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Che succede a Jacobs e Tamberi? Momento no per i due azzurri

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Jacobs e Tamberi vittoriosi

Foto di: Wikipedia, via Governo.it con licenza CC BY 3.0.

Jacobs fuori in 10”16 e Tamberi ko a 2,21: Tokyo 2025 è lo stop più duro per due ori azzurri. Analisi, cause e prospettive sul rilancio ora.

Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi sono inciampati nel Mondiale di Tokyo 2025: il velocista ha chiuso sesto nella sua semifinale dei 100 metri in 10”16, lontano dagli standard che lo hanno reso campione olimpico, mentre il saltatore è uscito in qualificazione con tre errori a 2,21, misura di passaggio che per lui, nei giorni buoni, è routine. Settembre 2025, Stadio Nazionale di Tokyo: dove tre estati fa l’Italia visse una notte d’oro, oggi resta la fotografia di un doppio stop che certifica un momento di flessione tecnica e mentale per i due simboli dell’atletica azzurra.

Il perché di questo scarto rispetto al passato si legge in una combinazione di fattori. Infortuni disseminati lungo la stagione, preparazioni spezzate, cambi nella gestione tecnica, carico emotivo e aspettative altissime hanno eroso continuità e brillantezza. Jacobs ha lasciato in pista il segno di una condizione incompiuta, priva dell’accelerazione che decide le gare di vertice; Tamberi ha mostrato una rincorsa intermittente, con un timing di stacco impreciso che gli è costato la quota chiave. A margine, parole pesanti: il velocista ha ammesso di doversi fermare a riflettere “se valga la pena continuare a soffrire”, il capitano dell’alto ha parlato di “risultato pietoso” e di un’umanissima voglia di tornare a casa, dove lo aspetta una bimba nata da poche settimane. Segni di stanchezza più che resa, ma inequivocabili.

Un verdetto netto nel luogo dei trionfi

Chi: due campioni olimpici a Tokyo (Giochi 2021), Jacobs sul rettilineo più difficile del mondo e Tamberi al cielo con l’asticella, poi iridato nel 2023. Cosa: una doppia eliminazione che pesa più del risultato in sé perché irrompe nello stadio che li aveva consacrati. Quando e dove: 14 settembre 2025, Mondiale giapponese. Perché: perché la pista, crudele e giusta, restituisce ciò che le dai nei mesi precedenti.

La cronaca stringe. Jacobs ha affrontato la semifinale con sensazioni discrete ma senza il colpo che spacca la gara: uscita dai blocchi cauta, transizione non incisiva, fase lanciata piatta dove un 100 d’élite si vince o si perde. Il 10”16 è lontano dalle sue vette e, soprattutto, non lo proietta nella finale globale, frontiera minima quando hai vinto l’Olimpiade. Tamberi ha vissuto una qualificazione difficile già dalle quote inferiori; a 2,21 si è presentato il conto: tre tentativi sporchi, rincorsa da aggiustare a ogni ritorno, stacco che non “spara” il baricentro oltre l’asticella. Fuori. A completare il quadro dell’alto, Manuel Lando e Stefano Sottile non hanno trovato il pass, mentre Matteo Sioli ha tenuto viva almeno una bandierina azzurra superando proprio 2,21. La notizia, in sintesi, è che nessuno dei due leader si è seduto al tavolo che conta.

La dimensione simbolica amplifica il dato. Tokyo è un nome che per l’atletica italiana significa apice. Ritrovarsi qui con due esclusioni spazza via ogni alibi narrativo: non è sfortuna, è stato dell’arte. La pista non fa sconti e misura la continuità. Qui sta la chiave: continuità. Quando la catena del lavoro si spezza — uno stop al bicipite, una settimana di forza speciale saltata, un rientro troppo vicino alle gare — il risultato si vede non subito, ma quando conta. E il Mondiale è il momento in cui il non fatto pesa quanto il fatto male.

C’è anche un livello emotivo. Tamberi, che vive di corrente elettrica e coraggio, ha dichiarato di sentirsi “uno schifo” e di essersi presentato a Tokyo lontano dalla forma migliore, pur convinto di valere ben oltre i 2,30. Jacobs, che da due stagioni rincorre la versione migliore di sé, ha detto che “non è quello da 10”16” e che si prenderà del tempo per decidere. Non sono frasi di comodo: sono il termometro di una fatica complessa da spiegare in un tweet. Qui proviamo a scioglierla.

