Seguici

Chi...?

Ecco il Calendario Pirelli 2026: chi troveremo quest’anno?

Pubblicato

il

una modella posa per una sessione di fotografia moda

Un set sospeso tra acqua e luce, volti iconici e storie vere: il Calendario Pirelli 2026 regala immagini che restano nella memoria.

Se lo si guarda proprio come se fosse una finestra spalancata verso un domani inatteso, il Calendario Pirelli 2026 è ben più di uno shooting da immaginare scivolato via: è un manifesto visivo che scuote, sorprende — quasi ti sussurra segreti in una stanza affollata di immagini che urlano.

Inizi con uno sguardo alle pagine e poi – bum! – qualcosa ti cattura. Dietro tutto c’è la firma di Sølve Sundsbø, fotografo norvegese di culto, che ha mescolato sogno, tecnologia e natura con una fluidità da incubo o, meglio, da sogno lucido: lo percepisci se ti soffermi sul contrasto tra un’acqua che riflette e un volto che respira, tra la quiete di un elemento naturale e la tensione di uno scatto consapevole. È un messaggio netto: il Cal sa ancora incantare, ma non si accontenta di vestire la bellezza — da sempre sfida a standard e tempo — vuole raccontare storie vere, intense, cercando verità oltre la superficie.

C’è un ritmo nuovo, diverso, eppure non meno magnetico: si sente quando le immagini ti restano nella testa come versi mancati o ricordi bloccati in una pellicola.

Calendario Pirelli 2026: chi regge la macchina da presa del?

Dietro la macchina c’è il nome che già dice tutto: Sølve Sundsbø. Norvegese, con base a Londra, è quel tipo di fotografo che, più che catturare, modella la realtà, fino a renderla quasi liquida — e anzi, ti sembra di toccarla, pur sapendo che è apartita di pixel e memoria. Le sue immagini non urlano, ma ti chiedono attenzione: sono delicate, silenziose, e dopo una frazione di secondo, ti restano dentro. La sua firma è una danza tra 3D scanning, ritocco digitale e pennello tradizionale — una contaminazione perfetta tra alta tecnologia e mestiere artigianale.

Per Sundsbø questo Calendario è qualcosa di più di uno shooting: è una sorta di riconoscimento accademico, un vetro trasparente dove specchiarsi, come se volesse dire: “Eccomi, ho ereditato la lezione di Newton, di Leibovitz, quasi un racconto fatto immagine”. Non è solo un lavoro: è costruire un simbolo, una forma di bellezza che abbia radici, identità, cultura e spessore. È come mettere insieme un pezzo del passato fotografico con una visione affilata di presente e futuro.

Un set, un sogno liquido: e la moda incontra il possibile

Il set sembra scolpito in un tempo che non scorre, come se qualcuno avesse deciso di fermare il mondo per creare un luogo a sé. Non c’è la classica location da rivista patinata, né lo sfondo rassicurante di una metropoli: qui si entra in uno studio londinese trasformato in un teatro dell’immaginario. Le pareti scompaiono dietro schermi giganteschi che avvolgono lo spazio e proiettano paesaggi in movimento: foreste che si gonfiano di vento, colline nordiche attraversate da veli di nebbia, cieli che cambiano tonalità come tele bagnate da pennellate d’acquerello. È un’illusione continua, eppure così credibile da far dimenticare che tutto ciò è frutto di pixel e proiezioni.

Al centro, come il cuore di un’installazione d’arte contemporanea, domina una megasfera d’acqua. Non un semplice elemento scenico, bensì un acquario, (monumentale!), dove la luce si piega e rimbalza in riflessi argentei. È lì che Eva Herzigová si muove, senza rigidità né artifici, con la grazia fluida di chi conosce ogni muscolo del proprio corpo ma decide di reinventarne il linguaggio. L’acqua diventa parte della coreografia: la avvolge, la trattiene, la rilascia.

