monumento nel tempo. La torre non è congelata nel Medioevo: ha subito rifusioni, sostituzioni, danni bellici e aggiornamenti. Anche il bronzo, come la pietra, ha dovuto adattarsi al passare dei secoli.
Galileo, la leggenda e il bisogno di raccontare la torre come un mito
La storia di Galileo che lascia cadere due sfere dalla torre è una leggenda tenace. È plausibile come immagine, coerente con gli esperimenti sulla caduta dei gravi che lo scienziato condusse a Pisa, ma le fonti dirette sono incerte. La forza della leggenda non sta nella prova documentaria, bensì nella sua capacità di collegare il monumento a una svolta del pensiero scientifico. La torre diventa così un palco per la fisica moderna prima ancora che un’icona turistica.
Le città amano le storie che sanno raccontarsi da sole, e Pisa non fa eccezione. Il campanile inclinato è perfetto per i racconti di genialità, errore, destino e riscatto. Ogni epoca lo ha piegato un po’ al proprio linguaggio: il Medioevo lo ha costruito, l’Ottocento lo ha studiato, il Novecento lo ha quasi danneggiato di nuovo, il Duemila lo ha trasformato in un caso di conservazione esemplare.
Ma il mito funziona solo perché poggia su un fatto reale. La torre è davvero il luogo dove si intrecciano scienza, architettura e geologia. E questo basta, senza doverle appiccicare addosso ogni leggenda utile al folklore. Il suo fascino è già sufficiente: una struttura nata per stare dritta che vive da secoli in lieve disaccordo con la gravità.
Un simbolo costruito da molti e salvato da molti altri
Alla domanda su chi costruì la Torre di Pisa, la risposta più onesta è collettiva. Bonanno Pisano avviò probabilmente il cantiere; Diotisalvi e altri nomi compaiono come possibili riferimenti nella fase iniziale; Giovanni di Simone e, secondo alcune attribuzioni, Giovanni Pisano intervennero nella ripresa e nel completamento. Intorno a loro lavorarono maestranze, lapicidi, fonditori, tecnici dell’Opera del Duomo e restauratori di epoche successive. La torre è un prodotto corale, come lo sono quasi tutte le grandi architetture medievali.
Questo dato non la indebolisce, anzi la rende più vera. I monumenti più celebri non nascono quasi mai da un solo gesto puro. Nascono da una serie di compromessi tra ambizione e limite, tra pietra e suolo, tra desiderio di durata e necessità di correzione. Pisa ha avuto il merito di conservare proprio questo equilibrio instabile, senza cancellare la ferita che l’ha resa celebre.
La Torre di Pisa resta un caso raro di bellezza involontaria diventata patrimonio storico. Non è solo un campanile, non è solo un errore ingegneristico, non è solo un’attrazione mondiale. È la traccia visibile di una città che ha lasciato che il tempo, il terreno e gli uomini scrivessero insieme la stessa pagina. E il nome di chi l’ha costruita, ancora oggi, va letto al plurale più che al singolare.

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