Perché...?
Perché l’ONU parla di orrore dopo il blitz antidroga di Rio?
Crediti foto: Freepik
Sessantaquattro morti in meno di ventiquattr’ore. È il bilancio ufficiale aggiornato al 29 ottobre 2025 della maxioperazione di polizia condotta nei complessi di favelas di Alemão e Penha, nella zona nord di Rio de Janeiro. L’azione, mirata a colpire il Comando Vermelho, ha mobilitato circa 2.500 agenti per dare esecuzione a 100 ordini di arresto e si è tradotta in 81 detenzioni. Nel conteggio dei caduti rientrano 60 sospetti e 4 agenti, mentre i feriti finora confermati sono almeno 11 tra civili e poliziotti. La città si è paralizzata per ore: blocchi stradali, linee autobus deviate o sospese, scuole e ambulatori chiusi. Il giorno dopo, traffico tornato regolare, ma l’eco di quanto accaduto resta fortissima.
La reazione internazionale non ha tardato. L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha definito l’operazione “terrificante” per il numero di vittime e ha richiamato le autorità brasiliane ai doveri di proporzionalità nell’uso della forza, legalità e soprattutto indagini rapide ed efficaci su ogni morte. Immagini e testimonianze raccolte nelle ore successive hanno dato un volto al bilancio: almeno 40 corpi rinvenuti dagli abitanti nelle aree boschive attigue alle favelas e allineati in una piazza di Penha per facilitarne il riconoscimento. Un gesto drammatico, che spiega da solo la forza del richiamo dell’ONU.
Cosa è accaduto nelle strade di Rio
Il dispositivo è partito all’alba, con unità della Polizia Civile e della Polizia Militare schierate su più direttrici. Obiettivo dichiarato: eseguire mandati contro affiliati del Comando Vermelho, una delle fazioni criminali più radicate nello stato fluminense, e smantellare arsenali e punti logistici in due delle aree più popolose di Rio. Le forze dell’ordine hanno operato con elicotteri, mezzi blindati, reparti speciali come il Bope, e un’intelligence considerata “decisiva” per localizzare comandanti e depositi. Sul terreno, però, si sono aperti fronti di scontro prolungati. Sparatorie in più punti, barricate incendiate dai narcotrafficanti per bloccare le vie d’accesso, ordigni artigianali lanciati dalle alture. Gli agenti hanno risposto con fuoco di copertura, penetrazioni a raggiera, irruzioni in edifici considerati “sensibili”.
Il bilancio parla della giornata più letale mai documentata in un’operazione di polizia nello stato di Rio. Tra i sequestri risultano decine di fucili d’assalto, munizionamento, radio criptate, sostanze stupefacenti. Le autorità statali hanno rivendicato la necessità di colpire una struttura che, da anni, si alimenta di estorsioni, traffici e controllo del territorio. Ma gli stessi numeri — 64 morti — hanno acceso una discussione immediata sulla proporzione dell’intervento e sulla tutela dei civili in aree densamente abitate. E qui entra il cuore del richiamo delle Nazioni Unite.
Il perimetro fissato dal diritto
In Brasile, l’uso della forza nelle operazioni di pubblica sicurezza è vincolato da norme interne e da impegni internazionali. Il richiamo ONU si traduce in tre parole chiave: necessità, proporzionalità, accountability. Significa che ogni intervento dev’essere misurato sull’obiettivo da raggiungere, che l’impiego di armi letali è extrema ratio, che ogni morte — di un sospetto, di un agente, di un civile — va documentata e indagata in modo credibile, tracciando arma, proiettile, traiettoria, orario, posizione degli operatori coinvolti. Nel caso di Rio, c’è anche un riferimento domestico ben noto: l’azione di controllo costituzionale conosciuta come ADPF 635 (“ADPF das Favelas”), che ha imposto paletti alle incursioni nelle comunità più vulnerabili, inclusa la notifica preventiva alla procura, limiti all’uso di elicotteri come piattaforme di tiro, e protocolli per preservare le scene del crimine. Quell’impianto non vieta le operazioni; ne fissa, però, standard operativi e probatori che ora diventano il metro di giudizio.