I suoi capelli biondi, immersi, si aprono in onde lente, ricordando quei filamenti di alghe dorate mossi da una corrente gentile. Le mani fendono la superficie, lasciando dietro di sé scie di bolle luminose; il viso, a tratti, si dissolve tra bagliori e riflessi, per poi riemergere come se fosse la prima volta che respira. «Oggi sono più una creatura acquatica che una modella», dice con un sorriso appena uscita dall’acqua, la pelle imperlata di gocce che luccicano come minuscole gemme.

È un momento che mescola fisicità pura e suggestione onirica: da una parte la potenza del gesto atletico e controllato, dall’altra quella sensazione di favola subacquea che ti avvolge e non ti lascia andare. In passato il Calendario Pirelli aveva portato le sue muse su spiagge deserte, in città iconiche o in scenari esotici; quest’anno, invece, la scelta è radicale. Non c’è un luogo da esplorare: c’è un elemento primordiale in cui immergersi per ritrovare la moda, la bellezza e forse anche un po’ di se stessi.

Momenti veri, non solo pose

Ma non lasciamoci ingannare: dietro ogni scatto studiato c’è una tensione palpabile, un’atmosfera quasi rituale. Ogni gesto, ogni sguardo sembra avere un peso preciso. Sundsbø non lavora con il frastuono, ma con silenzi pieni: chi è sul set lo sa, e si muove come in una danza calibrata. L’acqua della sfera deve restare limpida, la luce riflettere senza deformare, il corpo della modella fondersi con l’elemento senza perdere la forza del volto.

Poi arrivano i momenti di tregua. È lì che la scena si fa umana: lui — il fotografo — accenna un sorriso stanco ma soddisfatto, lei esce dall’acqua e, avvolta in un telo, scherza: “Oggi mi sento pesciata”, e la risata che segue rompe la sacralità della situazione. Sono istanti che raramente finiscono in stampa, ma che rivelano la verità di un set: dietro l’immagine perfetta ci sono corpi che tremano di freddo, luci che scaldano più della pelle, e una squadra che vive in apnea insieme alla protagonista, aspettando il click giusto. È in questa umanità condivisa che il Calendario Pirelli continua a distinguersi, proprio come nelle edizioni storiche in cui tra un cambio d’abito e una prova di luce nascevano confidenze e legami.

I volti di tutte le protagoniste 2026

Il valore di quest’edizione sta anche nelle donne che la abitano. Eva Herzigová (52) torna nel Cal dopo anni, ricordando le sue prime apparizioni negli anni ’90, quando la bellezza doveva ancora emanciparsi dall’idea di perfezione standard. Accanto a lei, nomi che sono istituzioni di stile e cinema: Tilda Swinton (64), magnetica e camaleontica, capace di portare lo stesso sguardo intenso sia in un film di Guadagnino che in un ritratto di moda; Isabella Rossellini (73), che già negli anni ’80 aveva ridefinito cosa significasse essere ambasciatrice di eleganza con un’anima; Luisa Ranieri (51), italiana, volto internazionale che porta sul set una femminilità mai urlata; Susie Cave (58), musa rock, sospesa tra moda e musica.

E non è solo questione di esperienza anagrafica: il cast abbraccia anche altre generazioni e linguaggi. C’è Venus Williams, leggenda del tennis, con la stessa determinazione negli occhi di quando stringeva la racchetta in mano; FKA Twigs, artista e performer che trasforma ogni scatto in coreografia; Gwendoline Christie, alta, statuaria, un corpo che riempie lo spazio come un’opera scultorea; Irina Shayk, volto iconico del fashion system che ritorna dopo il Cal 2016; Adria Arjona, attrice dalla doppia anima latina e hollywoodiana; e Du Juan, modella e ballerina, ponte tra Oriente e Occidente.

