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Chi è Mattia Furlani: i genitori, il salto in lungo, la Roma…

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un atleta di colore fa il salto in lungo

Crediti della foto: 2017 Canada Summer Games

Mattia Furlani, talento azzurro del lungo: oro mondiale a Tokyo, bronzo olimpico, record U20. Storia, famiglia, allenamenti e Roma nel cuore.

Mattia Furlani è il nuovo volto mondiale del salto in lungo. A vent’anni ha portato l’Italia sul tetto del mondo con 8,39 a Tokyo, il salto della consacrazione che ha chiuso un biennio folgorante: bronzo olimpico a Parigi 2024, titolo iridato indoor a Nanchino 2025 e una costanza di rendimento da atleta maturo, nonostante l’età. Il ragazzo dei Castelli Romani cresciuto a Rieti è diventato, in pochi mesi, la risposta più credibile alla domanda che lo sport fa a chi osa: reggere la pressione, aggiustare la rincorsa quando serve e piazzare la misura giusta nel momento che conta.

Il suo nome non vive solo nella cifra dei centimetri. Chi è, cosa fa, quando e dove è esploso, perché ha convinto tutti: Furlani è un figlio d’arte con un bagaglio motorio ricchissimo (alto, sprint, basket) trasformato in una tecnica pulita e ripetibile. L’Italia lo ha visto esplodere indoor con il record nazionale a 8,34 e poi all’aperto con il primato mondiale U20 a 8,36; l’Europa lo ha applaudito con l’argento a Roma 2024; il mondo lo ha abbracciato con due ori in un anno (pista coperta e outdoor). Indossa la maglia delle Fiamme Oro, allena testa e corpo in una bottega di famiglia dove i dettagli vengono lavorati come oro fino. Il perché del suo successo è iscritto lì: talento, metodo, serenità competitiva.

Radici, famiglia e un talento fatto in casa

Marino, 7 febbraio 2005: qui nasce Mattia. Cresce tra Grottaferrata e Rieti, città che diventerà la sua base tecnica e affettiva. In casa Furlani l’atletica non è un passatempo, è una lingua madre. Il padre Marcello è stato un ottimo altista da 2,27; la madre Khadidiatou (Khaty) Seck, ex velocista con radici senegalesi, oggi è presenza quotidiana in allenamento, punto di riferimento per organizzazione, sensibilità e gestione delle sedute. C’è anche la sorella Erika, altista di valore internazionale. Una famiglia intera intorno alla pedana: chi corregge l’appoggio, chi guarda il busto, chi ascolta il respiro tra un salto e l’altro. È un laboratorio artigianale in cui si costruiscono schemi, si registrano sensazioni, si misura l’errore e lo si trasforma in progresso.

A Rieti, allo Stadio Raul Guidobaldi, Furlani ha trovato il luogo ideale per crescere, prima con la Studentesca Andrea Milardi e poi con le Fiamme Oro. Qui ha imparato una cosa che vale quanto un appoggio in tavoletta: la pazienza. Da bambino ha diviso energie tra pedana e basket, lasciando che la multidisciplinarità sviluppasse coordinazione, ritmo, senso del tempo. Quando poi il lungo è diventato “casa”, portava con sé l’elasticità dell’altista e l’esplosività di uno sprinter. Nulla, nella sua tecnica, è nato per caso: è il risultato di anni spesi a sentire il corpo, a trovare la battuta senza “sfondare” la tavola, a trasformare la velocità in spinta verticale senza disperderla nella sabbia.

Dalle giovanili all’élite mondiale

Il primo spartiacque arriva nel 2022: doppio oro agli Europei U18 di Gerusalemme in alto e lungo. È il segnale che la stoffa c’è e che il bagaglio motorio è un vantaggio competitivo. Nel 2023, a Savona, sfiora l’impossibile con 8,44 ventoso: misura non omologabile, ma sufficiente per capire che la frontiera si può davvero spostare. La stagione indoor 2024 è la leva che apre la porta dei grandi: 8,34 ad Ancona, record italiano e migliore prestazione al mondo U20 al coperto. Un mese dopo, sempre a Savona, ecco 8,36: primato mondiale U20 all’aperto. Quello che sembrava un lampo diventa percorso.

Roma 2024 è il palcoscenico ideale per presentarsi all’Europa dei grandi. Nella notte dello Stadio Olimpico, 8,38 vale l’argento continentale dietro a un fenomeno come Miltiadis Tentoglou. Poi Parigi: ai Giochi olimpici 8,34 gli mette al collo un bronzo di peso specifico enorme, non solo per la medaglia in sé, ma perché certifica la sua competitività in un contesto massimo. Nel 2025, il passo successivo è naturale e difficilissimo: Nanchino gli consegna l’oro ai Mondiali indoor con 8,30, Tokyo — pochi mesi dopo — lo incorona campione del mondo all’aperto con 8,39, il personale della vita arrivato al quinto tentativo dopo una gara governata con intelligenza, tra assestamenti di rincorsa e nervi saldi. In due stagioni, una sequenza che vale una tesi: continuità sopra gli 8,20, stabilità su 8,30, picchi in grado di spaccare la gara.