L’obbligo d’indagare non è un dettaglio formale. Significa autopsie complete, perizie balistiche indipendenti, catene di custodia integre su armi e reperti, ricostruzione puntuale della catena di comando — chi ha deciso cosa, quando, perché — e delle regole d’ingaggio applicate. Va inoltre chiarito chi conduce le indagini: la prassi di affidarle a unità che rispondono allo stesso apparato coinvolto nello scontro è contestata da anni perché rischia di minare l’imparzialità. In altre parole: se l’inchiesta non porta luce su responsabilità individuali e scelte operative, lo strappo di queste ore rischia di allargarsi.
Dentro l’operazione: obiettivi, tattiche, attriti
L’azione è stata giustificata dalle autorità come una risposta a un aumento delle attività del Comando Vermelho nella zona nord. I mandati puntavano — sulla carta — a profili medio-alti della catena criminale, responsabili di coordinare la distribuzione di droga e armi tra Alemão e Penha. Il dispositivo ha integrato accessi multipli alle comunità per evitare che i sospetti si “spostassero” verso varchi secondari. In molte strade sono comparsi mezzi blindati appoggiati da fuoco d’interdizione. È qui che si concentra una parte del contenzioso: come si garantisce la sicurezza dei residenti quando si opera in quartieri ad altissima densità, con abitazioni a ridosso delle rotte di fuga e linee di tiro che cambiano in minuti?
Le sequenze raccolte nelle ore successive mostrano famiglie al riparo dietro mobili rovesciati, corridoi di condomini usati come passaggi di fortuna, soccorsi chiamati più volte in attesa di varchi sicuri. La logistica sanitaria ha accusato il colpo: l’ospedale Getúlio Vargas ha ricevuto feriti in rapida successione, mentre ambulanze e squadre di pronto intervento segnalavano difficoltà ad accedere in alcune strade. Sul versante dell’ordine pubblico, il contraccolpo è stato immediato: centinaia di linee bus bloccate o deviate, decine di scuole e centri di salute chiusi in via precauzionale, uffici pubblici con servizi ridotti. L’indomani, ripresa la viabilità, restavano da completare sgomberi e rilievi nelle aree boscose in pendenza che costeggiano le comunità.
Le favelas dopo le sirene
Quando le unità si sono ritirate, molti residenti sono partiti alla ricerca dei loro cari nelle zone divenute campo di battaglia. Donne, soprattutto, hanno guidato un lavoro doloroso: camminate fino ai margini del bosco, recupero dei corpi, trasporto fino alla piazza di Penha. Quaranta i cadaveri ritrovati e allineati a terra, tutti uomini secondo i racconti, in attesa di riconoscimento ufficiale. Non si sa ancora quanti di questi rientrino nel conteggio dei 64. Questo dettaglio — apparentemente tecnico — è centrale: l’accertamento dell’identità e del ruolo di ciascuna vittima dirà se il bilancio riguarda quasi esclusivamente affiliati armati o se — come ipotizzato dalle stesse autorità federali — tra i caduti ci siano civili rimasti nel mezzo del fuoco incrociato.
Le comunità di Alemão e Penha sono abituate alla violenza, ma parlano di una giornata “mai vista”. I barricamenti, i pneumatici incendiati, i confronti a fuoco hanno reso molte vie impraticabili per ore. In diverse case, i residenti hanno riferito di aver coperto finestre e balconi per allontanare il rischio di proiettili vaganti. Al contempo, è emersa la frammentazione del territorio: vicoli stretti, salite secche, costruzioni a ridosso del pendio complicano ogni approccio tattico e rendono altissimo il rischio collaterale. È un dato urbanistico che in città come Rio si traduce sempre in una domanda: quanto è realistico condurre operazioni a saturazione senza alzare la soglia di pericolo per chi abita quelle strade?
