Perché...?
CGIL in fuga da Landini: perché il sindacato perde iscritti?

Tensioni interne, giovani in cerca di risposte e 45mila tessere in meno: il viaggio dentro la crisi e le sfide future della CGIL.
Se ci si ferma un attimo, con calma, e si guarda la CGIL di oggi, si ha una sensazione strana. Da una parte le cifre ufficiali parlano di crescita, di nuovi giovani che entrano, di una vitalità che sembra ritrovata dopo anni di fatica. Dall’altra, però, arrivano storie diverse: racconti di delegati disillusi, lettere di disdetta, assemblee in cui si respira più frustrazione che entusiasmo. È come avere davanti due fotografie scattate nello stesso istante ma da angolazioni opposte.
In mezzo, Maurizio Landini, un leader carismatico, abituato ad accendere le piazze e a parlare alla pancia del lavoro italiano, che oggi deve rispondere a una domanda dura: perché il sindacato più grande d’Italia sta perdendo iscritti, e proprio adesso?
Il volto ufficiale: numeri che raccontano una crescita
Secondo i dati diffusi dalla stessa CGIL, nel 2024 gli iscritti sono saliti a 5.172.844, con un aumento di 22.959 unità rispetto all’anno precedente, pari a un +0,45%. Non è un semplice dettaglio statistico: significa che, almeno sulla carta, la CGIL è riuscita ad attrarre più persone di quante ne abbia perse.
Guardando dentro quei numeri, il quadro si fa più interessante: gli attivi sono cresciuti del 2,65%, arrivando a 2.753.824, mentre i pensionati sono calati di circa 48mila unità (-1,95%), fermandosi a 2.419.020. La vera sorpresa, però, sta nei giovani: quasi mezzo milione di under 35, con 25mila nuove iscrizioni in un solo anno (+5,98%).
Dati che, presi così, disegnano un sindacato che sembra tornato a parlare alle nuove generazioni, in un Paese dove il lavoro precario e discontinuo è spesso la regola. Landini, commentando questi numeri, ha detto che «in un momento di crisi della democrazia, abbiamo dimostrato che il sindacato può essere un punto di riferimento reale». Parole che suonano come un segnale di fiducia. Ma, accanto a queste cifre, ce ne sono altre che raccontano un’altra storia.
L’altra faccia della medaglia: 45mila disdette in dieci mesi
Mentre i dati ufficiali parlano di crescita, dal 16 ottobre 2024 all’8 agosto 2025 circa 45mila persone hanno lasciato la CGIL. La media è semplice e impietosa: circa cinquemila tessere in meno ogni mese.
E qui non parliamo soltanto di pensionati che si allontanano per motivi anagrafici. In questo flusso ci sono operai, impiegati, insegnanti, tecnici, persone che fino al giorno prima consideravano la tessera un impegno, quasi una bandiera personale, e che ora hanno deciso di stracciarla o non rinnovarla. Alcuni raccontano di aver trovato online moduli di disdetta pronti, quasi come si fa per annullare un abbonamento.
Un delegato storico, intervistato in una radio locale, lo ha detto senza rabbia ma con amarezza: «Non è che ce l’ho con Landini, è che non mi sento più rappresentato. La segreteria parla di battaglie che sembrano sempre più politiche e sempre meno legate al mio lavoro». Frasi così lasciano il segno, perché arrivano da chi ha vissuto il sindacato non come un’idea astratta, ma come parte della propria vita quotidiana.
Il ruolo di Landini: carisma e limiti
Un leader da piazza
Maurizio Landini è, da sempre, un leader capace di muoversi in mezzo alla folla. Il suo linguaggio diretto, a volte ruvido, il modo di “stare in piedi” tra la gente, lo hanno reso un volto familiare per molti lavoratori. È il segretario che può riempire una piazza in una mattina di pioggia, che riesce a trasformare un discorso in un momento collettivo.