Il valore dell’impresa aumenta se guardiamo il contesto. Il lungo vive una stagione d’oro: Tentoglou, Pinnock, Gayle, Ehammer, Shi Yuhao rappresentano un livello medio altissimo. Eppure, nei giorni decisivi, Furlani non si fa travolgere dal confronto: ascolta i piedi, aggiusta la distanza dagli ultimi appoggi, trova l’angolo di stacco e lascia andare il salto. La lucidità con cui legge le gare sembra appartenere a uno con il doppio dei suoi anni in pedana.

Tecnica, metodo e testa: perché salta così lontano

La firma biomeccanica di Furlani è nella rincorsa: progressione fluida, ultimi tre appoggi compatti e veloci, piede che “disegna” la tavola invece di colpirla. La velocità è alta ma controllata, la trasformazione orizzontale–verticale è efficiente: il ginocchio non collassa, l’anca non si “siede”, il busto resta stabile. In volo non cerca effetti speciali: tiene e accompagna, pensa a uscire pulito dalla sabbia, perché ogni centimetro pesa. Nelle giornate buone lo capisci presto: la battuta è secca, la sabbia “suona” giusta, la misura arriva in sequenza.

Il metodo di lavoro è costruito su blocchi: forza elastica e reattività, velocità pura, tecnica dello stacco, core e prevenzione. Pochi salti, ma buoni in allenamento, proprio per non disperdere la brillantezza neuromuscolare che lo rende competitivo anche alla quinta–sesta prova. La gestione della stagione è altrettanto chirurgica: si sceglie dove correre, si pesa la Diamond League, si arriva agli appuntamenti chiave con energia alta. È il contrario del “tutto e subito”: progressione, misura, ripetibilità.

Poi c’è la testa, la parte che spesso separa la promessa dal campione. Furlani comunica semplice, ma ha un lessico interiore molto chiaro: parla di processo, di routine, di libertà in pedana. Prima di correre, respira. Prima di battere, vede la tavola. Dopo ogni salto, registra sensazioni e aggiusta. Non costruisce personaggi, non alimenta slogan: fa il suo, un salto alla volta. E il rapporto con la famiglia–staff è un asset: la madre come regista quotidiana, il padre come memoria tecnica, lo staff federale come rete attorno al talento. Insieme hanno disegnato una traiettoria che evita le trappole di chi brucia in fretta.

Scuola, vita privata e passioni

La vita fuori dalla pedana racconta un ventenne che sceglie la semplicità. Rieti è la base: qui si allena, qui torna tra una tappa e l’altra, qui lo Stadio Guidobaldi è di fatto casa. A scuola ha seguito un liceo scientifico sportivo, con l’idea — dichiarata — di dedicarsi a tempo pieno all’atletica in questi anni decisivi. Niente fretta di caricarsi altri impegni: c’è tempo, l’università non scappa; adesso il calendario è fatto di calli, sedute, gare, recuperi.

Sul fronte affettivo, Furlani protegge la sfera privata, ma non la nasconde. Da tempo è legato a Giulia Colonna, velocista coetanea: una relazione discreta, vissuta senza riflettori, che condivide ritmi e sacrifici di chi fa atletica ad alto livello. È una normalità che consola: allenamenti, viaggi, attese e, quando si può, qualche giorno in famiglia. Videogiochi per staccare, amici di sempre per restare a terra, social sobri per non alimentare rumori inutili. Sulla carta d’identità ci sono vent’anni, ma nelle scelte si vede l’intelligenza di chi vuole durare.

Roma nel cuore: tra Olimpico e Trigoria

C’è un filo che lega Furlani alla Capitale più del luogo di nascita. Tifo dichiarato per la Roma, frequentatore dell’Olimpico fin da ragazzo, il lunghista si è ritagliato il tempo — tra Europei e Olimpiade — per viverne gli stimoli. La visita a Trigoria nell’autunno 2024, con giro all’Archivio storico e foto con i giocatori, è stata una parentesi che racconta molto: restare tifoso anche quando i riflettori sono su di te. L’idolo è Totti, l’ammirazione per José Mourinho è legata alla forza mentale che chiede alle sue squadre. Non è folklore: dal calcio Furlani prende immagini e parole che riportano subito in pedana, dove servono coraggio, pazienza, spirito di squadra.