Chi comanda davvero: lo Stato e il Comando Vermelho
Il Comando Vermelho non è un’etichetta. È una struttura composta da cellule che gestiscono il dettaglio: piazze di spaccio, scorte, depositi d’armi, riscossione di “tasse” sul territorio. L’organizzazione nasce negli anni Settanta nell’istituto penitenziario di Ilha Grande e cresce sfruttando connessioni interne alle carceri e reti nei quartieri popolari. Il suo punto di forza rimane la capacità di controllare spazi e di sostituirsi allo Stato in alcuni servizi informali: sicurezza, “giustizia” sommaria, microcredito. Proprio per questo, le operazioni a impatto immediato spesso colpiscono gli anelli esecutivi, riducono temporaneamente la pressione sui quartieri, ma difficilmente intaccano i livelli superiori, dove scorrono finanza e logistica.
Dall’altra parte, lo Stato ha messo in campo reparti speciali, elicotteri, mezzi blindati, un coordinamento tra polizie civile e militare. Il governatore dello Stato ha parlato di “necessità” e ha definito il blitz una risposta a una minaccia armata contro l’ordine pubblico. Dal livello federale è arrivato un messaggio più cauto: riconoscimento della gravità dell’offensiva contro il traffico di droga, ma anche prime ammissioni sul possibile coinvolgimento di civili e la richiesta che si conduca un accertamento rigoroso. Il risultato è un quadro in cui i pesi istituzionali si fronteggiano: la spinta a mostrare forza e la necessità, ormai inderogabile, di trasparenza.
Precedenti, dati, tendenze
Per comprendere la portata del 64 bisogna tornare a maggio 2021, quando nella favela di Jacarezinho un’operazione si concluse con 28 morti. Quello fu, fino a ieri, il precedente più doloroso. Negli anni immediatamente precedenti la pandemia, Rio ha toccato picchi di oltre 1.800 decessi in un solo anno in operazioni di polizia, con una incidenza sproporzionata su giovani uomini neri delle periferie. Con l’ADPF 635, la Corte Suprema aveva imposto limiti e protocolli che, per un certo periodo, hanno ridotto la letalità degli interventi. Ma la curva non è mai stata lineare. Spinte opposte — pressioni per “riprendere” aree ai gruppi criminali, esigenze elettorali, riflessi mediatici — hanno spesso riportato l’ago verso operazioni a “saturazione”.
Il dato di Alemão e Penha superando ogni precedente apre una fase nuova. Se i protocolli sono stati rispettati, cosa ha prodotto un bilancio così alto? Se non lo sono stati, quali scelte hanno inciso? La risposta non può essere retorica. Dipenderà da documenti e perizie, non da dichiarazioni. E servirà a capire se il caso di ottobre 2025 è un picco isolato o il segno che, nonostante le correzioni, il pendolo è tornato su logiche operative ad alto rischio in contesti urbani dove vivi, studi, lavori, ti muovi su strade che diventano improvvisamente teatri di guerra.
L’impatto sul quotidiano: scuole, ospedali, trasporti
Nel pieno del blitz, decine di scuole hanno chiuso per le ore di lezione, molte strutture sanitarie di base hanno sospeso attività non urgenti, e il sistema di trasporto ha orchestrato deviazioni su scala metropolitana. I blocchi predisposti dai gruppi criminali — autobus e auto dati alle fiamme, ostacoli in carreggiata, roghi — hanno reso impraticabili arterie cruciali della zona nord. Un quadro che in città come Rio non è nuovo, ma che nella sincronia con altri eventi pubblici e internazionali riaccende il dibattito sull’uso delle “vetrine” per stringere la presa su quartieri ritenuti “perduti”.