Ma la piazza e il tavolo delle trattative sono due mondi diversi. In molti gli riconoscono il carisma, quello che ti fa venire voglia di alzarti in piedi e battere le mani quando parla, ma nello stesso respiro gli rimproverano di non riuscire a trasformare tutta quella energia in cambiamenti tangibili. Perché la piazza ti scalda, ti fa sentire parte di qualcosa di grande, ma poi torni al tuo posto di lavoro e scopri che il contratto è sempre lo stesso, che la busta paga non è cambiata di una virgola. E lì, quella distanza tra il discorso infuocato e la realtà che ti ritrovi davanti diventa enorme — come un ponte sospeso che non riesci mai ad attraversare fino in fondo.
Aperture che disorientano
Negli ultimi anni, Landini ha spinto per affrontare temi nuovi: la gig economy, lo smart working, i diritti digitali, la salute mentale. Sfide reali, certo, ma che in alcuni settori storici della CGIL hanno creato spaesamento. «Parliamo di rider e piattaforme, ma il mio contratto è fermo da due anni» ha detto un iscritto del settore metalmeccanico in un’assemblea sindacale.
Il problema è che un sindacato vive anche e soprattutto di senso di appartenenza. Se il messaggio diventa troppo ampio e dispersivo, rischia di sembrare lontano dalle urgenze quotidiane di chi lavora in fabbrica, in un ufficio pubblico o in un magazzino.
Giovani e precari: la distanza da colmare
Tra i fronti più complicati per la CGIL, quello dei giovani lavoratori — e in particolare dei precari — è forse il più scivoloso. Molti di loro non hanno mai avuto un contatto vero con il sindacato; lo conoscono di nome, magari perché ne hanno sentito parlare in famiglia, ma non lo hanno mai “vissuto”. E quando capita di incrociarlo, spesso lo percepiscono come un meccanismo lento, un po’ ingessato, pieno di passaggi che sembrano usciti da un’altra epoca.
Negli ultimi anni la CGIL ha provato a cambiare registro: app per le vertenze, campagne social, sportelli dedicati ai freelance, iniziative sullo smart working e la salute mentale. Tentativi sinceri, ma che per molti ragazzi restano sulla superficie dello schermo, come una notifica che leggi e poi dimentichi. Perché quello che cercano è un’altra cosa: risposte rapide, chiare, quasi immediate, che si incastrino nei tempi veloci delle loro vite e che sappiano affrontare i problemi mentre si stanno vivendo, non mesi dopo.
Un’attivista under 30, incontrata in un’assemblea universitaria gremita, lo ha detto senza mezzi termini: «Il sindacato mi serve se mi aiuta oggi, non tra sei mesi. Non posso aspettare i tempi di una trattativa infinita quando rischio di perdere il lavoro domani». In quella frase c’è tutto: il bisogno quasi istintivo di protezione, la richiesta di una presenza reale, fisica, quotidiana. Perché per chi vive di contratti brevi e scadenze ravvicinate, anche una settimana di attesa può sembrare un lusso che non ci si può permettere.
I territori che resistono
Eppure, non ovunque la CGIL perde terreno. Ci sono zone in cui il legame con gli iscritti è rimasto saldo, quasi intatto. Sono territori dove i delegati non sono solo rappresentanti sindacali, ma volti conosciuti, persone che incontri al mercato, alla messa della domenica, alla fila in farmacia. Gente che conosce per nome gli iscritti, ricorda le loro storie e sa già, ancora prima che tu parli, quale problema ti sta pesando addosso.
In questi luoghi, il sindacato non è una sigla lontana o un numero da chiamare in orari improbabili: è la porta a cui bussi senza pensarci due volte, certo che qualcuno ti farà entrare e ti offrirà un caffè mentre ascolta il tuo racconto. Qui le tessere si rinnovano quasi da sole, perché il rapporto umano è più forte di qualsiasi comunicato stampa o campagna di tesseramento.