Questo legame non invade il professionista. Equilibrio, prima di tutto: si dosano le presenze pubbliche, si scelgono gli appuntamenti, si rifiuta di farsi consumare dal racconto. Il risultato è un profilo autentico, capace di parlare allo stadio e agli appassionati di atletica senza bisogno di filtri. Quando salta, l’Olimpico e la Curva diventano un’unica tribuna: un ragazzo di Roma che trascina la sabbia del mondo. È anche così che uno sport tecnico diventa popolare.

Cosa rappresenta per l’atletica italiana

Furlani non è “solo” il medagliere. È progetto e metodo. Il suo percorso dice che in Italia si può crescere step by step, dal vivaio di una società come la Studentesca Andrea Milardi a un gruppo sportivo che assicura contesto e tutele. Dice che la multicompetenza giovanile — alto, sprint, basket — costruisce un corpo ricco e una mente curiosa, più pronta ad assorbire carichi e cambiare prospettiva. Dice che raccontare bene lo sport porta persone in pista: quando un ventenne mette insieme record U20, argento europeo, bronzo olimpico e due ori mondiali in un anno solare, i ragazzi fanno domande, i tecnici si aggiornano, il movimento respira.

Dentro la squadra azzurra, Furlani si muove in una generazione che ha alzato l’asticella. Gli esempi non mancano: Tamberi, Jacobs, Dosso, Fabbri, Iapichino. Ognuno con la sua storia, ognuno con la sua cifra tecnica. La sua, nel lungo, è diventare riferimento. Come? Con la continuità. È questa la parola-chiave: 8,20 in tasca, 8,30 in mano, il colpo pronto quando la gara lo chiede. Un modello solido per i giovani e un messaggio chiaro: non servono supereroi, serve metodo.

Le tappe che hanno fatto il campione

La biografia in pedana si può leggere come una sequenza di luoghi e date. Gerusalemme 2022, doppio oro U18: è la certificazione del potenziale. Savona 2023, 8,44 ventoso: è la visione, i centimetri che cambiano le aspettative. Ancona 2024, 8,34 indoor: è la qualità ripetibile, nasce lo standard con cui confrontarsi. Savona 2024, 8,36: è la prima volta nella storia U20, il record che lo mette sulle mappe del mondo. Roma 2024, 8,38: è la dimensione europea, la misura nella notte della sua città del cuore. Parigi 2024, 8,34: è il sangue freddo da podio olimpico. Nanchino 2025, 8,30: è la prova di onnivorità, campione anche al coperto. Tokyo 2025, 8,39: è il salto che lo proietta nel club dei grandissimi.

Attenzione alle persone incontrate lungo la strada. I genitori come guida, la sorella come specchio emotivo, gli allenatori federali come rete che sostiene, i compagni di pedana come stimolo quotidiano. E attenzione al luogo: Rieti. Lo dicono tutti quelli che passano da lì: il Guidobaldi è una scuola, una cultura, una comunità che ha trasformato la pista in palestra di vita. Qui il talento non viene protetto sotto una campana, ma educato a stare al mondo, anche quando quel mondo si chiama Mondiali.

Il salto che sta cambiando l’orizzonte

Se oggi ci chiediamo perché Mattia Furlani ha conquistato tutti, la risposta è concreta. Perché ha vinto: oro mondiale all’aperto e oro mondiale indoor nello stesso anno, un bronzo olimpico a 19 anni, un primato U20 che riscrive una pagina storica. Perché ha tenuto: serie di gare sopra gli 8 metri con la naturalezza dei grandi e una capacitá di “ripetere” la misura che non appartiene a molti. Perché è credibile: semplice quando parla, serio quando lavora, capace di esaltarsi senza perdere misura. Perché è nostro: figlio di una famiglia che vive di atletica, tifoso della Roma che non dimentica da dove viene, ragazzo che non scappa dalla fatica.

Il resto lo diranno i centimetri degli anni che verranno. Ma c’è una realtà già visibile: il lungo ha ritrovato un protagonista stabile, uno capace di accendere lo stadio e di allargare il pubblico dell’atletica con un gesto che ogni bambino può capire. Una rincorsa, una tavola, la sabbia che si apre. È tutto lì, eppure dentro c’è una scienza del dettaglio che Mattia maneggia con naturalezza. È questo, alla fine, che ha convinto tutti: la bellezza del gesto quando è preciso, la freschezza di un ventenne che salta lontano senza fare rumore. E l’idea — diventata finalmente pratica — che in Italia si possa saltare oltre i confini senza cercare scorciatoie.


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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: FIDALCorriere della SeraSky TG24Rai NewsLa7Eurosport.

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