Il giorno successivo, nessun nuovo blocco e viabilità ripristinata. Anche questo è un pezzo di realtà da pesare: l’intermittenza. Un giorno di caos, quello dopo la routine che riparte con la stampa dell’orario dei bus e i tornelli che scorrono. Eppure, dietro la normalità apparente, restano case danneggiate, famiglie in attesa di notizie, pratiche sanitarie arretrate, commerci rimasti fermi. Tutto si traduce in costi sociali che non finiscono nelle statistiche dell’ordine pubblico, ma toccano il tessuto di quartieri già economicamente fragili.
Le domande che guideranno l’inchiesta
La procuradoria dovrà chiarire chi ha dato quali ordini, quando e con quali basi informative. Quanti dei 100 mandati sono stati effettivamente eseguiti, e con quali esiti giudiziari concreti? Il numero di armi sequestrate va articolato con precisione: marca, modello, matricola, provenienza, comparazione balistica con i colpi che hanno raggiunto vittime e agenti. Va definito, vittima per vittima, chi fosse armato e abbia partecipato allo scontro e chi no. Per gli agenti, le bodycam — laddove presenti — e le registrazioni radio possono offrire non solo ricostruzioni dei singoli contatti a fuoco, ma anche del contesto: visibilità, linee di tiro, presenza di civili, richieste di assistenza medica.
C’è poi il capitolo delle responsabilità a catena. In caso di errori tattici o violazioni di protocollo, l’ordinamento prevede responsabilità individuali e di comando. Rientrano qui la valutazione preventiva del rischio, la scelta degli orari (operare all’alba riduce la presenza in strada, ma non sempre è possibile), la configurazione delle squadre, il coordinamento tra reparti che operano su assi diversi. Un’ulteriore domanda riguarda la gestione delle scene del crimine: chi ha messo in sicurezza i luoghi degli scontri, con quali tempi, come sono stati catalogati bossoli, armi, tracce ematiche. Se i residenti hanno dovuto recuperare 40 corpi senza il supporto immediato delle autorità, questo fatto — da solo — richiede spiegazioni puntuali.
L’Italia che guarda: perché conta per noi
Per un lettore italiano, questa vicenda non è un “altrove” qualunque. Tradisce i nodi universali della sicurezza urbana contemporanea: cartelli che si muovono con logiche paramilitari, quartieri dove povertà, assenza di servizi e clientelismi favoriscono il radicamento criminale, apparati di polizia chiamati a operare in condizioni di guerra senza esserlo. Non è un paragone diretto con le nostre città — ogni contesto ha le sue specificità — ma un richiamo alla centralità delle regole e delle indagini quando la pressione dell’opinione pubblica spinge verso risposte muscolari. Vale per Rio, vale ovunque: la misura del successo non è solo quante armi si tolgono dalla strada in un giorno, ma quante condanne solide derivano da operazioni condotte e documentate in modo inattaccabile.
C’è poi la dimensione dei diritti umani. Non è un orpello accademico. È il quadro che consente a un Paese di dimostrare che la forza dello Stato non si esaurisce nella potenza di fuoco, ma vive nella capacità di provare — nelle aule di giustizia — come, quando e perché ogni colpo è stato esploso. In assenza di questo, gli strappi si ripetono, la fiducia si erode, le comunità si chiudono, i gruppi criminali reclutano. Rio lo sa. L’ONU lo ha detto con nettezza. Il lavoro ora tocca ai magistrati e, in prospettiva, al legislatore, se servirà precisare ancora regole e protocolli.
Oltre i numeri: cosa significa “la più letale di sempre”
Definire un’operazione come “la più letale di sempre” rischia di appiattire storie e responsabilità nella statistica. Ma il dato serve a fissare un prima e un dopo. Prima: l’idea, riaffacciata più volte, che operazioni ad ampia scala in contesti urbani possano “ripulire” zone intere. Dopo: la consapevolezza che senza investigazioni finanziarie profonde, cooperazione federale e internazionale sulle rotte delle armi, e un presidio sociale capace di contendere consenso e territorio alle fazioni, l’effetto è spesso un’onda che si infrange e poi si ritira. Dentro quest’onda, i 64 sono il punto più alto. Il giudizio, però, non potrà che passare dalla qualità dell’accertamento e dalle conseguenze giudiziarie.