Le cause: fisico, continuità, testa

In sprint e salto, la continuità di allenamento è l’anticamera della qualità. Jacobs ha impostato un percorso chiaro: consolidare un gruppo tecnico stabile, costruire una base di forza che regga i volumi e elevare la resistenza alla velocità per correre due turni sotto i 10 secondi nello stesso giorno. Il progetto è sensato, ma richiede mesi senza intoppi. Nel 2025 la catena si è interrotta più volte: fastidi muscolari a livello di coscia posteriore, contratture gestite con prudenza, rientri che hanno imposto di tagliare i blocchi di lavoro specifico. In parole semplici: mancano chilometri di qualità nelle gambe, i più preziosi per chi, come lui, vince sulla transizione tra accelerazione e top speed. Quando arrivi al Mondiale con gare-allenamento scarse e con un paio di lavori chiave in meno, perdi soprattutto automatismi: reattività allo sparo, angoli in uscita dai blocchi, elasticità nel passaggio 30–60 metri.

Per Tamberi la dinamica è diversa, ma speculare nella sostanza. Il suo salto vive nella sincronia di una rincorsa ritmata e di un tempo di stacco chirurgico. Gli ultimi tre appoggi devono chiudersi come un orologio, la spalla interna rientrare, il bacino salire. In questa stagione la finezza è mancata. Dopo i problemi di salute che avevano graffiato l’anno olimpico, il 2025 ha restituito un atleta generoso ma meno brillante: volume limitato di gare, piccoli riadattamenti biomeccanici, lieve ritardo sullo stacco quando le aste salgono. Sul 2,21 di Tokyo il conto è arrivato sotto forma di tre errori: segnale che la marginalità — il confine in cui si decide tutto — non è stata tenuta.

Il filo comune è la non-linearità della preparazione. Un centometrista può essere fortissimo ma, senza dieci settimane piene di forza e velocità, il corpo non ricorda. Un altista può avere sensibilità straordinaria, ma se la rincorsa è spesso aggiustata invece che consolidata, l’asticella si fa pesante. Aggiungiamo il carico psicologico: l’Italia dell’atletica si è abituata a guardare Jacobs e Tamberi come fari. Ogni rientro, ogni meeting, ogni conferenza stampa diventa un processo pubblico. Per alcuni atleti è benzina; per altri, sabbia nei cuscinetti. Dentro un anno lungo come il 2025, con le logistiche asiatiche e il corpo che chiede tregua, anche i leader possono pagare dazio.

Jacobs: accelerazione che non buca e gestione dell’incertezza

Il Jacobs migliore si riconosce da due segni: uscita solida dai blocchi e fase centrale in cui la frequenza si allunga senza irrigidirsi. Quando mancano due decimi al personale, spesso non è un unico elemento a cedere, ma un pacchetto. A Tokyo si è vista una spinta non piena sul primo appoggio, un assetto non altissimo tra 30 e 50 metri e una chiusura senza l’artiglio. Dettagli che, sommati, spiegano un 10”16 in semifinale. La buona notizia è che questa fisiologia del difetto è allenabile: i blocchi si rifinisco con forza esplosiva e drills neurali; la fase lanciata si lucida con runs controllati e con un calendario che costringa a correre forte più volte in due ore. La cattiva è che serve tempo e un corpo che regga. E qui torna il discorso sugli stop: ogni contrattura brucia una settimana, ogni rientro a mezzo servizio sposta il picco più in là.

C’è poi l’incognita mentale. Il Jacobs che ha vinto l’Olimpiade ha corso libero. L’idea — confessata — di chiedersi se continuare non significa resa, ma stanchezza accumulata a rincorrere versioni di sé. Prendersi una finestra di decompressione può essere il modo per azzerare il rumore di fondo, riscrivere obiettivi intermedi e ripresentarsi con un percorso credibile verso gli Europei 2026. Da specialista, si direbbe: meno dichiarazioni e più micro-cicli misurabili, una piramide con base ampia e picco solo quando serve.

Tamberi: rincorsa intermittente e un carico emotivo diverso

Per Tamberi la parola chiave è ripetibilità. Quando la rincorsa si stampa nella memoria motoria, l’asticella diventa una conseguenza. A Tokyo la rincorsa è sembrata cercata più che ricordata: è un sintomo classico di chi ha avuto allenamenti spezzati o di chi arriva con energie a metà. Il particolare di 2,21 — quota gestibile per il suo profilo — non deve ingannare: un altista che non trova il piede su una misura “facile” soffrirà di più quando le aste salgono. Nella sua narrazione c’è anche il peso della paternità recente e il rivolto umano di un atleta che ammette il desiderio di tornare a casa. Non è una scusa, è biografia: in certi momenti la testa sposta più dei centimetri.