In passato, il Calendario Pirelli aveva spesso puntato su volti appena affacciati alla ribalta, creando tendenze. Stavolta la scelta è chiara: niente icone usa e getta. Donne consapevoli, con un bagaglio di storie e una presenza che non ha bisogno di artifici. “Volevo condividere quel che stiamo facendo, tutto il tempo”, ha detto Sundsbø. Guardandole, si capisce cosa intende: basta un’espressione per leggere anni di carriera, di lotte e di conquiste, e quella bellezza che non si spegne con l’età ma cambia forma, come la luce dell’acqua in cui si riflette.

Tra realismo magico e scavo dentro

Se ci si ferma davvero a guardarla, questa edizione non ha nulla della passerella che scorre rapida sotto i flash. È un racconto, un viaggio lento, un invito a farsi trasportare in un mondo dove le cose sembrano reali… ma forse non lo sono del tutto. Le immagini ti portano in una specie di acquario mentale: da una parte c’è una naturalezza liquida, corpi e volti che respirano, dall’altra piccoli trucchi digitali che allungano i confini dello sguardo, ma senza mai togliergli calore.

C’è un surrealismo che non ha bisogno di eccessi: si insinua in una curva della spalla, nella piega di un vestito, in uno sguardo che sembra chiedere e non dire. Ogni posa è un attimo sospeso, quasi un respiro trattenuto, un passo prima o dopo il gesto. E lì, in quello spazio imperfetto, pulsa la bellezza più vera — quella che non è fatta per piacere a tutti, ma per restare. È lo stesso approccio che il Cal aveva già sfiorato con Annie Leibovitz e Peter Lindbergh: meno “immagine perfetta”, più intimità visiva. Sundsbø prende quella strada e la porta in un territorio a metà fra realismo magico e confessione.

Un nuovo capitolo per un mito fotografico

Il Calendario Pirelli non è nato ieri. Dal 1964 è un oggetto che passa di mano in mano come un invito a un club molto ristretto. Nei primi anni era tutto un trionfo di nudi levigati e pose patinate — roba da spiagge lontane, sabbia perfetta e corpi che sembravano scolpiti a colpi di luce. Poi, col tempo, ha iniziato a cambiare pelle: la diversità, l’età, le storie personali hanno trovato spazio accanto alla bellezza più classica.

Il 2026 non fa marcia indietro, anzi. È come se avesse raccolto tutte le anime del Cal — il glamour, il coraggio, la voglia di dire qualcosa — e le avesse immerse in uno sguardo più intimo. Qui la tecnologia digitale non è un trucco per cancellare, ma un pennello per aggiungere strati. Non cerca il colpo di scena che dura un istante, ma quell’immagine che ti resta in testa anche dopo che hai chiuso il calendario, che riaffiora all’improvviso, come un profumo che riconosci senza pensarci.

Quando un Calendario diventa icona viva

In questo intreccio di luci, acqua e respiri, il Calendario Pirelli 2026 non ti viene addosso con la prepotenza di un cartellone pubblicitario. Ti si avvicina piano, ti lascia osservare, ti invita a rientrare. È bello, certo, ma non solo: è profondo, fatto di pause e di pieni, di silenzi che ti chiedono di restare un po’ di più su un volto o un gesto.

Ti fa pensare che la moda, quando smette di correre, può diventare arte viva, qualcosa che non scade con la stagione. E pagina dopo pagina, immagine dopo immagine, il Cal smette di essere solo un calendario: diventa una lingua che racconta chi siamo oggi e chi potremmo diventare. Alla fine ti resta in mente non solo per quello che hai visto, ma per quella sensazione strana — la voglia di rivederlo, come si rivede un film che ha lasciato qualcosa in sospeso.


🔎​ Contenuto Verificato ✔️

Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: El PaísVogue ItaliaThe GuardianCorriere della SeraVanity Fair Italia.

Content Manager con oltre 20 anni di esperienza, impegnato nella creazione di contenuti di qualità e ad alto valore informativo. Il suo lavoro si basa sul rigore, la veridicità e l’uso di fonti sempre affidabili e verificate.

Trending