È utile, perciò, separare due piani. Piano uno: efficacia repressiva immediata. Armi sequestrate, arresti, smantellamento di postazioni di tiro e logistica. Piano due: impatto strutturale. Quanti tra i fermati avevano un ruolo strategico nella catena del Comando Vermelho? Quanti mandati hanno colpito profili in grado di disarticolare la filiera, invece di svuotare temporaneamente la base? Senza risposte chiare a queste domande, ogni valutazione resterà zoppa.
Cosa aspettarsi nei prossimi giorni
Nei giorni successivi, gli snodi saranno tre. Primo: identificazione di tutte le vittime e comunicazioni ufficiali alle famiglie. Secondo: avvio delle perizie medico-legali e balistiche, con indicazione dei tempi e delle metodologie. Terzo: trasparenza sui principali atti dell’operazione, dal briefing iniziale ai rapporti di fine missione dei reparti, passando per l’eventuale uso di bodycam e la disponibilità delle registrazioni radio. Parallelamente, i livelli politici definiranno il tono del dibattito: se prevarranno le letture propagandistiche o se ci sarà lo spazio per discutere, con freddezza, cosa ha funzionato e cosa no.
In parallelo, bisognerà guardare ai quartieri. La riapertura delle scuole, la ripresa dei servizi sanitari, la messa in sicurezza delle aree dove si è combattuto: tutto questo è parte della stessa vicenda. Perché ridurre la vulnerabilità delle comunità, garantire servizi regolari, rafforzare la presenza civile dello Stato — operatori sociali, mediatori, sanità di prossimità — non sono capitoli “a parte”. Sono il seguito naturale di ogni intervento di polizia se l’obiettivo dichiarato è aumentare la sicurezza reale di chi abita Alemão, Penha e la cintura nord.
Contare ogni colpo, ricostruire ogni scelta
Questa storia, per essere davvero chiusa, dovrà essere ricostruita proiettile per proiettile. Chi ha sparato, da dove, contro chi, con quali risultati immediati e con quali conseguenze indirette per i civili. Le Nazioni Unite hanno posto una domanda di trasparenza che non riguarda solo i numeri. Riguarda la fiducia. La fiducia dei cittadini nello Stato e quella della comunità internazionale nelle istituzioni brasiliane chiamate a dimostrare che un’operazione a così alta letalità — 64 morti — è stata governata entro le regole che il Paese si è dato e che ha sottoscritto a livello internazionale.
Per chi osserva dall’Italia, la lezione è stringente: la sicurezza è un obiettivo concreto, misurabile, che si difende anche con la forza quando serve, ma si legittima solo con prove e responsabilità. Rio, ancora una volta, si trova davanti a una soglia: dimostrare che la lotta al crimine organizzato può convivere con diritti, procedure, controlli. Se questo accadrà, il martedì di sangue resterà un punto di svolta. Se non accadrà, sarà soltanto un nuovo, doloroso picco in una curva che da troppi anni non riesce a stabilizzarsi. In ogni caso, ora tocca ai fatti parlare: indagini solide, atti pubblici, responsabilità tracciate. Tutto il resto — dichiarazioni, narrazioni, scontri verbali — viene dopo. Sempre.
🔎 Contenuto Verificato ✔️
Questo articolo è stato redatto basandosi su informazioni provenienti da fonti ufficiali e affidabili, garantendone l’accuratezza e l’attualità. Fonti consultate: ANSA, la Repubblica, Il Post, RaiNews, Sky TG24, Corriere della Sera.
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