Tecnicamente, il recupero passa da tre cardini: ritmo negli ultimi appoggi, stacco che porti il bacino a viaggiare oltre l’asticella e tenuta nell’uscita di schiena senza “scappare” con la spalla. In termini di programmazione, significa rincorse a ritmo anche a quote basse, carichi di forza mirata che non ingolfino e un ritorno progressivo a competizioni che ricreino automatismi. Sembra semplice, ma lo è solo sulla carta: l’alto è disciplina di incastri e la somma di un grado di ritardo qui e un centimetro lì fa la differenza tra passare e toccare.

Il peso delle parole: dubbi, responsabilità, leadership

Le frasi che escono a caldo non vanno prese come sentenze, ma raccontano il clima. “Mi sento uno schifo”, “risultato pietoso”, “devo capire se vale la pena”. Non è retorica: è la fatica esistenziale di due leader. Jacobs si trascina addosso l’immagine del campione olimpico: ogni gara è un confronto con il suo sé del 2021. Ogni decimo sopra i 10 secondi diventa un titolo. Il rischio è di perdere di vista la traiettoria e fissarsi sul punto. Un grande sprinter non ha bisogno di record quotidiani, ma di progressioni: ripartire da una base, riconquistare la continuità, accettare che il picco arrivi quando serve. La leadership, in questo senso, si misura anche nella scelta di fermarsi. Dire basta per un attimo è un atto di responsabilità verso se stessi e la squadra.

Tamberi è un capitano carismatico. La sua energia ha trascinato compagni, pubblico, perfino avversari. In un momento di vuoto, le sue parole non indeboliscono la figura, la umanizzano. Un atleta che ammette fragilità è un atleta che apre la strada a un discorso più maturo sulla salute mentale nello sport. E che ricorda come i campioni non siano meccanismi perfetti ma persone con cicatrici, obiettivi e famiglie. La leadership, oggi, significa anche diluire il personalismo: togliere peso dalle spalle dei due simboli e distribuirlo su una squadra che cresce.

Dentro queste parole vive un’altra questione: la narrativa mediatica. L’atletica è fatta di anni e di picchi. Le carriere non sono linee rette. Accettare i trough — le valli — è parte del gioco. Per questo la comunicazione che accompagna i campioni dovrebbe spostarsi dall’urgenza del giudizio alla competenza del contesto. Non si tratta di cercare alibi, ma di costruire spiegazioni. Il pubblico capisce tutto quando lo tratti da adulto.

L’Italia dell’atletica oltre i simboli

Una nazionale solida non nasce dal miracolo di due campioni, ma da un ecosistema che produce semi e ricambi. L’Italia, negli ultimi anni, ha iniziato a costruire questa massa critica: staff allargati, centri dove tecnici e medici dialogano, un’attenzione nuova alla prevenzione degli infortuni, giovani che passano dai tricolori alla Diamond League senza sentirsi turisti. Anche nella serata storta, il fatto che Sioli continui nell’alto mitiga la sensazione di vuoto: significa che la filiera c’è. Non basta a riempire il titolo di un Mondiale, ma serve a costruire resilienza.

Il piano federale e dei club deve proseguire su tre linee. La prima è la scienza applicata: profilazioni individuali accurate, carichi cuciti su fibre e storie cliniche, uso intelligente della tecnologia per leggere asimmetrie e fatigue. La seconda è la programmazione: meno improvvisazioni, più macro-cicli coerenti con gli obiettivi. La terza è la cultura: il diritto al giorno no e il dovere del lavoro quotidiano. Quando i simboli faticano, la squadra non deve spegnersi; deve prendere luce. È già successo in altri Paesi: la Giamaica post-Bolt ha impiegato tempo a ritrovare un volto ma non ha smesso di produrre sprinter; la Svezia ha retto l’onda lunga del suo fenomeno nell’asta puntando su metodi e strutture. L’Italia ha materiale tecnico e intelligenza per farlo.

Dentro la stessa logica vanno letti i calendari. L’anno che porta agli Europei 2026 è — lo ha detto Jacobs — più tranquillo del biennio mondiale/olimpico. È un’opportunità per ricostruire senza l’ansia del risultato immediato, disegnando tappe di verifica sensate: qualche meeting intermedio, la Diamond senza ossessioni, la scelta accorta dei campi di allenamento. È il momento in cui si guadagna salute: chi arriva al mese x con sette settimane piene e due gare di qualità ha più chance, in ogni specialità, di scrivere bene il finale.