Sono presidi locali che raramente finiscono sui giornali, ma che tengono insieme pezzi importanti della base. E forse è proprio lì, in quella quotidianità fatta di gesti semplici e facce conosciute, che la CGIL riesce ancora a respirare a pieni polmoni. Non nei grandi eventi o nei comunicati ufficiali, ma in quell’angolo di ufficio dove il delegato ti accoglie con un sorriso e ti dice “raccontami tutto”, o davanti a un caffè al bar mentre ti spiega come muoverti. È in questi momenti, dove il lavoro e la vita si confondono senza confini netti, che il sindacato torna a essere carne e ossa, voce e ascolto, e non solo una sigla stampata in alto su un volantino.
Cosa rischia (e cosa potrebbe anche essere l’occasione)
La perdita di iscritti non è solo un brutto numero da annotare nei bilanci di fine anno. È una questione di potere vero, di peso concreto nei tavoli dove si decidono contratti, riforme, diritti. Meno tessere significa meno forza per bussare alle porte del governo o per sedersi davanti alle grandi imprese e dire “questa è la nostra posizione, e dobbiamo discuterne”. È come entrare in una partita di braccio di ferro con meno giocatori dalla tua parte: la presa si allenta, e rischi di perdere non solo la sfida del momento, ma anche credibilità per quelle che verranno.
Ma non è solo una questione di numeri: è una questione di identità. Un sindacato che perde il contatto diretto con le persone che rappresenta rischia di trasformarsi in qualcosa di indistinto, un soggetto politico generico, uno tra tanti. E lì sparisce quella funzione unica che ha reso la CGIL, nel bene e nel male, una colonna portante della storia italiana del lavoro.
Eppure, dentro questa crisi, c’è anche una possibilità. La fuga di iscritti può diventare un campanello d’allarme forte, quasi assordante, che costringe a rimettere i piedi a terra. Può essere l’occasione per tornare nei luoghi di lavoro, nelle comunità, nei mercati, nei bar di quartiere, nelle banchine delle fabbriche all’alba. Parlare meno di sé e più con chi si rappresenta. Non da un palco, ma guardando negli occhi le persone, ascoltando storie e problemi prima ancora di fare proposte o lanciare slogan.
Verso un sindacato che “sta” nelle vite reali
Il futuro della CGIL dipenderà da quanto saprà scrollarsi di dosso la polvere degli schemi vecchi senza rinnegare le proprie radici. Servirà la velocità di chi sa rispondere a un’emergenza in un pomeriggio e la fermezza di chi difende un diritto anche per anni, se serve. Servirà esserci nei momenti difficili, ma anche in quelli normali, quelli che non fanno notizia.
Un sindacato che, oltre ai contratti e alle statistiche, porti con sé storie, volti, strette di mano. Che sappia ascoltare durante una pausa pranzo, o nel corridoio di un’azienda, non solo durante le conferenze stampa. Che ricordi che ogni tessera non è un numero su un registro, ma una persona in carne e ossa, con un bisogno, una paura, un pezzo di fiducia che sta mettendo nelle tue mani.
Perché alla fine la risposta alla domanda “perché il sindacato perde iscritti?” è scomoda nella sua semplicità: non basta esserci nelle statistiche, bisogna esserci nella vita delle persone. E se la CGIL riuscirà a fare questo passo, allora quelle 45mila tessere strappate potranno un giorno tornare. E con loro, non solo iscritti, ma quella fiducia calda e concreta che oggi, in troppi, sentono di aver perso.
🔎 Contenuto Verificato ✔️
Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: CGIL, Il Giornale, Dedalo Multimedia, Domani, Secolo d’Italia, Confronto.

Domande da fareTumore al pancreas: la cura spagnola funziona davvero?
Che...?Esame di maturità 2026: quando escono le materie e che cambia
Che...?Maturità 2026: materie seconda prova e orale per indirizzo
Perché...?Perché la tempesta Kristin minaccia l’Italia dopo Portogallo e Spagna?
Perché...?Perché Microsoft crolla in Borsa nonostante l’IA?
Che...?Sport in TV il 29 gennaio: gli eventi da non perdere
Perché...?Perché Quartararo lascia Yamaha per Honda nel 2027?
Perché...?Perché l’oroscopo di oggi 29 gennaio sorprende davvero?