La percezione pubblica è un altro tassello. Il Paese che ha amato la notte di Tokyo deve imparare ad amare anche la normalità e, quando capita, l’insuccesso. Non per trasformare tutto in celebrazione, ma per capire. Un movimento cresce quando il dialogo tra atleti, tecnici, media, tifosi si fa adulto. E quando la scuola e i territori riabbracciano la pista: la base allarga la punta.

Cosa può cambiare da qui agli Europei 2026

A brevissimo, il silenzio. Per Jacobs e Tamberi non c’è scelta migliore che staccare: poche parole, molte analisi. Nei team moderni, dopo un grande evento, si procede con debrief tecnici: si raccolgono dati di gara e allenamento, si ascolta il corpo, si mettono in fila priorità. Per il 100ista: blocchi e fase centrale tornano canto e controcanto della preparazione, con più robustezza di base e meno indecisioni sul carico. Per l’altista: rincorse a memoria, qualità del primo passo di distacco, lavoro sulla stabilità del bacino. Nulla di rivoluzionario, tutto di coerente.

A medio termine, il tema è la gestione del rischio. Ogni atleta di élite vive con una soglia di infortunio molto vicina alla soglia della prestazione: spingere o proteggere è la dialettica quotidiana. Per due campioni con storia clinica stratificata, l’asticella va tenuta un gradino più bassa in allenamento per poterla alzare in gara. Significa periodi di taper ben disegnati, carichi che aumentano per blocchi e non per slanci, feedback continui per evitare che una micro-contrattura diventi altro. Sembra prudenza; in realtà è la scorciatoia più rapida per tornare a livelli alti.

Sul piano mentale, serve una ristrutturazione degli obiettivi. Per Jacobs, l’orizzonte non deve essere il tempo ma la qualità dei turni: dare più valore a una semifinale corsa bene in 10”00 che a una vittoria in 10”10. Per Tamberi, la priorità deve essere la ripetibilità della rincorsa a quote medie, non l’occasionale colpo a 2,30 in allenamento. Questo aggiusterà il dialogo tra percezione e realtà, evitando quel corto circuito che in questi mesi ha consumato energie.

Un discorso a parte merita la comunicazione. In un’epoca in cui ogni frase diventa titolo, ridurre l’esposizione e scegliere contesti dove si possa parlare con calma è un investimento sulla performance. Dare meno segnali al mondo esterno e più feedback al team è, a volte, la differenza tra inseguire e costruire. La popolarità rimane, la centratura ritorna.

Infine, la squadra. Il modo migliore per alleggerire i due è allargare la base competitiva. Ogni finale conquistata da un compagno, ogni personale di un giovane, ogni staffetta che guadagna decimi toglie pressione e versa fiducia. Funziona dappertutto, funzionerà anche qui.

Tornare a essere sé stessi

La notizia di Tokyo 2025 non racconta la fine di una storia, ma l’inizio di una fase diversa. Jacobs e Tamberi hanno scritto pagine che non si cancellano: l’oro nei 100, il sorriso infinito dell’alto, il doppio trionfo che ha cambiato la percezione dell’atletica italiana nel mondo. Oggi, nello stesso stadio, hanno preso schiaffi che fanno rumore perché arrivano a casa loro. È un paradosso che lo sport conosce bene: lo stesso luogo che ti incorona può ricordarti che niente è garantito.

La crisi — parola che qui va intesa nel suo significato originario di “scelta” — può diventare svolta. Se i due campioni sapranno riposizionarsi con onestà, scegliendo tempi e strumenti giusti, l’orizzonte non si chiude. Per il velocista, il ritorno passa dalla salute e da una normalità che negli ultimi anni gli è mancata; per l’altista, dal recupero della ripetibilità e dalla leggerezza che lo ha sempre reso unico. Il resto lo farà quella testa che, nei giorni importanti, li ha già portati dove pochi arrivano.

Intanto, l’atletica italiana deve continuare a seminare. Un movimento si misura anche nella gestione dei momenti bui: se sa spiegare, proteggere, rilanciare. Umanizzare i campioni non li indebolisce, li fortifica. Serve a ricordare che dietro le medaglie ci sono persone, con le loro notti in bianco e i loro giorni normali. È lì, in quel territorio apparentemente banale, che si costruiscono le rinascite. E se c’è una cosa che Jacobs e Tamberi hanno dimostrato, è di saperci tornare. Una volta ancora.


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Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: ANSAFIDALCorriere della SeraRai NewsSky SportLa Gazzetta dello Sport.

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